Lars Von Trier, 67 anni di provocazioni: la nostra TOP 10

Provocatore, divisivo, ma sicuramente uno dei registi più influenti del cinema postmoderno. Nel giorno del suo 67esimo compleanno abbiamo deciso di omaggiare Lars von Trier con una TOP 10 della sua filmografia. Amato e odiato, folle e controverso, ma sempre fedele alla propria idea di cinema; perversa, malata forse, ma terribilmente affascinante.
Lars Von Trier, 67 anni di provocazioni: la nostra TOP 10

Oggi compie 67 anni uno dei registi più influenti del panorama cinematografico mondiale. Fin dal suo esordio nel 1984, Lars von Trier si è contraddistinto come implacabile provocatore, capace di dividere pubblico e critica, provocando negli spettatori sensazioni contrastanti. Quello del regista danese è un cinema perverso. Malato, secondo alcuni. Visionario, secondo altri. Amato e odiato come forse nessun altro autore, von Trier è stato capace di lasciare un’impronta indelebile nel cinema postmoderno, con pellicole entrate nell’immaginario collettivo come alcune delle più disturbanti e affascinanti degli ultimi 50 anni di storia del cinema.

Durante la realizzazione del suo progetto The Kingdom Exodus, terzo capitolo della serie The Kingdom – Il regno, presentato l’anno scorso alla Mostra del Cinema di Venezia, gli è stato diagnosticato il morbo di Parkinson, costringendolo a una pausa. Dopo quasi 40 anni di carriera, che andremo a ripercorrere in questa TOP 10 della sua filmografia, von Trier non sembra però intenzionato ad appendere la macchina da presa al chiodo. E allora questo è il nostro omaggio, ad altri anni di pellicole folli e controverse, pronti come sempre a sprofondare nell’oblio.

10. Manderlay (2005)

Bryce Dallas Howard e Isaach De Bankolé in Manderlay
Bryce Dallas Howard e Isaach De Bankolé in Manderlay

Sequel di Dogville e quindi secondo capitolo del dittico  USA – Terra delle opportunità, Manderlay è la naturale prosecuzione della critica di von Trier alla società americana. Il regista danese questa volta punta il dito contro il razzismo latente, rischiando però di essere frainteso.

Il tema centrale della pellicola è quello della schiavitù nell’America sudista, e von Trier ambienta la storia in una piccola cittadina dove, nonostante questa sia stata abolita, la comunità nera continua ad essere vessata sotto il potere dei bianchi. Si scoprirà però essere il volere della comunità, certa che la sottomissione sia il migliore dei mali, in un’America che non sarà mai pronta alla convivenza. 

9. L’elemento del crimine: l’esordio di Lars von Trier

Un frame de L'elemento del crimine di Lars von Trier
Un frame de L’elemento del crimine di Lars von Trier

L’esordio cinematografico di Lars von Trier, nonché primo capitolo della Trilogia europea. Il film che portò alla creazione del famigerato Dogma 95. Come farà successivamente con gli altri due atti della trilogia, il regista delinea i tratti di un’Europa decadente. 

L’ambientazione post-apocalittica si fa metafora di un continente ormai al collasso. L’elemento del crimine è un cerchio che si apre. La fantascienza che tornerà in Melancholia e la centralità della figura di un serial killer, che tornerà invece proprio nel suo ultimo film, La casa di Jack. Un noir in cui gli orrori della Storia influenzano l’umanità. Una discesa nelle profondità dell’animo umano, tra provocazione e messa in discussione dei propri ideali.

8. Europa (1991)

Una scena di Europa di Lars von Trier
Una scena di Europa di Lars von Trier

Il terzo e ultimo capitolo della Trilogia europea è il film più profondamente politico di Lars von Trier. Un americano di origine tedesca sceglie di trasferirsi nella Germania reduce dalla Seconda Guerra Mondiale, per dare il proprio contributo alla ricostruzione di una nazione dilaniata dai bombardamenti e dalle conseguenze delle atroci azioni naziste. Europa fa un uso estremamente avanguardistico del mezzo cinematografico, tanto da poter essere considerato il primo vero tassello di un’idea di cinema fortemente anarchica. Onirismo, ipnosi ma anche crudo realismo. Il Nazismo come mostro manipolatore e ombra latente. L’orrore di un passato pronto a riprendersi il presente. 

7. Nymphomaniac: Lars von Trier e il sesso

Charlotte Gainsbourg e Stellan Skarsgård in Nymphomaniac
Charlotte Gainsbourg e Stellan Skarsgård in Nymphomaniac

L’ultimo capitolo della Trilogia della depressione fece tremendo scalpore. Nymphomaniac, uscito in due volumi separati prima e in una director’s cut poi, priva di qualsivoglia censura, venne e viene etichettato tuttora come un porno. In realtà, l’inserimento di questa pellicola all’interno della suddetta trilogia svela appunto quanto quella di von Trier sia una profonda autoanalisi riguardo il suo rapporto con il sesso e con il genere femminile, nata in un momento di atroce malessere. Una seduta di psicanalisi autoimposta, dolorosa, mai inutilmente esplicita. Un film urgente, perché urgente era la necessità del regista di esternare il proprio dolore. 

6. Antichrist: Lars von Trier si mette a nudo

Charlotte Gainsbourg in Antichrist di Lars von Trier
Charlotte Gainsbourg in Antichrist di Lars von Trier

Antichrist è senza dubbio il film dove la perversione, il sadismo e la provocazione di Lars von Trier raggiungono il climax della sua intera filmografia. Primo capitolo della Trilogia della depressione, Antichrist assume le sembianze di un disperato grido di aiuto e al tempo stesso di liberazione. Il dolore atroce per la perdita di un figlio, l’elaborazione del lutto, la conseguente depressione e il tremendo senso di colpa. 

Metaforica, simbolica, controversa, violenta, la pellicola è un vortice di oscurità, un imbuto che conduce ai meandri più bui della mente umana. Probabilmente il film più intimo del regista, il più autentico. Sicuramente quello in cui più di ogni altro sceglie di mettersi a nudo

5. Dancer in the dark (2000)

Björk in Dancer in the dark
Björk in Dancer in the dark

La controversa visione del mondo di von Trier e il suo pessimismo cosmico fanno di Dancer in the dark quello che molti definiscono come il musical più drammatico che sia mai arrivato sul grande schermo. Provocazione e innovazione. Sognare ad occhi aperti mentre si va incontro ad una metaforica quanto letterale oscurità. Il potere del cinema e della musica come antidoto alle sofferenze della vita. Il realismo più granitico contrapposto alla fervida immaginazione. Ancora una volta una figura femminile erta a vittima sacrificale, esposta alla crudeltà del mondo. Un sogno splendente che si trasforma nell’incubo più tetro. 

4. Dogville: Lars von Trier contro la società

Nicole Kidman e Paul Bettany in Dogville di Lars von Trier
Nicole Kidman e Paul Bettany in Dogville di Lars von Trier

Il primo capitolo del dittico USA – Terra delle opportunità (inizialmente pensata come una trilogia) è sostanzialmente una pièce teatrale portata sul grande schermo. Dogville è assoluta sperimentazione cinematografica, una pellicola che lavora in sottrazione, a partire da una scenografia ridotta all’osso, che permette l’esaltazione delle interpretazioni e il messaggio di cui si fa portatrice. 

Dogville è in realtà la metafora dell’intera umanità, mentre Grace rappresenta in un certo senso una figura cristologica. Sfruttata, stuprata, derisa, incatenata, il suo candore e la sua bontà d’animo verranno estirpati una volta per tutte da una società infima e animalesca. Il perdono non è una possibilità, nonostante Grace si imponga un’etica indulgente, e l’umanità potrà soltanto bruciare tra le fiamme dell’Inferno.

3. La casa di Jack (2018)

Matt Dillon in una scena de La casa di Jack
Matt Dillon in una scena de La casa di Jack

La casa di Jack è una pellicola disturbante, repulsiva, perversa, ma terribilmente e inevitabilmente affascinante. È un viaggio tra le acque putride che allagano la mente di uno psicopatico narcisista. È egli stesso a farci da Cicerone, traghettandoci all’Inferno, come Virgilio fa con Dante, ma al tempo stesso è anche un’anima traghettata. 

Non c’è spettacolarizzazione della morte, così come non c’è esaltazione dell’assassino, che al contrario è un uomo affetto da disturbo ossessivo compulsivo, costretto a lottare con le proprie angosce. Von Trier elabora l’agghiacciante anatomia di un serial killer ma anche l’esperienza più vicina a quella catabasi dantesca di cui il film si fa metafora – qui trovate altri film ispirati al sommo poeta -, nonché catarsi della propria controversa aspirazione artistica. 

2. Melancholia: la depressione di Lars von Trier

Kirsten Dunst in Melancholia di Lars von Trier
Kirsten Dunst in Melancholia di Lars von Trier

Probabilmente il film più noto di von Trier, quello con cui per la prima volta ha abbracciato il grande pubblico. Non a caso è sicuramente il paragrafo meno radicale della sua filmografia. Melancholia è la pellicola in cui il dolore del regista si fa immediatamente percepibile, in cui la compassione del pubblico si fa unanime. 

Cinematograficamente von Trier raggiunge il proprio apice. Gli spazi immensi della villa e l’irrisorietà dell’uomo. Il rapporto tra due sorelle e l’approccio diametralmente opposto alla catastrofe, in un percorso quasi inverso. La meravigliosa rappresentazione della depressione come un pianeta in rotta di collisione con la Terra, con noi stessi. Il pessimismo di von Trier e l’inevitabile fine di tutto, soprattutto del dolore.

1. Le onde del destino (1996)

Emily Watson in una scena de Le onde del destino
Emily Watson in una scena de Le onde del destino

Il primo capitolo della Trilogia del cuore d’oro è uno delle pagine più strazianti del cinema di Lars von Trier. Un amore così totalizzante da diventare un’ossessione, sostanzialmente l’unica ragione di vita e insieme il più profondo tormento. Una fede cieca e una preghiera che diventa monito di una tragedia.

 Le onde del destino contrappone l’amore alla spiritualità, insiti d’altronde in una protagonista la cui bontà d’animo rappresenterà in realtà una condanna, la croce da portare sanguinante fin sul Golgota. Un atroce martirio per offrire il proprio corpo in nome dell’amore e di un miracolo per cui si è disposti a donare anche la nostra stessa vita.

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