Lynch-Oz, recensione: David Lynch ha mai lasciato il paese di Oz? 

Lynch-Oz è il documentario nato dalla mente di Alexander O. Philippe, candidato come Miglior Documentario presso il London Film Festival. Attraverso la voce di sei autori (Rodney Ascher, Justin Benson, Karyn Kusama, Amy Nicholson, Aaron Moorhead e John Waters), il regista indaga l’influenza che il Mago di Oz ha avuto sul cinema di David Lynch.
Lynch-Oz, recensione: David Lynch ha mai lasciato il paese di Oz? 

Lynch-Oz è il documentario del 2022 scritto e diretto da Alexander O. Philippe, nelle sale dal 15 al 17 maggio. Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, LynchOz cerca di rispondere alla domanda: David Lynch ha mai lasciato il mondo di Oz? (risposta: no). Ma fino a che punto il classico del 1939 di Victor Fleming, Il Mago di Oz (che Lynch ha visto e rivisto) ha influenzato la filmografia di David Lynch? 

Alexander O. Philippe ci risponde attraverso sei capitoli. Sei interviste jazz, come le definisce il regista, che aveva già raccontato l’America attraverso il mito del West in The Taking. Questa volta però non si serve della forma classica documentaristica. Sfrutta invece la voce di cineasti e critici proposta in voice-over e sovrapposta ad un grandissimo repertorio di clip presentate con la tecnica dello split screen.

Alexander O. Philippe passa in rassegna i due mondi, tra l’omaggio e il metacinema (ora più attuale che mai, come vi avevamo qui raccontato). Perchè come premette, i suoi film non sono puri documentari. Sono “film sui film”, passioni che è riuscito a tramutare in lavoro, e in effetti, in sala, quella passione arriva immediata.

Lynch-Oz: un puzzle di riferimenti 

Si parte dai riferimenti di più immediata rintracciabilità. Dalle scarpette rosse di Dorothy tramutate nei tacchi rossi di Laura Dern in Wild At Heart (nel film la mamma di Lula viene vista come la Strega dell’Ovest che impedisce la relazione tra i due protagonisti), fino al costante motivo del vento o del tendone dietro il quale Toto rivela l’identità del Mago, come le cortine rosse delle waiting room in Twin Peaks: Il Ritorno

Lynch stesso è l’uomo dietro la tenda, e lì preferisce rimanere: il gruppo di Oz rimane (ingiustamente) deluso nel vedere il Mago. Viene in mente l’episodio, lynchiano già di suo, in cui Lars Von Trier rimane nascosto in un ufficio per non incontrare Lynch. Lo aveva visto in compagnia di testimoni di Geova e il suo mito era così caduto.

Nel capitolo Membrane Rodney Ascher si sofferma sui temi più sottili. La ricerca dell’identità che si scontra con l’innocenza perduta: i personaggi di Strade Perdute che entrano nel giro della pornografia, l’idillio della Hollywood perduta di Betty/Diane in Mulholland Drive, riflesso della Hollywood di Warren Beatty. Il motivo del doppio tra il mondo di Oz e quello di Lynch si apre qui in un duplice senso: c’è la forse simbolica innocenza perduta di Dorothy (o di Laura Palmer o ancora dei protagonisti di The Elephant Man). Ma c’è anche la tragedia di Judy Garland stessa.

Il Mago di Oz è la quintessenza americana 

Il mondo colorato de Il Mago di Oz
Il mondo colorato de Il Mago di Oz

Si apre su questa frase della critica Amy Nicholson il capitolo Vento. La storia creata da L. Frank Baum nasconderebbe dunque in sé la dialettica statunitense, la pancia stessa dell’America. In tanti hanno tentato di captarne la chiave di lettura all’interno de Il Mago di Oz negli anni (ha permeato persino la scrittura di Robert Altman, che l’America l’aveva invece raccontata in una chiave cinematografica dissacrante).

Da chi ci ha visto l’American Dream fondato sull’etica lavorativa amish (che nella fiaba di Baum passa attraverso il percorso catartico e faticoso della strada dai mattoni gialli percorsa da Dorothy per raggiungere casa – concretizzazione del sogno nel tipico sobborgo americano), fino alla visione, forse più forzata, dello schieramento di Dorothy dal lato del ceto medio, rappresentato dal gruppo che la segue nella città di Smeraldo.

Ci viene detto però nel documentario: “Il ritorno a casa non è sempre piacevole”. Casa non è sempre un luogo confortante, ma un luogo in cui tanti Bob si celano nei quartieri all’apparenza più assopiti. Ma Lynch dimostra (in Velluto Blu come in Twin Peaks), come Bob sia solo l’alterego di figure più inquietanti nella propria normalità. 

Decostruzione del sogno americano in Lynch-Oz

Lynch-Oz e Nicolas Cage
Lynch-Oz e Nicolas Cage

Se nel Mago di Oz si cela la pancia dell’America, Lynch la squarcia figurativamente, come nell’inquietante fine della creatura kafkiana di Eraserhead. Fino a che punto, però, lo dimostra il documentario, in una carrellata di visioni della pop culture americana che si susseguono come nel finale di Babylon. E.T., Superman, all’inizio anche Marty McFly: tutti vogliono tornare a casa come Dorothy, tutti la ritrovano diversa. Il documentario non riporta tuttavia una forzata visione del Mago di Oz in ciascuno di essi, sebbene (giustamente) a volte l’associazione diventi per le sei voci qualcosa di più intimo.

Anche Lynch ha sempre cercato di far ritorno a casa, all’infanzia vissuta all’ombra del mito del benessere prospettato dagli anni ‘50. Tutti i narratori dei sei capitoli ne sono permeati. Tutti raccontano il periodo (terribilmente affascinante) degli anni dei colori accesi. Il sogno di Mr Sandman e il mito di Elvis riassunto nello stile in pelle di Sailor Ripley, protagonista di Wild At Heart. Lynch però, come i sei narratori, si dimostra consapevole delle contraddizioni della società del tempo, tanto da volerci dire: forse è meglio sognare quel tempo attraverso il filtro dello schermo.

David Lynch continua dunque a non svelare i propri trucchi: lui è più un tipo da A Little Less Conversation. Lynch-Oz però ci viene incontro, ci avvicina il più possibile a quel mondo surrelista, tanto che alla fine del film anche a noi viene voglia di tornare a casa, ma a Twin Peaks, alle 11:30 di mattina di un 24 febbraio.

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