Sandra Bullock, Cate Blanchett, Anne Hathaway, Helena Bonham Carter, Sarah Paulson, Rihanna, Awkwafina e Mindy Kaling; questo il cast tutto al femminile di Ocean’s 8, disponibile dal 14 Luglio su Prime Video, che alla sua uscita, nel 2018, prometteva di essere un sequel/spin-off con ben poco da invidiare ai capitolo precedenti. In quanto a charme e presenza scenica, d’altronde, l’ottetto in rosa alla corte di Gary Ross, non teme certo il confronto con quello formato da Clooney & Co. Ma siamo certi che basti questo per rendere un film memorabile, o quanto meno all’altezza di Ocean’s 11?
Quest’ultimo, remake a sua volta dell’omonimo film del 1960, diretto da Lewis Milestone, uscito in Italia con il titolo Colpo Grosso, riuscì nel 2001 ad entrare nell’immaginario collettivo, grazie anche ovviamente al ricchissimo cast, dove, oltre al suddetto George Clooney, figurano su tutti Brad Pitt e Matt Damon. Ma allora perché, con un parterre di attrici ancora più nutrito, Gary Ross non è stato capace di fare ciò che invece è riuscito a Steven Soderbergh? Perché Ocean’s 8 è ricordato esclusivamente come il sequel al femminile della trilogia precedente? Forse perché purtroppo, in fin dei conti, è soltanto questo.
Ocean’s 8: un colpo tutto al femminile

Debbie Ocean (Sandra Bullock), sorella di Danny Ocean (George Clooney nella trilogia), è una truffatrice appena uscita di prigione, ma il fatto di aver trascorso cinque anni dietro la sbarre non ha certamente attenuato il suo desiderio di mettere a segno nuovi colpi. Anzi, a dirla tutta è proprio in carcere che ha pianificato la rapina intorno al quale ruota la pellicola. Per mettere in atto il piano ha bisogno però innanzitutto dell’aiuto della sua storica partner in crime, Lou (Cate Blanchett).
L’obiettivo è quello di rubare una collana di Cartier da 150 milioni di dollari, il luogo dove si svolgerà il misfatto, invece, è il Metropolitan Museum, durante la serata del Met Gala. Un colpo ambizioso, per il quale si renderà necessario formare una squadra tutta al femminile, con compiti e capacità ben definiti. Otto donne elaborano così quella che potrebbe diventare la rapina del secolo, facendo indossare la Toussaint alla famosissima Daphne Kluger (Anne Hathaway), e rubandola dal collo della stessa durante la serata. Tra colpi di scena e siparietti comici, i veri intenti di Debbie verranno a galla.
Ocean’s 8: un remake travestito da sequel

Presentato come sequel e spin-off della trilogia di Steven Soderbergh, è piuttosto evidente in realtà che la narrazione e il format di Ocean’s 8 siano talmente sovrapponibili a quelli di Ocean’s 11, che il film diretto da Gary Ross può tranquillamente essere definito come un vero e proprio remake del remake.
A partire da Debby, che seguendo le orme del fratello organizza la rapina poco dopo essere uscita di prigione, passando per la vendetta nei confronti dell’ex amante – nel film di Soderbergh Danny cercava invece di riconquistare l’ex moglie -, fino ad arrivare a quell’ossessione per l’apparenza, piuttosto che per il contenuto, per la bellezza, il fascino, il glamour dei protagonisti, e più in generale delle ambientazioni.
Tutto riporta alla mente Ocean’s 11, e non ci sarebbe niente di male in questo, in un momento storico in cui remake e reboot sono all’ordine del giorno, se non fosse che Ocean’s 8 non era stato certamente presentato come tale. In teoria si proponeva piuttosto di abbattere determinati stereotipi, di dimostrare di sapersi reggere sulle proprie gambe, finendo inevitabilmente per essere soltanto l’ennesimo prodotto declinato al femminile, realizzato soltanto per assecondare una scelta che affonda le proprie radici nel mero marketing.
Girl power e red carpet

Metti insieme otto tra le attrici più famose in circolazione, e il successo sarà garantito. Probabilmente è questo che hanno pensato i produttori, e in un certo senso hanno anche avuto ragione, considerando che il film ha incassato quanto quelli della trilogia con protagonista George Clooney (qui il nostro speciale sull’attore). Certo, come abbiamo detto, non è proprio la più nobile delle intenzioni, specialmente in un film che vorrebbe far leva sull’empowerment femminile. “L’uomo si nota, la donna si ignora. E noi vogliamo essere ignorate”, dice Debby alle altre mentre illustra il piano per rubare la collana.
Il fatto, oltretutto, è che la sceneggiatura di Gary Ross e Olivia Milch fa ben poco per esaltare quel girl power che dovrebbe essere il filo conduttore della narrazione. Certo, nel 2018 era appena esploso il #MeToo, dopo lo scandalo relativo all’inchiesta su Harvey Weinstein, e già realizzare un film di questo tipo, assemblando un cast tutto al femminile, rappresentava già una chiara dichiarazione d’intenti. Non può essere abbastanza però, specialmente se ti limiti a servirti di determinati stereotipi per rendere un prodotto più appetibile a un pubblico femminile.
Ocean’s 8 in fin dei conti fa questo, diventando un red carpet, proprio come quello del Met Gala, in cui le attrici non fanno altro che avvicendarsi sulla passerella, distogliere l’attenzione dello spettatore dal contenuto, per concentrarsi su un contenitore splendente, glamour e affascinante; un vero specchietto per le allodole. Il film di Gary Ross è una copia carbone all’interno di una teca di diamante. Gioielli, vestiti e un’estetica patinata. Un vero e proprio inno ai cliché.









