Kinds of Kindness, recensione: esercizi di scrittura firmati Lanthimos

Kinds of Kindness sembra il digestivo creativo di cui Yorgos Lanthimos aveva bisogno dopo aver girato un gigante come Poor Things. Una siesta, un divertissement, la cui struttura antologica su tre episodi gioca in realtà con un esercizio di scrittura base.
La locandina del film Kinds of Kindness

Questa ve la dobbiamo raccontare. Partite dal presupposto che quello che succede nei primi secondi di titoli di testa, di un film proiettato al Festival di Cannes, è sempre un grande spasso. Persino alle proiezioni stampa, che potreste immaginarvi piene di giornalisti noiosi e incarogniti, si avvertono piccole vibrazioni, grandi applausi al nome di certe case di produzione, grandi risate e lancio di pomodori (questo, figurato) al nome di altre. È un po’ come una sala di bambini che battono sulla tavolata dell’asilo con le posate di plastica, in attesa del mangiare. Ecco, per Kinds of Kindness questa immagine è perfetta.

Raccontare una storia

Perché Kinds of Kindness parte fighissimo, ritmatissimo, con la chiara intenzione pop di dare la carica, per poi smettere di essere pop appena finiti i titoli di testa. Parte con lo stesso logo della produzione Searchlight che avevamo trovato in apertura di quel miracolo di Poor Things, di cui potete leggere qui la nostra recensione. Ma al posto del riconoscibilissimo jingle di trombe e tamburi che da sempre accompagna l’insegna di 20th Century Fox e sussidiare, troviamo un brano, quello che ci aveva catturato fin dal primo trailer: Sweet Dreams.

Il brano di Annie Lennox e gli Eurythmics dura lungo tutti i titoli di testa di Kinds of Kindness: passa in rassegna i vari loghi delle case di produzione e distribuzione e poi imprime il ritmo con cui si alterneranno i caratteristici credits in tre colori – giallo, rosso e azzurro – tanti quanti sono gli episodi autoconclusivi che compongono il film. E poi si interrompe bruscamente, quando il primo episodio effettivamente comincia. Ma ciò che succede prima che si interrompano, in quella sala di Cannes, è la parte più divertente.

E cioè che quella sala da oltre 1000 posti, tutti occupati da “seriosissimi” membri della “press”, si mette a battere mani e piedi al ritmo di Sweet Dreams. Letteralmente. Questo è l’effetto che fa un film di Lanthimos, sicuramente dopo il successo che è stato Poor Things e quantomeno nelle aspettative. Io non so se riusciate a immaginare 1000 persone che battono le mani guardando un logo Searclight a tempo di Sweet Dreams, ma vi assicuro che dà la carica.

Ma perché vi stiamo descrivendo tutto questo? Forse per fare un gioco. Per raccontarvi una storia dimostrando quanto bastino pochi, semplicissimi elementi per farlo: un logo, una canzone, un pubblico. Ecco, questo è esattamente quello che fa Kinds of Kindness. Racconta tre storie, giocando con una manciata di elementi.

Esercizio di scrittura

I titoli di testa del film Kinds of Kindness

Non so se avete presente Esercizi di stile, la raccolta di racconti dello scrittore Raymond Queneau. Oggi, parlare di “esercizio di stile” non è fare un complimento, ma in Queneau è un vero e proprio giochino di sceneggiatura: 99 versioni di una stessa semplice storia, rivisitata ogni volta in uno stile letterario differente. Ecco, seppur con procedimento opposto, Kinds of Kindness è proprio uno di quegli esercizi di scrittura creativa con cui, chi abbia mai seguito un qualunque corso base di sceneggiatura o narrativa, si sarà dilettato almeno una volta.

Kinds of Kindness racconta tre storie, alcune più horror di altre, tutte molto inquietanti nella loro inspiegabilità. C’è un po’ il tono del Lanthimos de Il sacrificio del cervo sacro e un po’ la sua voglia di raccontare strane storie senza risposta, alla maniera di Nimic, il corto in cui Matt Dillon veniva sostituito da una donna e la sua famiglia non riusciva più a riconoscere la differenza né lui ad arrestare l’inspiegabile processo. Qui le tre storie raccontano: di un uomo che vede ogni momento della sua vita e azione che svolgerà decisi a tavolino dal suo capo d’azienda; di una donna che torna dal marito dopo un lungo naufragio su un’isola, e l’uomo si convince che quella che è tornata non sia sua moglie; di un uomo e una donna che cercano una medium in grado di resuscitare i morti.

Apparentemente le tre storie non hanno nulla in comune – a parte, al livello più evidente, gli attori che le interpretano sempre in ruoli diversi – se non fosse per una serie di elementi che via via ci si accorge essere sempre più ricorrenti: qualcuno che propone una omelette per cena; qualcuno che ascolta una canzone in macchina; qualcuno che muore; una barca; un piede rotto. In qualche strano modo, ciascuna delle storie di Kinds of Kindness contiene, in un momento diverso e in un contesto diverso, questi “momenti narrativi”. E un personaggio, che invece rimane fisso e funge ogni volta da MacGuffin delle tre storie, chiamato “R.M.F.”.

Kinds of Kindness, tra effetto mandela ed effetto déjà-vu

Ci troviamo in presenza del gioco narrativo più classico del mondo. Ovvero scrivere racconti completamente diversi con una serie di elementi ricorrenti e di regole prefissate. Tutto il resto può variare, ma quelle regole devono rimanere fisse. L’intento è quello di obbligare chi scrive a fare uno sforzo di fantasia, mettergli davanti degli ostacoli che apparentemente limitino la sua fantasia e in realtà la costringano ad attivarsi. Ostacoli come: una lunghezza equivalente fra i racconti; un personaggio che assuma sempre lo stesso ruolo; tutti gli altri rielaborati in ruoli diversi; cinque o sei dettagli ricorrenti; non usare mai una serie di parole, come la parola “gentilezza” in racconti sulla gentilezza.

Esattamente questo è Kinds of Kindness. Un trittico di episodi della durata pressoché identica, con gli stessi attori a intepretare ruoli diversi e uno stesso ruolo, quello di R.M.F., a fare sempre da MacGuffin. E poi quei cinque o sei elementi: un’omelette, una barca, un brano, una macchina. Se si è fatto un buon lavoro, obiettivo dell’esperimento narrativo è quello di tirare fuori più racconti che funzionino tutti allo stesso modo, in cui l’inserimento di quegli elementi non risulti forzato. È un esercizio per sceneggiatori alle prime armi insomma. Quindi è ovvio, che di fronte a un veterano come Lanthimos, quei tre episodi di Kinds of Kindness funzioneranno, pur con qualche picco di qualità più in uno che nell’altro.

L’alto risultato riguarda lo spettatore e avviene a livello di processi cognitivi rispetto a ciò che sta guardando. Impossibilitato a trovare un tema, una concordanza fra gli episodi – se non quello suggerito dal titolo, sfumature di dolcezza nel mezzo dell’orrore – cercherà di creare un’organicità proprio utilizzando quegli elementi ricorrenti. Non saranno esattamente uguali ma gli ricorderanno qualcosa che ha già visto, come in un effetto déjà-vu; non saranno esattamente uguali ma la sua mente li leggerà perché lo sembrino, come in un Effetto Mandela o del falso ricordo, che è considerata una forma di compensazione creativa.

Il dopo Poor Things, per tirare il fiato e divertirsi

Povere creature! e Kinds of Kindness a confronto

Kinds of Kindness è stato girato in meno di due mesi, prodotto da Searchlight come lo era stato Poor Things e recuperando parte del cast appena congedato: Emma Stone, Willem Dafoe e Margaret Qualley, cui si aggiunge Jesse Plemons – che e infatti è il più gradito di tutti, anche perché è un attore magnifico cui finalmente viene dato il ruolo di protagonista.

La sensazione è che dopo aver realizzato il suo capolavoro, Yorgos Lanthimos avesse pronte tre storie, tre divertissement da riamalgamare in un divertente impianto narrativo. Che volesse insomma prendere un po’ di fiato prima del prossimo film: un intermezzo, un digestivo dopo la grande abbuffata.

Kinds of Kindness è una raccolta di racconti più letteraria che cinematografica. Racconti asettici, belli a vedersi nell’impostazione tecnica e visiva, che nel tono di inspiegabile inquietudine ricordano un po’ I baffi di Emmanuel Carrère, sempre per rimanere nel campo della letteratura. Una siesta per rifarsi la bocca a livello creativo e divertirsi, innanzitutto lui.

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