Presentata fuori concorso alla 42esima edizione del Torino Film Festival la nuova commedia con Monica Bellucci. Paradis Paris, diretto dalla regista e fumettista iraniana Marjane Satrapi, è una pellicola istrionica, molto sagace e per alcuni tratti surreale, gestita in maniera decisamente intelligente sino a un finale che purtroppo non ci ha particolarmente convinto. Leggi qui la nostra recensione!
Lo stesso che ha preso Marjane Satrapi, grazie!

Non partiamo dalla trama ma da una scena in particolare che ci permette di carpire il tono del film. L’adolescente Marie-Cerise (interpretata dalla giovane Charline Balu-Emane) è sulla via delle depressione e ha istinti suicidi a causa di suo video intimo finito in rete. Viene rapita da un stupratore – uno di quelli ingolositi da Marsellus Wallace, per intenderci – che la crocifigge e intende farle del male tagliandole le vene dei polsi. Nota però che sia sui polsi che sui polpacci i tagli ci sono già. Allora ripiega sulla pancia ma nel momento in cui è intento a masturbarsi guardando la scena, la ragazzina diventa un fiume in piena e comincia a parlare di sé e dei suoi problemi come se lo stupratore fosse il suo psicologo. Questo è il tono esaltante di Paradis Paris, perciò vorremo complimentarci con Marjane Satrapi, ma soprattutto chiederle nome e numero dello spacciatore, così da fare rifornimenti preventivi per il sabato sera.
Per quanto riguarda la cornice, Paradis Paris è un intreccio di più storie e personaggi che hanno in comune solo una dinamica: la morte che gli aleggia attorno. Oltre l’adolescente logorroica, seguiamo la storia di Giovanna (interpretata da Monica Bellucci, vista di recente al cinema per Beetlejuice Bettlejuice. Ci sarà un seguito del film di Tim Burton?) una ex stella della lirica dichiarata deceduta per errore, che si lamenta per la scarsa attenzione che la stampa ha dato alla sua morte (e resurrezione). Poi c’è Mike (Ben Aldridge), uno stuntman inglese che mette in discussione il suo stesso lavoro dopo un incidente in cui è stato coinvolto il figlio.
Ancora, sulla scena incontriamo una esilarante Rossy de Palma, alias Dolorès, una granny colombiana, che con la morte sembra addirittura scendere a patti. Ed infine, Edouard (André Dussollier), un conduttore di un noto programma poliziesco ormai al tramonto della sua vita professionale (e forse anche biologica) che intervalla le storia degli altri protagonisti. Per quanto questo cinema “a tabloid”, a narrazione singola, stia ormai perdendo la sua attrattività – lo dimostra una delle ultime uscite così gestite, che non ci ha del tutto entusiasmato: si tratta di Kinds of Kindness di Yorgos Lanthimos –, Paradis Paris riesce a costruire un mosaico particolarissimo dall’irriverente registro tragicomico.
L’epifania dei personaggi

Questo rapporto con la morte – per alcuni dei personaggi più laterale, per altri (vedi Monica Bellucci) molto più diretto – li porta a interrogarsi sulle proprie decisioni e nella maggior parte dei casi, rivedere le proprie priorità. Una menzione particolare la dedichiamo propria al personaggio interpretato dalla diva italiana, credibilissima nel ruolo di una donna che non vuole rendersi conto di esser finita nel dimenticatoio.
Probabilmente è proprio nella sua storia col marito Rafael che si nasconde il retaggio del film: la loro opera lirica preferita è la Norma di Bellini e infatti Giovanna intona la Casta Diva con una cadenza nostalgica, riferendosi a un tempo e una notorietà che è ormai passata. Esattamente come la Norma, Paradis Paris è una storia d’amore e morte, ma quella tragicità viene rielaborata con una cadenza ironica e sardonica che le permetti di rischiare. Così la morte è Casta Diva, e l’intera pellicola la canta, ricordandoci che sta lì, acquattata nell’ombra. Pronta a venir fuori nel momento in cui sembriamo dimenticarcene.
Un etto e mezzo di retorica: che faccio, lascio?

Paradis Paris poteva essere uno dei film più interessanti visti al Film Festival di Torino. Se non fosse per quello sciagurato finale. Possono circa dodici minuti rovinare un intero film? Non sta a noi rispondere a questa domanda, ma il finale della pellicola si perde in alcune riflessione che vorrebbe essere liriche e invece diventano decisamente melense, nonché banali. La soluzione contro il peso della morte? La pulsione verso la vita! E il senso della vita? La felicità! Giusto, perché non ci abbiamo pensato prima.
Ecco, purtroppo resta questo dalla riflessione finale, e invece sarebbe stato molto più funzionale lasciare che la satira lavorasse dentro lo spettatore, seguendo quel sempiterno diktat dello “Show, don’t tell”, se proprio fosse necessario lasciare un messaggio chiaro. Un film che prepara una impalcatura così lineare è un peccato che si perda in una chiusura che non gli rende affatto merito e sciolga i punti cardine in maniera abbastanza spicciola. È estremamente difficile parlare della morte tramite la vita, ed ancor più difficile parlare della vita tramite la morte. Se Paradis Paris ci riesce fino a un certo punto, poi fa il grossolano errore di svendersi dal salumiere e diventare una filosofia a etti. Esattamente così: un etto di morte, che faccio signora? La lascio? Rispondiamo noi: No, la devi togliere!









