Islands, recensione: un bel thriller fra Match Point e La piscina

Fra La piscina e A Bigger Splash ma con l’aggiunta dell’elemento tennis, Islands è un thriller estivo di memoria Anni '60 che affascina soprattutto per l’aspetto della sua pellicola. Ma il punto forte è la gestione dei tempi, cosa rara in molti thriller di oggi.
Sam Riley, Stacy Martin e Jack Farthing in una scena del film Islands

Finalmente un film che fa quello che deve e promette, in questa deprimente Berlinale 75 dove la maggior parte dei film non hanno idea di cosa vogliano fare, e l’altra metà sarebbe stato meglio se non l’avessero fatta proprio. Si intitola Islands, come thriller erotical-estivo non si inventa granché di nuovo, ma fa il suo degno lavoro e tanto basta per farcelo piacere.

Complici anche le ambientazioni suadenti e questa fotografia afosa e abbagliante, Islands è un film che vive di fascino vecchio stile, propriamente old fashioned, che parte da La piscina con Alain Delon, arriva al (non così riuscito) remake del 2015 a firma Luca Guadagnino, e cavalca l’onda del tennis come metafora cinematografica prediletta degli ultimi anni.

Se dovessimo racchiudere Islands in due parole che forse non avete mai sentito, sarebbero “grima” e “barbaglio”. E ora vi spieghiamo cosa significano.

Travolti da un insolito casino

Sam Riley in una scena del film Islands

La prima cosa bella di Islands sono i suoi titoli di testa, che impostano il tono di tutto ciò che verrà. Il regista Jan-Ole Gerster sceglie uno di quei font ciccioni color giallo sabbia con cui esordivano certi film hawaiiani a cavallo fra gli Anni ’60 e ’70. Subito dopo, un corpo viene inquadrato con la faccia nella sabbia e il sole allo zenit a ustionargli la nuca. 

Siamo a Fuerteventura, nelle Canarie, e quel corpo è di Tom, interpretato da uno sfatto e azzeccatissimo Sam Riley, maestro di tennis che lavora in un resort all inclusive. Un tempo aveva un futuro promettente nel tennis, si scontrò anche con Nadal ed è il motivo per cui tutti lo chiamano ACE, ma un infortunio alla spalla gli stroncò la carriera sul nascere. Bloccato quindi da anni su quell’isola arida, ACE si barcamena fra la più totale assenza di prospettive, una cirrosi epatica sempre incombente, due occhiaie da fuoriclasse e occasionali sveltine con le ospiti dell’hotel, per poi risvegliarsi nei luoghi più impensabili. 

Un giorno sul campo da tennis si presenta una donna misteriosa che gli chiede di allenare il figlio. Lei sembra conoscerlo già, fra i due c’è uno strano déjà vu e la donna non maschera l’attrazione per ACE nemmeno di fronte al marito, un coglionazzo fedifrago che al suo fianco ci sembra finito per caso. Quando il marito scompare al termine di una giornata in cui ACE ha portato la famiglia in un tour dell’isola, il tennista e la donna misteriosa diventano il centro dei sospetti della polizia. L’avrà ucciso lei? Oppure avrà chiesto all’amante tennista di farlo al posto suo? Le versioni non combaciano.

Sullo sfondo, la minaccia incombente di un’eruzione vulcanica fa tremare la terra.

Islands sa gestire i tempi del thriller

Jonathan Rhys Meyers e Scarlett Johansson in una scena del film Match Point

Islands è il tipico thriller con amante, da manuale, in cui il protagonista sembra più vittima che colpevole, il marito uno scemo e la moglie una femme fatale che nasconde qualcosa. Nel mezzo, il tipico detective di provincia con lo sguardo di ghiaccio, già sicuro di aver trovato il colpevole, ma che forse ha semplicemente visto troppi episodi di Colombo in TV e aspettava solo un caso del genere da tutta la vita.

Islands ricalca insomma tutti gli stilemi del genere, è consapevole di arrivare ultimo in un lungo filone e quindi insiste proprio sul fascino degli archetipi. Ma è nel suo sviluppo e nel ritmo, nella gestione degli atti, che dimostra una buona solidità di scrittura. Innanzitutto, è un film di due ore che si prende tutto il tempo che gli serve per far avvenire il fattaccio, posizionato esattamente a metà film. E poi fa sorgere dubbi, domande, non detti che vanno anche al di là dell’evento scatenante. Per esempio: perché mi sembra di aver già visto questa donna? Perché lei parla come se fossimo già stati insieme? Perché quel bambino ha i capelli dorati come i miei, e non come quelli del padre?

Islands non abbandona mai questa sensazione stridente, per la quale la lingua spagnola ha coniato un termine che da noi non trova traduzione: “grima”, il suono del gesso quando stride sulla lavagna. Ecco, Islands è un film di grima che a differenza di molti esempi recenti – penso ai problemi riscontrati a Cannes con The Surfer, thriller con Nic Cage che con questo condivide l’ambientazione paradisiaca e la fotografia da insolazione – non sbaglia sui tempi, e i tempi sono tutto nel genere thriller. Salvo poi fregarti con un finale che non vorresti, perché forse quasi quasi, anche se fosse stata la moglie, ACE ce lo vedresti bene a crescere quel bambino che gli somiglia tanto e trovarsi finalmente una ragione di vita.

Seppellitemi pure a Fuerteventura

Romy Schneider in una scena del film La piscina

Sicuramente, tanto del fascino di questo film lo fanno i singoli elementi più che l’economia generale. Il fascino dell’elemento tennis, da Match Point al più recente Challengers, che abbiamo recensito qui. Il fascino di innamorarsi di una potenziale omicida. Il fascino di vivere felici e contenti. Il fascino, soprattutto, di questa fotografia che fa venire la voglia di salsedine sulla pelle e calura da rimanerci stecchiti. È un po’ come la febbre da colpo di sole. Un po’ come la condensa di una maschera appannata. Un po’ come il tremolio di un barbaglio, termine che forse non conoscete ma che significa “quel bagliore traballante che crea il sole quando si riflette nelle increspature di una piscina battuta dal vento”.

Islands sostituisce il campo da tennis alla piscina, ma il colore rimane torbido come lo era in quel capostipite del genere, anno 1969, che fu La piscina con Alain Delon e Romy Schneider. Nel 2015, Luca Guadagnino ha tentato la via del remake con A Bigger Splash, che non gli uscì troppo bene ma ebbe quantomeno il merito di farlo risalire a galla da una momentanea prigione registica.

Islands è fondamentalmente un A Bigger Splash venuto bene; prelibatezza semplice per chi, come me, ami il mare, il sole e il caldo; e al freddo glaciale di questa Berlinale 75, preferirebbe di gran lunga una femme fatale, per quanto uxoricida. Meglio morti e contenti, che cornuti e ghiacciati.

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