Poor Things, recensione: a Venezia 80 il miglior film di Lanthimos

Frankenstein di Mary Shelley, ovviamente. Ma anche la declinazione femminista di filosofia che fu di Heidegger e prigionia che fu di Dogtooth. Tutto questo è Poor Things, femminismo brillante e stratificatissimo. Il migliore di Lanthimos e forse già il migliore che vedremo in tutta Venezia 80.
Poor Things, recensione: a Venezia 80 il miglior film di Lanthimos

Titoli forti, lo sappiamo. Fa sempre strano quando, di fronte all’ultimo arrivato in una filmografia di così grande qualità, come quella di Yorgos Lanthimos, vien da azzardare che sia proprio l’ultimo arrivato il punto più alto di quella filmografia. La sintesi perfetta. La somma di vecchie istante, radicalizzazione di nuovi temi e ulteriori balzi in avanti in termini di maturità registica e tecnica più in generale. Perché sì, non lo affermiamo a cuor leggero, ma dopo “lunga” ponderazione: a Venezia 80 abbiamo assistito al miglior film di Yorgos Lanthimos, a mani basse il miglior titolo visto finora in quest’edizione e che sembra già molto difficile possa essere battuto da altri, in concorso e non. Quel film è Poor Things, ed è una geniale, incredibilmente stratificata reinterpretazione di Frankenstein, ma anche di una certa filosofia che fu di Martin Heidegger, in chiave femminile e femminista. Un film bellissimo.

Dogtooth, ma la dittatura è il patriarcato

Bastano i primi quindici minuti per rendersi conto di star assistendo al più dolce, sgraziato, piccolo mostro delle fiabe che il cinema abbia raccontato da diversi anni a questa parte. Una donna in blu si butta da un ponte. Uno “scienziato pazzo” in bianco e nero, il Dottor Godwin Baxter (Willem Dafoe) a raccoglierla, cadavere, dal fiume. E a rimetterne insieme i pezzi, a riportarla alla vita. Lui, a sua volta figlio di un precedente Dr. Frankenstein che ha usato il figlio come cavia da laboratorio: faccia fatta a pezzi e ricucita come un puzzle, cuore forgiato nel dolore dell’assenza di sentimento.

Il risultato, solo inizialmente mostruoso e menomato, è Bella (Emma Stone), praticamente una bambina nel corpo di una donna. Una spugna di concetti unica nel suo genere: con ancora tutto da imparare, ma già sviluppata per imparare tutto in un colpo. E infatti Bella progredisce a vista d’occhio, la vediamo diventare una giovane donna che, Bella com’è, si vede già promessa in sposa all’assistente del professore. Ma le mancano dei pezzi.

E già qui – e già in questo Poor Things si rivela come miglior film di Lanthimos in quanto a sintesi di cose che andava dicendo prima ancora di approdare a Hollywood, quando ancora faceva film in Grecia parlando di Grecia – ritroviamo temi declinati ora in chiave femminista che furono di Dogtooth. Come si cresce in un mondo tanto “protetto” – fortissime le virgolette – eppure tanto orrorifico, in cui significante e significato non concordano, ma seguono i dettami di una dittatura che è l’opposto dell’autonomia, cioè del darsi una legge da soli? In Dogtooth “posso avere un pompino” stava per chiedere il sale a tavola, pressappoco. Qui, papà Godwin rischia di diventare “God”: Dio, l’unico creatore e protettore.

L’heideggerismo femminista di Poor Things

Emma Stone, Frankenstein al femminile
Emma Stone, Frankenstein al femminile

Così Bella, nella sua tardiva adolescenza, inizia a scoprire tante cose. Prima fra tutte, il piacere, l’autoerotismo, la masturbazione: “Bella discovered joy when she wants“. Ma la risposta di God a Bella e di Dio a tutte le donne, è sempre la stessa: “Don’t“. Non farlo. O come diceva Al Pacino ne L’avvocato del diavolo: “Dio dà all’Uomo gli istinti. Ti concede questo straordinario dono e poi che cosa fa? Fissa le regole in contraddizione. Guarda ma non toccare, tocca ma non gustare, gusta ma non inghiottire“. E questo riguarda soprattutto le donne, perché assieme a Dio siamo poi noi, noi uomini, ad aggiungerci il carico da novanta.

Tutto Poor Things ruota intorno al tema dell’autodeterminazione femminile, partendo da concetti filosofici propri del diritto all’autodeterminazione in generale. C’è molto Heidegger per esempio. Il suo “essere gettati” (Geworfenheit), quella colpa che riconosciamo in chi, i nostri genitori, i nostri creatori, ci costringono in un mondo, in una nascita – o, nel caso di Bella, una seconda vita – che non abbiamo voluto né chiesto, e che poi ci viene raccontata come null’altro che dolore. Soprattutto per chi aveva scelto il suicidio per sottrarsene, per “non esserci più”, dice Godwin Baxter attingendo nuovamente e direttamente dell’heideggeriano “esserci” (Dasein).

Le interpretazioni, la tecnica, lo steampunk

Willem Dafoe in Poor Things
Willem Dafoe in Poor Things

Autodeterminazione. Epopea alla scoperta di se stesse lontano dalle convenzioni sociali. Bella inizia un Interrail in giro per le capitali europee e per un mondo steampunk che, non avrei mai creduto di dirlo, conta su un’art direction immaginifica. E anche per questo, Poor Things è il miglior film di Yorgos Lanthimos. Perché pur riprendendo inquadrature e fisheye tanto distintivi nel suo cinema, pur facendoci vedere una coreografia di ballo perfettamente identica a quella de La favorita (Emma Stone compresa), sembra fare un impercettibile passo avanti in termini d’impatto visivo. E che interpretazioni!

Ogni volta che sentiamo la voce roca e gracchiante di Willem Dafoe – la stessa dei monologhi di The Lighthouse e Nightmare Alley – verrebbe sempre da lamentare che non abbia mai abbastanza battute, tanto cattura. Emma Stone è astoundingly, come le Autoundingly Awsome Tales di monsteriana memoria, e quindi anche ovviamente anche come la Frankenstein di Mary Shelley. Forse, il fatto che sia al femminile, la rende proprio una delle trasposizioni più “fedeli” (sì, è una provocazione) alla scrittrice di riferimento. E Mark Ruffalo che porta a casa la miglior prova della sua carriera.

Le Poor Things siamo noi

Una scena di Poor Things
Una scena di Poor Things

Quindi il viaggio di Bella diventa viaggio di autodeterminazione femminile. Viaggio di riappropriazione del sé. Ma anche, più universalmente, viaggio dell’adolescente nella scoperta del sesso, dell’alcool, dei tatuaggi; e viaggio dell’umanità tutta nel suo percorso di “consapevolezza” e “progresso” storico (anche se proprio film così fanno mettere queste due parole fra tantissime virgolette). Un percorso che, almeno inizialmente, sembra passare dalla padella alla brace: scappare al secondino per buttarsi fra le braccia del secondino. Ma anche qui, Bella è perfettamente consapevole. E l’uomo, lo strumento che farà suo, la sua cavia da laboratorio, per riaffermare i suoi diritti e, forse, anche vendicarsi.

C’è una battuta, a un certo punto, che nella sala in cui eravamo noi ha strappato sonore risate ma in quella accanto persino applausi a metà proiezione. Succede di rado, quando succede ritorna alla mente come fu premonitore per una Palma d’Oro come Triangle of Sadness. E quella battuta è: “Perché la gente non lo fa tutto il giorno” – dice Bella, dopo l’ennesimo rapporto sessuale. Quanta verità. Forse allora quel Povere Creature del titolo, non si riferisce alla sua protagonista.

Ma siamo proprio noialtri, noi uomini in primis e la società che abbiamo creato con le sue convenzioni sociali. Nella Bibbia, Libro dell’Apocalisse, si parla della Parusia, della seconda venuta di Cristo, quando in tempo per la fine dei tempi risorgerà di nuovo per fare i conti coi giusti e i colpevoli. Bene allora: se il mondo sta finendo, ci venga concesso di assistere a questa resurrezione, a questa Parusia di Poor Things. Solo che stavolta Cristo sarà Frankenstein e Cristo sarà Donna. E sarà stupendo.

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