Io con Paolo Sorrentino ho un rapporto molto strano: lo amo e non lo sopporto. Apprezzo gran parte di tutta la sua prima filmografia e considero Il Divo uno dei miei film preferiti nella storia del cinema. Tanto velocemente mi feci conquistare da La grande bellezza quando lo vidi la prima volta in sala, quanto rovinosamente me ne disamorai a ogni nuova visione. In generale, da This Must Be the Place in poi, mi aveva perso. Per questo, ancora una volta, ero terrorizzato dal vedere Parthenope in quel di Cannes 77, dove avrei dovuto recensirlo.
Terrorizzato come lo ero prima di vedere È stata la mano di Dio, che invece fu il film che mi fece rinnamorare di Paolo Sorrentino. Forse perché era quello con cui finalmente vuotava il sacco, piuttosto che trincerarsi dietro tutta la vuotezza bohémien come solo un Jep Gambardella. Così, riscopertomi ad amarlo, temevo con Parthenope in una nuova ricaduta, come quando ti rimetti insieme dopo lunga pausa ma la relazione è ormai incrinata, irrecuperabile. Temevo con Parthenope di trovarmi davanti “un Youth all’incontrario, in salsa napoletana“.
E, vi stupirà sapere, Parthenope ha fatto esattamente questo: tutto ciò che mi aspettavo facesse, per farmelo odiare. Quindi non mi stupiscono affatto e capisco benissimo le critiche copiose che vedo sollevate in giro e che ho visto sollevate a Cannes, quasi mi stupisco piuttosto di non essere caduto da quel lato. Perché io, Parthenope, l’ho amato (e l’ho amata). Ripeto, ho un rapporto molto strano, forse come lo si ha con Napoli: si ama e non si sopporta. Spesso non si sa spiegare né l’una né l’altra cosa. Io ci proverò, perché i motivi per cui mi è piaciuto Parthenope mi sono chiarissimi, cristallini quanto un lungomare vesuviano, battuto dal sole, di una calda estate, di cinquant’anni fa.
Parthenope è Napoli

Parthenope è la storia di una donna, ed è la metafora di una città: le due condividono il femminile, la sfrontatezza, l’imperscrutabilità e tutte le contraddizioni che possono convivere in un carattere complesso. La prima nasce nel 1950 fra le acque di Posillipo, vent’anni dopo è una ragazza di rara e indecifrabile bellezza. Ne è consapevole e in parte (solo in parte) sembra marciarci sopra, regalando a destra e manca sentenze lapidarie che hanno il suono di una truffa, sguardi indescrivibili che farebbero liquefare pure il sangue di San Gennaro. Parthenope causa di dannazione, di miracoli, di suicidi. A un certo punto, proprio come per Fabietto Schisa, il percorso di Parthenope viene interrotto da un drammatico lutto e dalla conseguente rottura con la sua famiglia, che la colpevolizza.
Alla radice della struttura narrativa, Parthenope di Paolo Sorrentino funziona come il più semplice e classico dei racconti di crescita segnati da un singolo evento traumatico e da una serie di incontri di formazione. Incontri che nel cinema di Sorrentino hanno sempre assunto il carattere di apparizioni manifeste, allegorie fatte persone, fantasmi del natale futuro che, ciascuno con la loro lezione di vita da offrire a Parthenope, affastellano le guglie di una città che si riguarda dall’alto, e si giudica, e si assolve da sola. Uno scrittore alcolizzato, un’ex diva con troppi lifting, un’altra con troppo rancore, un prete non proprio casto, un mafioso che non potrà mai esserlo: Parthenope incontrerà tutti loro, e da tutti trarrà una lezione preziosa. Ma per la più preziosa di tutte ci sarà ancora da aspettare.
Il felliniano nel cinema di Sorrentino

Prima di arrivarci vorrei prendermi una parentesi, una parentesi che si chiama Gary Oldman: lui interpreta lo scrittore alcolizzato John Cheever che Parthenope ammira fra le pagine e poi incontra a Capri senza riconoscerlo – mi è accaduto lo stesso, tornato a Roma dopo aver visto il film mi sono ricordato di aver un suo romanzo fra gli scaffali. Lui che rappresentava, proprio Gary Oldman, il motivo per cui la visione di Parthenope mi terrorizzava, ed è diventato invece uno di quelli che me l’hanno fatto amare. Giacché al momento dell’annuncio, della trama di Parthenope si sapeva molto poco, ma la presenza di Gary Oldman nel cast giganteggiava su tutte le prime pagine. A molti venne naturale pensarlo protagonista, e da qui la mia preoccupazione, da qui il pensiero di “un Youth in salsa napoletana“.
Io ho una mia teoria con Sorrentino, ce l’ho da anni: che il suo sia un cinema di chiara ispirazione felliniana è evidente a tutti, ma quando lo è troppo, sono le volte in cui mi ritrovo a odiarlo. Non regge il confronto. Felliniani devono essere gli incontri, queste collisioni con l’onirismo che però, appunto, debbono esaurirsi nella durata di uno squarcio dalla realtà – perché sì, alle volte, “la realtà è scadente“. Ma quando felliniano è il protagonista? De La grande bellezza crediamo felliniana tutta quella fauna di personaggi assurdi che circondano Jep Gambardella, ma sono abbastanza sicuro che loro direbbero lo stesso di lui. L’unica scena in cui il reale fa veramente breccia in tutto quel chiasso è quella in cui Jep va a casa dell’ex marito di Elisa, ora vedovo, già accoppiato con la sua governante. In quella scena Jep smette di essere il protagonista, e lo diventa l’altro.
Allo stesso modo la scena di È stata la mano di Dio in cui Fabietto Schisa incontra nella notte lo Sceicco con la modella leopardata (vado a memoria): quella scena funziona perché rappresenta l’incontro fra due mondi, e non siamo nemmeno così sicuri che uno dei due esista davvero. Ecco, Gary Oldman è in Parthenope esattamente ciò che quello Sceicco e Consorte furono in È stata la mano di Dio: un incontro fugacissimo, che si prende a malapena cinque minuti di film, e tanto basta. Perché le lacrime ubriache di John Cheever sono qualcosa che spezza in due, e perché se c’è qualcosa che Sorrentino mi ha insegnato al pari di Fellini è proprio questa: che quando il felliniano fa breccia nel reale, è interessante; ma quando è il reale a entrare il felliniano, ecco lì forse se lo poteva permettere solo Fellini.
Saper vedere, l’ultima cosa che si impara

Ovviamente, ridurre tutto il motivo del perché Parthenope mi sia (sorprendentemente) piaciuto a questo pedissequo ragionamento sul rapporto fra sorrentiniano e felliniano, e di come in Parthenope trovi il giusto equilibrio, sarebbe poca roba. Proprio Parthenope, con noia, mi risponderebbe: “Che idea balorda“. È uno dei motivi, non l’unico. L’altro ha a che fare con una cosa che si dice a fine film, e stavolta la lezione ce la regala un vero e proprio professore, un docente della facoltà di antropologia, che Parthenope ha iniziato a frequentare. È un professore burbero, severissimo, temuto da tutti meno che da lei. A interpretarlo c’è un bravissimo Silvio Orlando e il suo è un personaggio importantissimo perché nonostante sia il più “reale” di tutti – per riprendere il ragionamento di prima – è proprio quello che più ha avuto a che fare con l’impossibile, con l’onirico e l’irrazionale.
Parthenope lo incalza tutto il film con una domanda: “Cos’è l’antropologia?“. Lui per tutto il film le dà varie risposte e nessuna è quella che pensa davvero. Fin quando, poi: “Antropologia è saper vedere. E vedere è l’ultima cosa che si impara a fare“. Ecco, credo che mai come in questo film Sorrentino abbia fatto lavoro d’antropologo. Che forse proprio dopo È stata la mano di Dio, chiudendo finalmente una ferita troppo a lungo passata sotto silenzio nel suo cinema (ma questa è sempre una mia teoria, lui me la stroncherebbe), abbia scoperto una nuova, ennesima fase di maturità. Che mai abbia visto – più che semplicemente guardato – come ha visto Parthenope. Io me la spiego così, perché altrimenti non me la spiego.
Sulla bellezza di Parthenope
Poi mi si potrà sicuramente contraddire e non a caso distinguo fra “vedere” e “guardare”, perché ho gli occhi per leggere e non mi stanno certo sfuggendo le molte critiche mosse da un’ampia platea femminista, secondo cui questo sarebbe un film misogino e oggettificante che ridurrebbe tutta una donna alla sua bellezza. A dirla tutta posso capire e persino condividere da dove possa nascere questa critica, ma purtroppo o per fortuna sono un uomo; e per quanto non mi sembrasse giusto passare sotto silenzio questa grossa fetta di discussione che sta nascendo proprio in queste ore, non mi trovo evidentemente nella consapevolezza né in diritto di intromettermici.
Dico evidentemente perché a me, purtroppo o per fortuna, Parthenope ha commosso come mai avrei potuto prevedere. Commosso per la sua bellezza contemplativa, in cui il fascino (anche interpretativo) della rivelazione Celeste Dalla Porta gioca sicuramente un ruolo, ma che proprio per la sua natura contemplativa non si riduce a un semplice discorso di bellezza estetica, come non vi è ridotta Parthenope, credo.
Chiudo dicendo che nel frattempo, da quel giorno a Cannes, con Sorrentino mi ci sono trovato a parlare un paio di volte, e mi sembra giusto riportarvi quello che mi ha detto: che Parthenope è più un film sul tempo e sulla memoria, che una metafora di Napoli. Sicuramente, per tutte queste ragioni, è un film su cui bisognerà tornare. Nell’attesa vi lascio con questo brano, il Valzer Triste di Sibelius, che non è presente solo in Parthenope ma anche in Allegro non troppo (1976) di Bruno Bozzetto, uno dei miei film preferiti.
E forse allora proprio adesso mi rendo conto che con me Parthenope ha giocato facile, ma sono contento abbia vinto. Perché per quante stroncature possa sentire associate a Parthenope, estetiche o ideologiche che siano, posso assicurarvi che di film brutti ne vedo anche troppi; e i film brutti, scene così, non ce l’hanno. Scene che, quel giorno a Cannes, mi hanno fatto piangere le lacrime più belle che si possano piangere davanti a un film: quelle della commozione e quelle, sì, per la troppa bellezza. Proprio lei.
Trovate Parthenope, al cinema, assieme a tutte le altre uscite di ottobre.









