La Grazia, recensione: l’anti-Divo di Sorrentino apre Venezia 82

La Grazia e il suo protagonista, un Presidente della Repubblica in piena crisi esistenziale, sono esattamente speculari al capolavoro su Giulio Andreotti. È Paolo Sorrentino che continua a chiudere i conti col passato. Ed è una gran bella apertura del Festival di Venezia.
Toni Servillo in una scena del film La Grazia

Presidente, lei ha fumato“. È questa la prima frase pronunciata ne La Grazia di Paolo Sorrentino, film d’apertura del concorso di Venezia 82. Comincia così, e il pensiero va direttamente a Il Divo: “Presidente, stia dritto“. Comincia così, dopo una sfilza di titoli di testa su cielo azzurro e frecce tricolore, che elencano gli innumerevoli obblighi e doveri di un Presidente della Repubblica Italiana, così tanti che incurverebbero la schiena anche al più pulito fra i rognosi. Comincia così, dopo una sigaretta fumata su una terrazza, e il ricordo va immediatamente a Jep Gambardella su sottofondo di un’italodisco.

Ma La Grazia non è né La grande bellezza, né Il Divo. In un certo senso, è proprio il suo opposto. Ed è il terzo tassello di questo nuovo Paolo Sorrentino, che guarda al suo passato per dare risposte diverse alle stesse domande, che può piacere o non piacere, ma che resta molto interessante da analizzare.

Bentornato Presidente!

Toni Servillo in una scena del film La Grazia

Prima di questa mattina non si sapeva quasi niente del soggetto de La Grazia, quindi fissiamo qualche punto fermo e tanti dettagli dell’affresco tutt’intorno. Siamo nelle stanze del Quirinale, di cui abbiamo “una discreta consuetudine” [Il Divo, 2008]. Toni Servillo interpreta Mariano De Santis, giurista di ferro che un tempo scrisse un manuale di diritto penale da 2046 pagine su cui si sono svenate generazioni di studenti. Ora, alla fine del suo mandato, è forse il Presidente più amato della storia repubblicana.

Perché è un’Italia molto diversa, quasi utopica anche se quasi mai mostrata fuori dai palazzi del potere, quella de La Grazia. Un’Italia con un Papa nero che gira in scooter, molto più laica di quella in cui viviamo noi. Nella quale Italia, sul tavolo del Presidente, come ultimo atto da firmare arriva addirittura una legge sul diritto all’eutanasia (tanto è risolta quest’Italia che non c’è) assieme a due richieste di grazia, che con l’eutanasia hanno molto a che fare.

Cristiano Arpa, professore stimatissimo, in carcere da 15 anni per aver aver soffocato nel sonno la moglie malata di Alzheimer dopo aver passato 7 anni ad accudirla. Isa Rocca, moglie abusata, in carcere da 9 anni per aver ucciso il marito nel sonno con 18 coltellate dopo anni di violenze indicibili. Due uxoricidi, due eutanasie, perché a sentire Isa Rocca, il suo caso non è diverso da quello di Cristiano Arpa: “Ho liberato mio marito da un male incurabile“. Tre firme, un’unica bruciante questione. Ma il Presidente è un immobilista, un ex democristiano, però ascolta Guè Pequeno e si trova nel mezzo di un’improvvisa crisi di coscienza, adolescenziale e di mezza età, tutte assieme. Lui non è Giulio Andreotti. Ne è l’esatta nemesi cinematografica.

La Grazia e Il Divo, un cerchio che si chiude

Toni Servillo in una scena del film Il Divo

Molti ipotizzavano che La Grazia fosse un ritorno a Il Divo – che secondo l’opinione di chi scrive rimane il miglior film di Paolo Sorrentino. Molti si sono trovati a constatare invece che non lo è affatto. Entrambe le ragioni sono vere. Si sta come sulle terrazze della grande bellezza, sopra i palazzi del divo.

Perché la sensazione di star guardando Giulio Andreotti allo specchio, ribaltato, speculare, ma sempre disseminato in ogni battuta e passaggio di questo film, è fortissima. Innanzitutto, parlano entrambi di solitudine, fra le tante cose. Mariano De Santis si rivolge come voce narrante alla defunta moglie Aurora, proprio come faceva Andreotti con Livia – “Ti ricordi? Sì lo so ti ricordi” – con la differenza che qui non è un Mea Culpa, ma una dichiarazione d’amore. Con la differenza che Mariano fuma dove Giulio non aveva “vizi minori”, a intendere ben peggio. Con la differenza, soprattutto, che a Mariano De Santis non piace dimenticare – “Chi non vuol far sapere una cosa, in fondo non deve confessarla neanche a se stesso, perché non bisogna mai lasciare tracce” – ma ricordare.

Al di là degli innumerevoli sinonimi e contrari che potrete divertirvi a individuare fra La Grazia e Il Divo, il punto è cosa questa specularità ci dice, del cinema di Sorrentino da È stata la mano di Dio in poi. Racconta di un ritrovato ottimismo, di chi vuol far pace coi demoni e parlare dei santi, di chi vuole chiudere archi prima di aprirne di nuovi.

Quanto pesa… i nostri corpi?

Toni Servillo in una scena del film La Grazia

Di chi sono i nostri giorni?“. Questa la domanda che Dorotea De Santis, figlia di Mariano e anche lei giurista che lo affianca passo passo negli affari di Stato, pone al padre. Che tradotta potrebbe anche suonare: “A chi appartengono i nostri corpi?“. Per ovvie ragioni, La Grazia gira tutt’intorno a un tema che coi corpi ha molto a che fare. Ma La Grazia è anche, nell’immagine, un film di corpi che occupano uno spazio. Mariano De Santis è soprannominato “Cemento Armato” e sente un peso gigantesco sulle spalle: quello della sua vita, della sua Presidenza e di un tradimento commesso, 40 anni prima, dalla moglie. Ma quando si aggira in queste sale vastissime, sembra non occupare nessuno spazio.

Lo occupa però nella vita di sua figlia, una gran brava Anna Ferzetti, sempre al seguito di un padre che l’ha sempre tenuta col fiato sospeso. Di chi è il nostro respiro, mozzato? Appartiene a noi o ai nostri padri? Dice Dorotea: “Noi grazie a voi siamo meglio di voi“, ribadendo una fiducia nei giovani che Sorrentino come uomo, prima ancora che come regista, ha sempre mantenuto. Mi trovo a condividerla. D’altronde, ho respirato per la prima volta poche settimane fa, quando mi sono lasciato alle spalle mio padre.

E quindi La Grazia è un film di corpi schiacciati e imprigionati che ritrovano una loro leggerezza, la loro libertà, un’assenza di gravità. È Giulio Andreotti che non sta più “tanto comodo così“. Ed è Paolo Sorrentino che per la terza volta esce dalla comfort zone (sbagliando o meno) e rimette in discussione tanto, del suo cinema, pur restando inconfondibile. Pone le stesse domande, ma giunge a risposte opposte. Forse perché, come si diceva in Parthenope, da giovani non si sanno porre le domande. O forse semplicemente perché “saper vedere, è l’ultima cosa che si impara a fare“.

E allora andate a vedere, non semplicemente guardare La Grazia. Troverete come sempre qualcuna delle sue (sorrentinate e sibillini aforismi) ma altrettante scene di rara bellezza e composizione. Vi basti sapere che, qui a Venezia, ha strappato il primo applauso in sala a dieci minuti dall’inizio. Sarà il numero, che porta fortuna.

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