Insidious – La porta rossa, recensione: (non) aprite quelle porte!

L’attesa è finita: l’ultimo capitolo di Insidious, prodotto dalla storica casa di produzione Blumhouse, esordio alla regia di uno dei suoi protaginisti, Patrick Wilson (Josh Lambert), Insidious - La porta rossa, è al cinema. Noi lo abbiamo recensito, e ci è piaciuto davvero. Non aspettatevi il solito horror estivo.
Insidious - La porta rossa, recensione: (non) aprite quelle porte!

Con Insidious – La porta rossa si chiude un’era – o una porta – su una delle più importanti saghe odierne dell’horror. Quinto prodotto del franchise, diretto per la prima volta da uno dei suoi stessi protagonisti, Patrick Wilson (Josh Lambert) e prodotto dalla Blumhouse. Si tratta del sequel diretto del secondo capitolo.

In sala da ieri, lo abbiamo visto in un caldissimo 5 luglio, e ci è piaciuto davvero. Il primo capitolo – ambientato 10 anni prima rispetto a quello attuale, ha inizio sulla famiglia Lambert e sugli incubi che scoprono celarsi non nella casa, ma nel figlio Dalton. Dalton, come anche il padre, è un proiettore astrale, abile nel lasciare il proprio corpo fisico nel sonno per spingersi in dimensioni altre, finché una notte si allontana troppo, finendo con il corpo in coma, con la mente nell’Altrove. Un luogo abitato da anime tormentate che bramano vita. 

In questo ultimo capitolo Dalton (Ty Simpkins, il predicatore di The Whale), è cresciuto e in viaggio per il college. I genitori sono divorziati, la nonna è morta. Ci troviamo davanti due figure, padre e figlio, incapaci di comunicare, incapaci di affrontare una realtà senza le figure materne, Kramer contro Kramer versione horror.

Insidious – La porta rossa è la chiave?

La porta rossa – motivo frequente nella filmografia horror, dalla redroom di Shining a Twin Peaks, rappresenta culturalmente un segno di benvenuto per i viaggiatori da lontano, in Irlanda un segno di protezione dal male. Fino al momento in cui la regina Vittoria volle tutte le porte in nero dopo la morte del marito. Quelle rosse erano il segno di mancata accettazione del suo potere, assunsero così una connotazione negativa. In Insidious la porta rossa è luogo d’approdo e di trasizione. 

Porta dell’inferno, luogo in cui il diavolo rosso, figura tra il Lord Maul di Star Wars e quello trash che da piccoli vedevamo in tv nel Boogeyman WWE, mette in sala d’attesa le proprie vittime prima di finirle. E fa davvero paura. Capitolo dopo capitolo, su tale spazio è rimasto un punto di domanda: da dove nasce? Come si distrugge? Il punto, però, qui, non è distruggerlo, la porta rossa non è qualcosa da eliminare a colpi d’ascia perchè così si è deciso, perchè si deve chiudere la saga. 

Se l’inferno è un concetto mentale, l’unico modo per lasciare quella stanza è curare la mente. La porta non va da nessuna parte. Dalton frequenta un corso d’arte in cui l’insegnante chiede di strappare da soli ciò che si dovrebbe riconoscere come non autentico, non sprigionato dall’io più profondo. Mentre altri si rifiutano, Dalton strappa tutto “per sicurezza”, si annienta da solo prima che lo possano fare gli altri. 

Paint It, Black

Insidious: La porta rossa
Insidious: La porta rossa

Quando Dalton tenta di ricostruire, nella sua mente c’è solo inferno. Inferno che sprigiona sul foglio disegnando una porta, “I see a red door – rossa, che tenterà continuamente di coprire di nero – “and I want to paint it black”. Né Dalton né il padre sanno attribuire un significato a tali visioni. Coprono i ricordi. Non ritroviamo personaggi consapevoli, pronti alla battaglia finale, perchè entrambi hanno dimenticato gli avvenimenti, il padre ha vuoti di memoria

Dalton crede alla storia del coma. Almeno fino al momento in cui inizia a parlarne con la compagna di stanza, Chris. Che avrebbe preferito trascorrere parte dell’infanzia nello stesso stato, pur di rimuovere certi giorni. 

Ma quindi, quanto si salta in questo Insidious? 

Insidious, Josh e il paragone con Saturno che divora i suoi figli
Insidious, Josh e il paragone con Saturno che divora i suoi figli

Si salta eccome, però ci aspettiamo il commento: “ma non come nei primi”. Poteva prendere due strade per concluderla. Quella del putiferio finale e del body horror, o la più rischiosa, il viaggio nella mente satura dei protagonisti. Soprattutto quella del padre, che nel secondo capitolo – a mo’ di omaggio – ha quasi fatto a pezzi la famiglia con una mazza da baseball, e che nel film viene accostato al Saturno di Goya che mangia la testa dei figli (stessa ispirazione per l’Uomo Pallido del Labirinto del Fauno).  

Però se di salti vogliamo parlare, vi parliamo di una scena che trovate nel trailer, ma una di quelle vecchia scuola da ricordare. Avete presente quando nel secondo capitolo di Annabelle la protagonista, costretta in sedia a rotelle, si siede sulla sedia meccanica del montascale, la sedia si blocca a metà rampa e dietro di lei si apre una porta? L’oggetto più o meno quotidiano conferisce alla scena il terrore più viscerale, e il montascale assume per sempre quell’immagine, anche se dimenticheremo il film da cui è tratta. 

In Insidious Josh si trova dentro il tubo claustrofobico della risonanza magnetica. A metà visita il tubo si incastra, salta la corrente e la voce del medico nel microfono cambia tono: “C’è qualcuno lì con lei”. Josh inizia a guardare verso la fine del tubo – poi lo spettatore del posto accanto, nel momento prolungatissimo di silenzio, fa scoppiare una bottiglietta – e povero lui, si prende anche un insulto – livello di tensione che si respira per parte del film.

L’escamotage di Insidious – La porta rossa

Il primo capitolo di Insidious e il diavolo rosso
Il primo capitolo di Insidious e il diavolo rosso

Insidious si serve di escamotage tecnici ben studiati. Ma siccome non possiamo svelarli, tentiamo di avvicinarci. Se in Stranger Things il gate per il Sottosopra era qualcosa di raggiungibile attraverso la nostra dimensione, come formiche che camminano intorno ad un filo senza cadere, l’unico modo per salvare se stessi è raggiungere quella dimensione, per una volta chiedendo aiuto agli altri. E allo stesso tempo chiedendo a noi stessi – proviamo così. Harry Potter crede che suo padre lo salverà da un’orda di dissennatori al lago. Però non arriva nessuno, e alla fine è se stesso che vede e che lo salva. È sempre stato lui. 

Insidious – La porta rossa chiude così i battenti, comunicandoci il disagio di due (anzi, tre) generazioni nel venirsi incontro. Ci ricorda che se strappiamo continuamente (una frase oggi a noi familiare) come voleva l’insegnante di Dalton, siamo solo destinati a ripetere per sempre la stessa via, in un eterno ritorno, di generazione in generazione. Alla fine dei conti, il messaggio è semplice: non ascoltate chi vi dice che certe porte non vanno aperte, anzi…

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