Ladri di biciclette, 75 anni di un pilastro del neorealismo italiano

Oggi, venerdì 24 novembre 2023, è la data evento in cui festeggiamo i settantacinque anni di Ladri di biciclette, il capolavoro del regista Vittorio De Sica, uscito nel 1948. Film cardine del cinema neorealista, vi proponiamo la nostra recensione retrospettiva, per ripercorrerne l'importanza sociale e culturale.
Enzo Staiola (Bruno Ricci) e Lamberto Maggiorani (Antonio Ricci) in una scena del film Ladri di biciclette

Era il 24 novembre del 1948, quando uscì uno dei massimi capolavori del cinema nostrano. Stiamo parlando di Ladri di biciclette, l’iconico lungometraggio diretto dal maestro Vittorio De Sica che, a dirla tutta, lo ha persino prodotto e di cui ne ha, in parte, anche scritto la sceneggiatura, affidata, per lo più, ad un altro grande nome del neorealismo, ossia lo sceneggiatore Cesare Zavattini. Drammatico e dalle caratteristiche, per certi versi, thriller, il film in questione è uno dei pilastri della corrente artistica, soprattutto di carattere cinematografica, che si è imposta nel secondo dopoguerra in Italia, rivoluzionando la settima arte.

Chi sono i ladri di bicilette? In fondo, siamo noi, un po’ come, allo stesso modo, siamo il protagonista Antonio Ricci. Ladri di sogni e, ugualmente, abbandonati a noi stessi quando si tratta di ritrovarli. E allora che cosa ha rappresentato l’opera? Di certo, il film ha avuto un impatto sociale, ancor prima che culturale, garantendosi un premio Oscar come miglior film straniero nel 1950. Oggi, che è il 24 novembre 2023, ricordiamo il film, con grande entusiasmo, per i suoi settantacinque anni, proponendovi, dunque, una recensione retrospettiva per ripercorrere insieme la sua importanza e l’eredità che ci ha lasciato.

Ladri di biciclette, la trama

Lamberto Maggiorani ed Enzo Staiola in una scena del film Ladri di biciclette

Siamo a Roma. Caotica e, allo stesso tempo, così silenziosa, la capitale d’Italia riprende fiato dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Chi, invece, non sembra poter riprendere fiato è il protagonista Antonio Ricci, che corre da una parte all’altra della città eterna, mosso prima dalla speranza e poi, probabilmente, dalla disperazione. Antonio, inizialmente disoccupato, trova lavoro come attacchino comunale. Ed è proprio mentre sta incollando un manifesto cinematografico, che un ladro gli ruba la bicicletta – condizione imprescindibile per avere quel lavoro, per cui la moglie aveva ipotecato delle lenzuola – da sotto il naso. Il tentativo di raggiungerlo è vano.

Da questo momento, Antonio inizia una vera e propria caccia al veicolo a pedali. Lasciandosi trasportare dalla fiumana capitolina, sbattuto qua e là, il protagonista inizia a rivolgersi a chiunque, nel tentativo di ritrovarla. Inizialmente alla polizia, ma comprende fin da subito che le autorità non si sarebbero scomodate per un “furtarello” simile, poi ai suoi amici di partito, il cui aiuto, tuttavia, non risulta essere incisivo quanto sperato. Insieme al figlio Bruno passa da Piazza Vittorio a Porta portese – luogo dove, generalmente, venivano venduti gli oggetti rubati – ma invece che trovare la sua preziosa bicicletta, trova solo il ladro.

La critica alla poca collettività

Enzo Staiola interpreta Bruno in una scena del film Ladri di biciclette

Il titolo è abbastanza chiaro a tutti. Ladri di biciclette. Esattamente. “Ladri”. Il titolo parla evidentemente al plurale. Ma perché questa scelta, se di ladro, teoricamente, ce ne è solamente uno? La risposta è semplice ma non scontata. Infatti, nella sceneggiatura di Cesare Zavattini, c’è un ladro a inizio film ed un altro (mancato) ladro alla fine del film. Proprio così. Anche Antonio Ricci, d’altronde, preso dalla disperazione, alla fine del racconto, tenta di rubare, a sua volta, una bicicletta lasciata incustodita. E allora a questo punto, potremmo domandarci per quale motivo Vittorio De Sica decida di intraprendere questa strada.

Perché scegliere di mettere in cattiva luce un personaggio che, fino ad ora, era solamente la vittima della pellicola? Cosa c’è dietro? Il regista non vuole condannare il suo “eroe”. Non vuole nemmeno giustificarlo, ma non è di certo a lui che è mossa la critica. Questa è indirizzata verso la società all’interno della quale Antonio, e anche l’altro ladro, si muovono. Una società in cui, non essendoci, chiaramente, un’omogena distribuzione del benessere, coloro che appartengono alla classe proletaria – o comunque meno agiata – sono schiavi del proprio lavoro per poter sopravvivere e dipendenti da un oggetto, come una banalissima bicicletta.

Ladri di bicicletteche da qualche anno è stato anche restaurato – non risparmia nessuno. De Sica non muove una critica solo al sistema lavorativo postbellico, incitando alla lotta di classe, ma pone l’accento, in modo assolutamente pessimistico, sul mancato senso di collettività. Antonio, nel corso del film chiede aiuto a tutti, ma nessuno può o vuole aiutarlo. Non la polizia, poiché i suoi bisogni sono secondari. Non il partito in cui milita, sottolineando un’organizzazione forse volenterosa, ma non ancora efficace della politica del tempo. Non dai truffatori, che non aspettano che lucrare sulle disgrazie della povera gente, come la “santona”. Un’Italia in cui sembra che l’unica possibilità per i “poveri” sia quella di rubare ad altri “poveri”.

La matrice neorealista

Enzo Staiola e Lamberto Maggiorani in una scena del film Ladri di biciclette

Ladri di biciclette è un film che ha fatto scuola. Inserito nella lista dei cento film italiani da salvare, questo è anche stato acclamato dal pubblico – seppur non fin da subito – e dalla critica. Inoltre, è anche tra i film preferiti di molti artisti e attori come lui. Questo grazie alla capacità di De Sica e Zavattini – i quali hanno formato un binomio artistico per anni – di dar forma ad una pellicola che porta in scena la verità, e non come imitazione. Questa, d’altronde, è una delle prerogative del cinema neorealista. Raccontare la realtà attraverso un cinema “povero” e popolare.

Essendo l’origine di questa corrente fortemente legata alla resistenza, alla classe proletaria e a rappresentare la società per come si conosceva, De Sica porta in scena immagini della quotidianità di quegli anni, con quella che è la “teoria del pedinamento” (o “buco della serratura”), chiave narrativa elaborata da Zavattini, che consisteva nel (in)seguire vagabondi e persone comuni per concepirne le storie e fotografare la realtà senza mistificazioni. Per concedersi a pieno alla verosimiglianza, è stato necessario garantire delle performance recitative che fossero dialettali, dei quartieri popolari, in questo caso, della capitale, affidandosi ad attori non professionisti, come Lamberto Maggiorani, capaci di risultare ancor più credibili.

Per chiudere il cerchio, Ladri di biciclette è stata in grado di rappresentare gli occhi tristi e malinconici dei suoi personaggi, anche grazie al riflesso, dentro di essi, di una Roma ancora affaticata dalla guerra che, vecchia, frantumata e ancor più malinconica dei suoi figli, li guarda immobile, un po’ augurandogli il meglio, un po’ schiaffeggiandoli, ma avvolgendoli, infine, in un abbraccio materno. Un po’ come nella scena finale, con il confondersi e mescolarsi di migliaia di corpi, che si allontanano verso l’orizzonte della città eterna, sperando in un miglior domani.

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