C’mon C’mon, il film con Joaquin Phoenix scalda il cuore: la recensione

C’MON C’MON: RECENSIONE NO SPOILER

Passato per la Festa del Cinema di Roma lo scorso ottobre, da oggi e finalmente in sala l’ultimo film targato A24, una delle case di produzione più preziose di memoria recente per il suo occhio di riguardo riservato al cinema indipendente. Prodotto con un budget che fa quasi tenerezza, soprattutto se confrontato ai notevoli risultati ottenuti, C’mon C’mon porta la firma di Mike Mills e conta su uno degli interpreti più talentuosi degli ultimi anni. Il film con Joaquin Phoenix scalda il cuore e diventa seduta di psicologia formato famiglia, tradizionale e non. Un libro intervista, una capsula del tempo tesa a gettare uno sguardo sulle città del futuro e sulle umanità che le abiteranno (forse).

Anyone Who Knows What Love Is

Jessie e Johnny
Jessie e Johnny

Joaquin Phoenix è Johnny, che è lo zio di Jessie (Woody Norman), che è il figlio di Viv (Gaby Hoffman), che è la moglie di Paul (Scott McNairy). Ma Paul è affetto da un disturbo schizofrenico che lo trova, a inizio film, nel pieno di una nuova fase maniacale, incapace di accudire il figlio come anche di badare a sé stesso. La situazione costringe Viv a ricoverare forzosamente il marito e a occuparsi di lui, allontanandosi però dal figlio col quale ha stabilito un rapporto tanto protettivo quanto è poi severo negli approcci educativi. Di pasta ben diversa è fatto Johnny, abituato a relazionarsi con i bambini solo per mezzo del filtro radiofonico, a distanza di microfono.

La capsula del tempo è infatti quella di Johnny, che sta preparando un documentario radiofonico e forse anche visivo, oltreché uditivo, raccogliendo le testimonianze di centinaia di giovanissimi nelle principali metropoli statunitensi. Così bravo ad ascoltarli per la durata di un’intervista, si scoprirà molto più impreparato a comprenderli, per la durata di un film intero. Quando cioè Viv chiede al fratello sempre in viaggio di portare con sé, assieme alla strumentazione, anche il nipote Jessie, inizialmente solo per qualche settimana, per dare al marito il tempo di recuperare. Quando però il ricovero si farà prolungato, perché la malattia non sta ai tempi di nessuno, il ritorno a casa di Jessie verrà posticipato. Con sua felicità, scoprirà.

Perché C’mon C’mon, alla superficie, è essenzialmente questo. Questo viaggio di città in città, da Seattle a New York fino al carnevale di New Orleans, di due generazioni agli antipodi, inizialmente restie l’un l’altra: “But anyone, who knows what love is, will understand” – ci canta Irma Thomas. Sullo sfondo di Smart City (solo promesse) dagli skyline sempre diversi, le cui tonalità forti sono però addolcite da questo bianco e nero dai toni jazz: nitido e luminoso da grande fotografia americana o come il jazz della Manhattan di Woody Allen. Ma ogni emozione ha le sue tonalità, a ogni prima neve il suo jingle.

Humans of the Smart City

Le aeree di C'mon C'mon
Le aeree di C’mon C’mon

Le ricorrenti aeree cittadine, mozzafiato, si accompagnano a sonorità quasi sci-fi, promesse di un futuro che sta cambiando, si spera, in meglio. Ma sono i suoi abitanti giovanissimi, questi humans of the metropolis, a contare. La grande mostra di nuovi volti americani e potenzialmente del mondo, grazie all’incredibile multiculturalismo cui si da costante risalto, dal bianco, al nero. Questa saggezza dell’infanzia e delle promesse del domani, pronunciata sullo sfondo dei grandi agglomerati urbani che faticano a diventarlo, del domani, a combaciare con chi li dovrà abitare. Città e cittadino.

Ma tanto è sconfinata questa distesa eterna dai grattacieli a perdita d’occhio, che incontaminata non lo è poi tanto, così è agorafobico, quasi preso dalla vertigine emotiva, il suo protagonista. Chiuso in sé stesso, Joaquin Phoenix si fa portavoce di un’intera generazione che ha fallito senza esserne colpevole: forse, a sua volta, a causa dei propri padri. Adulti schizofrenici e atarassici, ora preclusi alle emozioni ora incapaci di dare loro contegno e misura: chi troppo, chi troppo poco, for the sake of Jessie. Che guarda a Phoenix dal basso del suo metro e dieci gli fa: “La tua è una generazione perduta“. E Phoenix che sospira, con deferenza, come solo lui sa fare.

Sono i bambini, in realtà, a intervistare i grandi. Per Phoenix quelle domande si risolvono in una seduta di psicologia altrui che gli permetta di procrastinare, in realtà, quella cui si dovrebbe sottoporre lui: “Attraverso le mie interviste mi astraggo dalla mia vita e permetto a loro di farsi un’idea della loro, di darsi un’immagine di sé ascoltando le proprie risposte“. Ma in realtà i bambini, nell’atto in cui si fanno un’immagine di sé stessi, se ne fanno anche una degli adulti. Li capiscono, simpatizzano anche: la prima, in inglese, è I feel you, cioè “ti provo”; la seconda, dall’etimologia greca, è syn-pathos, cioè “patire insieme”.

C’mon C’mon ‘n’ answer

Una scena di C'mon C'mon
Una scena di C’mon C’mon

Quindi li capiscono, empatizzano, ma attraverso questo capiscono anche come far meglio o quantomeno diversamente, guardandosi bene dal riprodurne le emozioni (o l’apatia): forse solo la rabbia o la frustrazione, alle volte, per reazione. Attraverso questo si scoprono l’un l’altro, vicendevolmente, a suon di domande e risposte che, però, non sono mai scontate. È tutta una seduta psicanalitica, che funziona di transfer ma in senso inverso, da chi risponde a chi domanda. Le domande non sono mai indiscrete, le risposte lo sono a volte, diceva qualcuno in un film.

Questo ribaltamento di ruoli può risultare a tratti forzoso in C’mon C’mon, sì pedagogico ma inserito in un contesto che avevamo imparato ad apprezzare per la sua semplicità, il suo realismo e la sua verità. In questo l’estrema maturità anche terminologica di Jessie – “zona di resilienza” on top of the list – può apparire forse eccessiva. O forse è solo il nostro filtro, già adulto, che ce la fa giudicare tale, immemori di quando eravamo noi, a scimmiottare le maturità genitoriali venandole però di una purezza unica. Forse per gioco, forse per crescere.

Nel ribaltamento di domande e risposte, le prime di Jessie suoneranno insomma di troppo. Ma per fortuna, a rispondere, c’è un orso emotivo come Joaquin Phoenix che rende credibilissimo tutto il botta e risposta. Che lo sorregge, in un certo senso, rendendo possibile ciò che per qualunque altro attore sarebbe stato impossibile. Perché è proprio C’mon C’mon a insegnarcelo: non conta solo come si pone la domanda, ma anche come la riceve chi sta dall’altro lato. Ed è anche un film, che per messaggi ne ricorda un altro, forse troppo alto, ma sempre bianco e nero: “You, the people, have the power: to make these cities free and beautiful, to make this world a wonderful adventure“. Forse C’mon C’mon non ha, davvero, la forza per lanciarlo, ma questo è quanto si ripropone. E voi, risponderete?

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