Challengers, recensione: il mostro a tre teste gioca a tennis pure lui

Doveva essere il film d’apertura di Venezia80 e debuttare in sala a settempre 2023. I ritardi dello sciopero degli sceneggiatori hanno fatto sì che Challengers - l’ultimo film di Luca Guadagnino - dovesse aspettare l’Australia l’anteprima e il 24 Aprile 2024 per arrivare nei cinema italiani. Non potevamo perderlo, e questa è la nostra recensione!
Mike Faist, Zendaya e Josh O'Connor in una scena del film Challengers

Josh O’Connor pensavamo fosse ancora alla ricerca di tesori nascosti nei panni dell’archeologo rabdomante de La chimera. Zendaya l’avevamo lasciata fra Dune ed Euphoria e Mike Faist forse l’abbiamo visto in West Side Story. Ieri, 24 Aprile 2024, sono arrivati al cinema tutti insieme in Challengers, che Luca Guadagnino ha realizzato completamente intorno a loro tre. È un triangolo più che un film, non solo amoroso, perché tre sono i vertici e triplice la percezione di una stessa storia. Non c’è nessun altro: solo Patrick, Art e Tashi. Ma parliamone meglio!

Fuoco e ghiaccio: Patrick e Art

All’inizio dei 130 minuti che compongono il film la storia sembra un Million Dollar Baby al rovescio per quel che riguarda il genere sessuale. Da una parte l’allenatrice dura, esigente, fredda e impenetrabile; dall’altra lo sportivo che ha bisogno di lei anche solo per sputargli la gomma da masticare in mano prima di iniziare il match e conquista torneo dopo torneo grazie alla grinta e all’assenza di cedimento del coach.

Il problema di Art, però, è che nonostante sua moglie Tashi sia super esigente, preparata e impeccabile nel farle da allenatrice, manager, addetta stampa e madre di sua figlia, ormai non riesce più a vincere. È a partire dalla fine, o quasi, che ci addentriamo nella storia e comprendiamo sempre di più i legami fra i tre protagonisti. Perché l’avversario contro cui Art sta perdendo la partita che avrebbe dovuto significare il suo rilancio in realtà non è un tennista qualsiasi. È arrivato in città senza i soldi per pagarsi una stanza, non ha le magliette di ricambio fra un set e l’altro della partita, eppure per Art e Tashi non è un signor nessuno.

Si tratta di Patrick, che da quando ha 12 anni ha condiviso la brandina dell’accademia di tennis con Art. Finché, giunti all’adolescenza, non si sono innamorati della stessa donna – Tashi. Prima del college era una campionessa assoluta, destinata a diventare una stella da primato nel tennis. Qualcosa ha interrotto la sua carriera, e anche l’idillio fra Art e Patrick. I due conoscevano a memoria i gesti dell’altro durante una partita di tennis, si sono insegnati a masturbarsi, hanno vissuto le prime cotte al liceo… poi il tennis e l’amore hanno inceppato qualcosa. (Qui trovi tutto su trama, cast e streaming).

Tashi Duncan è come urlare “net”

Zendaya in una scena del film Challengers

Nel tennis quando la palla tocca la rete si dice net. Ecco, Tashi Duncan è la rete di questo campo ipotetico che sono Art e Patrick. Durante una scena del film si dice che una partita a tennis sia come una relazione: in questo legame a tre, di implicazioni reciproche triangolari, il ruolo di Tashi è sicuramente quello di barriera al centro. Può dividere, può far avvicinare, può essere oltrepassata dalla pallina che può anche – però – rimbalzare e tornare indietro dal giocatore che l’ha lanciata.

Ecco, Challengers è un continuo rimbalzare sulla rete, tornare indietro, e poi riuscire ad oltrepassarla senza la certezza di fare punto. La figura di Tashi è sempre anche visivamente nel mezzo fra Patrick e Art. Lo è nelle scene iniziali, quando siamo ignari della storia, che i due si scambiano la pallina, gli spettatori ruotano il viso a suon di musica da una parte all’altra della rete, e lei – geometricamente sul posto degli spalti che corrisponde alla linea di metà campo – resta con la testa fissa in avanti. Le bastano le orecchie per sapere cosa sta succedendo, non ha bisogno di guardare la palla: conosce quei due proprio come una rete sa a memoria tutte le mosse che una pallina può essere capace di fare sopra o su di essa dopo tanto tempo fissa lì nel mezzo del campo.

“Ma voi parlate sempre di tennis”

Mike Faist e Josh O'Connor in una scena del film Challengers

Il microcosmo dentro al quale avvengono le più equivoche e a volte sregolate vicende relazionali fra i tre vertici di Challengers è, appunto, lo sport del tennis. È l’ossessione di Tashi, il suo sogno proibito e il metro col quale misurare le persone e il mondo. Poi è il modo che ha Art per dimostrare a Tashi e a sé stesso di valere qualcosa e poter avere successo. Infine è l’arte con la quale Patrick intende esprimere chi sente di essere con naturalità e senza vendersi alla sua commercializzazione.

Misurare, dimostrare ed esprimere. Sono tre verbi che ben corrispondono ai tre vertici di questo triangolo, ai due lati del campo e alla rete nel mezzo e che tutti vengono applicati allo sport come fosse un Italia in miniatura con la quale fare conoscenza dell’Italia vera. Ecco, attraverso i Patrick, Tash e Art sportivi, tennisti, in campo e in allenamento, conosciamo Patrick, Tash e Art punto. Li conosciamo per come sono, scopriamo che donna e che uomini sono pur non vedendo mai un secondo di una scena in cui non si parli di tennis, non sia ambientata in un campo, o non ci sia una racchetta nelle vicinanza. Sembra un po’ un procedimento simile a quello dell’altrettanto recente The Iron Claw: vi mostro gli uomini di sport per raccontarvi degli uomini e basta.

Il vero protagonista è il tempo

Josh O'Connor, Mike Faist e Zendaya in una scena del film Challengers

C’è una partita che domina sulle decine di tornei, scontri, scambi e match che vediamo susseguirsi nel corso del film. Si tratta quella dei protagonisti con il tempo. Guadagnino, attraverso alcune scene dalla perizia tecnica incredibile ed altre di notevolissimo impatto visivo, realizza un vero e proprio ping-pong con il tempo. La storia di Patrick, Art e Tash viene raccontata a spezzoni, prima nel presente poi un giorno indietro, qualche settimana avanti poi quindici anni indietro. Insomma, come un nastro riavvolto e mandato a 2x a piacimento dello spettatore la storia lineare viene spezzettata e lo spettatore rimbalza proprio come una pallina durante una partita da tennis.

Questo forse è il match Point di Guadagnino. Il tennis non è soltanto un pretesto, ma è anche una metafora del metodo che ha usato per approcciarsi alla narrazione della storia. È, inoltre, il filtro attraverso il quale leggere questa relazione divisa ma condivisa fra i tre protagonisti. Essi sono capaci di essere tanto distanti come le linee esterne del campo quanto vicini come due giocatori appiccicati ognuno dalla propria parte della rete.

Che non risparmia neanche il vero tennista

La scena finale, forse la più bella di tutto Challengers, ci ha ricordato per certi versi il sudore vorticoso e il montaggio da montagne russe del Whiplash di Damien Chazelle. Anche lì l’ossessione per un’attività – che era la batteria – e la rigidità di un formatore, erano due dei mille aspetti che rendevano il film un capolavoro. In Challengers Guadagnino aggiunge la complessità delle relazioni umane: che noi siamo tennisti, allenatori o spettatori, a quella non saremo mai in grado di sottrarci. Neanche se – come direbbe Art – siamo diventati “tennisti veri” o, come vorrebbe Patrick, abbiamo mandato in cortocircuito il sistema.

Alla fine Patrick e Art ci assomigliano a Luca e Alberto del dolcissimo film Disney e insieme a Tash – soprattutto nelle scene più fisiche – sembrano diventare un incredibile mostro a tre teste. A volte non riusciamo più a distinguere le linee che separano il campo: dove comincia uno e dove finisce l’altro? Correte a guardare Challengers e provate voi a rispondere!

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