La Cocina, recensione: un The Bear spalmato troppo a Berlino 74

Fra The Bear e Boiling Point, fra piani sequenza unici e cucine da incubo, La Cocina tenta di aggiungere qualcosa raccontando soprattutto la dimensione multiculturale di New York. Impeccabile tecnicamente, sbaglia a settare il timer, e stracuoce un po’.
Raúl Briones Carmona e Rooney Mara nella locandina del film La Cocina

La Cocina è l’esempio perfetto di come un film egregiamente girato, con ottimi spunti e un altrettanto ottimo comparto tecnico, buone trovate, possa essere se non rovinato, quantomeno appesantito da una lunghezza di 139 minuti laddove ce ne sarebbero stati bene 90 o 100 al massimo. Un’ora di troppo è tanto, e in certe scene si vede.

Poco prima di entrare in sala, qui alla Berlinale 74, faccio la conoscenza di un ragazzo di Londra. Una volta usciti, lui mi dice che ha trovato “la scelta della cucina come set tanto inconsistente quanto lo stile“. Che è la tipica frase che direbbe un londinese. Non concordo, trovo invece che il set della cucina come microcosmo infernale sia una buona trovata, come si sta dimostrando in diversi altri prodotti negli ultimi anni – anche solo perché, forse dall’avvento di Masterchef in poi, da quando cioè l’ambiente cucine è diventato un ecosistema d’interesse pop, si è iniziato a parlare di quanto in realtà questi ecosistemi risultino tossici. Però i problemi ci sono; sono altri.

Una giornata di culinaria follia

Rooney Mara e Raúl Briones Carmona nella locandina del film La Cocina

Tutto il film è ambientato, dalle preparazioni mattutine fino al secondo turno serale, nel corso di un’intera giornata nelle operosissime cucine di un Grill di New York, nei pressi di Time Square. Pedro (Raúl Briones Carmona) è un immigrato messicano addetto alla postazione delle fettine di pollo al marsala. Al suo fianco Estela (una giovanissima e molto talentuosa Anna Díaz), una ragazzina che non spiccica una parola d’inglese e neanche in età legale per lavorare, ma comunque in cerca di lavoro.

Pedro deve fare i conti con il suo carattere impossibile, uno chef che vuole cacciarlo, la promessa indeterminata di ottenere i documenti per diventare un regolare e la gravidanza indesiderata di Julia (Rooney Mara), una cameriera con cui ha avuto dei rapporti occasionali. Indesiderata per lei, che infatti vorrebbe abortire nella pausa fra turni; lui il figlio lo vorrebbe, così da rendere fiero suo padre in Messico.

E come se non bastasse, l’accusa di aver sottratto oltre 800 dollari dalla cassa del ristorante, furto su cui si sta effettuando un’indagine interna ma di cui lui sembra il perfetto capro espiatorio. Vediamo così disvolta un’intera giornata da panico, che probabilmente in realtà è pura normalità, uno stress al limite della vita che si ripete sempre uguale ogni giorno e che porterebbe chiunque all’esaurimento, alla sua Giornata di ordinaria follia. Il vero lavoro, è riuscire ad arrivare a chiusura prima di diventare un Michael Douglas. Ogni giorno è una nuova corsa contro contro il tempo, una scommessa contro la follia e il rimpatrio.

Il problema de La Cocina è che stracuoce

Boiling Point con Stephen Graham e The Bear con Jeremy Allen White a confronto

La cucina de La Cocina funziona come microcosmo che racconta molte cose. Un luogo-mondo in cui si riducono tutte le azioni e le vite di questi esseri umani: vivere, mangiare, fare sesso, morirci. E soprattutto vi è racchiuso tutto il multiculturalismo di una città come New York e di un Paese come l’America, ben rappresentato in una scena (su tante) in cui gli addetti delle varie postazioni iniziano a insultarsi in ogni lingua possibile, un crescendo polilinguistico da Torre di Babele. E che infatti porta a chiedersi: “Cos’è veramente l’America? Chi sono, ormai, gli Americani?“. Sembra un po’ il progetto fotografico Humans of New York, un po’ il ritratto umano (sempre in bianco e nero) di C’mon C’mon.

L’unico vero problema de La Cocina è la lunghezza ridondante di queste scene. Per un film girato in un unico ambiente, in cui il tempo del racconto finisce quasi per eguagliare il tempo della storia, due ore sono già tante, figurarsi superarle. L’aveva capito bene Polanski in Carnage (80 minuti) che dopo l’ora e mezza si inizia a strafare, annoiare o ripetersi. Diventa evidente in una scena in particolare de La Cocina, un lunghissimo zoom su uno dei cuochi (10 minuti buoni) mentre racconta una storiella sugli alieni che dovrebbe essere metafora del fenomeno dell’immigrazione negli Stati Uniti. Peccato che, in tempo per la fine dello zoom, la morale sembra di difficile comprensione, e lui chiosa con: “Non lo so neanche io cosa ho detto“. Ecco, in realtà La Cocina ce l’aveva molto ben chiaro cosa voleva dire e perché, quindi non si capisce perché abbia scelto di perdersi più nelle parole che nei significati che, pure, arrivano.

Di film e serie sull’universo cucine ne abbiamo già visti e gli espedienti tecnici cui si prestano, imparato a conoscerli. Nel 2021, Boiling Point fu più che altro un esperimento stilistico con quel suo intero piano sequenza unico, stratagemma che fa gola per descrivere la frenesia di una cucina. Poi è arrivato The Bear, che ha riproposto l’espediente aggiungendovi molto di nuovo nelle psicologie. La Cocina poteva – e voleva – raccontare altro ancora. In parte lo fa, ma nella seconda metà si perde, preda della sua stessa follia.

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