Enfants prodiges: i più giovani vincitori dell’Oscar in ogni categoria

Come ogni anni, gli Oscar si avvicinano inesorabili. A partire dal compleanno di un vincitori "giovani" più recenti, ecco la lista completa di tutti i vincitori nelle categorie individuali. Per scoprirla, non vi resta che continuare la lettura.
La statuetta dorata degli Oscar assegnata dagli Academy Awards

Gennaio. Freddo. Buoni propositi già andati a farsi benedire. E, come ogni anno, la “notte degli Oscar” che si avvicina. La cerimonia è ancora a debita distanza (quest’anno si svolgerà la notte tra il 10 e l’11 marzo), ma l’attesa, i pronostici e la curiosità di appassionati e addetti ai lavori sono già febbricitanti. Sia chiaro: i cinefili (o almeno, questa è l’esperienza che ci riguarda) hanno un rapporto di amore e odio con il premio più ambito del panorama cinematografico internazionale. E, in effetti, sul premio (e, soprattutto, sui meccanismi che portano alla sua conquista) si potrebbero spendere migliaia, milioni, di parole. Falsato, inutile, pilotato, commerciale, pacchiano, fastidioso. Tutto vero (o, almeno, vero in parte). Ma non è questa la sede per questo discorso.

Alcuni fatti però sono certi. In primo luogo, la vincita del premio conferito annualmente dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, oggi come novant’anni fa, ha un valore assoluto per chi la ottiene, soprattutto dal punto di vista economico (con i cachet che si gonfiano a dismisura) e pubblicitario (avete presente quando leggete su una locandina “da x, vincitore del premio Oscar”, oppure “con y, il vincitore  del premio Oscar? Ecco). In seconda battuta, la conquista dell’Academy Award permette un improvviso prestigio e l’ingresso a pieno diritto nella storia della Settima Arte. E quando si entra nella storia, ci si resta per sempre.

In tal proposito, eccoci all’argomento di questo articolo: la storia degli Oscar da un punto di vista particolare. Quella dei vincitori più giovani. Il nostro “cavallo di troia” è il compleanno di una delle punte di diamante della nostra lista (Damien Chazelle), che cade proprio oggi. Partendo proprio da lui, abbiamo quindi recuperato i vincitori più giovani di tutte le categorie “individuali” (anche se spesso individuali non sono) e li abbiamo messi tutti insieme. Tra nomi noti e figure invece nascoste (o dimenticate), la lista è, a nostro avviso, un efficace spaccato che attraversa tutta la storia del premio, dalla prima alla novantaseiesima edizione.

Migliori effetti sonori – John Poyner per Quella sporca dozzina

Il cast del film Quella sporca dozzina

Siamo nel 1944, in Inghilterra. Il maggiore John Reisman viene costretto dai suoi superiori ad addestrare alla guerra dodici detenuti della peggior specie, allo scopo di dare l’assalto ad un castello occupato dai tedeschi, dove si trovano alcuni ufficiali teutonici. Dopo l’addestramento, il gruppo entra in azione. Violenza realistica, l’ottima ricostruzione della guerra, dei suoi suoni e della sua imperante violenza. Premio Oscar all’allora (nel 1968) trentaquattrenne John Poyner, tuttora il più giovane in assoluto ad aver vinto questa statuetta (ora accorpata con quella di miglior montaggio sonoro nella categoria generica dedicata al film “con il miglior sonoro”).

Miglior montaggio sonoro – Norman Wanstall per Agente 007 – Missione Goldfinger

Quarto capitolo della saga con protagonista Sean Connery, il lungometraggio vede l’agente segreto britannico impegnato contro il temibile e onnipotente miliardario Auric Goldfinger, intenzionato a far crollare il valore dell’oro mondiale per rinforzare il suo già cospicuo patrimonio. Con tutti gli stilemi tipici della serie, un imperturbabile James Bond e tre Bond-Girls, il film fu un successo di pubblico e critica, supportato dall’ottimo sonoro, montato dal ventinovenne Norman Wanstall, poi premiato con la statuetta al miglior montaggio sonoro, rimanendo fino ad oggi imbattuto come il più giovane vincitore della categoria.

Migliore canzone – Markéta Irglová per Once (Una volta)

Non c’è Billie Eilish (che ha vinto nel 2022 per No Time To Die e che, stando ai risultato dei Golden Globes 2024, potrebbe fare il bis) ma Markéta Irglová sul trono del vincitore più giovane nella categoria dedicata alle migliori canzoni al servizio della Settima Arte. L’allora diciannovenne cantante ceca si portò a casa la statuetta per la canzone Falling Slowly, contenuta nel film quasi dimenticato Once (Una volta) del poliedrico regista britannico John Carney. Il fatto buffo? Irglová superò nella categoria il nove volte vincitore del premio Oscar Alan Menken, quell’anno candidato per ben tre brani (!) contenuti nel film Come d’incanto.

Miglior colonna sonora – Prince per Purple Rain

Il cantante Prince in una scena del film Purple Rain

La palma di vincitore più giovane in assoluto nella categoria miglior colonna sonora è da quasi quarant’anni nelle mani della compianta popstar Prince che vinse, appena ventiseienne, grazie ad un film realizzato su misura per lui, Purple Rain. Con la musica, unica fonte di gioia e di sfogo per il protagonista, al centro della pellicola, Purple Rain fonda interamente il suo status di culto sulla colonna sonora, composta interamente dal suo protagonista (Prince, appunto) e contenente probabilmente la sua canzone più nota, Purple Rain appunto, che ha un ruolo decisivo anche all’interno della diegesi. Purple Rain in Purple Rain con il cantante di Purple Rain, ma dovremmo esserci spiegati.

Migliori costumi – Milena Canonero per Barry Lyndon

Il cast di Barry Lyndon in una scena del film

Orgoglio italiano indiscusso, Milena Canonero è ormai un monumento del cinema internazionale. Attiva da quasi cinquant’anni nel cinema italiano (pochissimo) e internazionale (tantissimo), la Canonero ha collaborato con alcuni degli artisti più importanti della Settima Arte (nomi del calibro di Stanley Kubrick, Francis Ford Coppola, Roman Polański, Wes Anderson e Sofia Coppola), dimostrandosi la migliore in assoluto nella ricostruzione storica dell’abbigliamento. Con nove candidature e quattro vittorie, Milena Canonero è tuttora la più giovane in assoluto ad aver vinto il premio. Nel 1976 (in coppia con Ulla-Britt Soderlund). A ventisei anni. Per Barry Lyndon (dove ricostruì gli abiti ispirandosi alla storia e ai dipinti che interessavano al regista). Di Stanley Kubrick. E sappiamo bene che accontentare Kubrick non era proprio la più facile delle imprese.

Migliore scenografia – Gordon Wiles per Transatlantic

Billy Bevan e Jean Hersholt in una scena del film Transatlantico

Primi anni del premio Oscar (siamo nel 1932, quinta edizione del premio), tradizione che ancora si doveva formare appieno, statuetta al giovanissimo Gordon Wiles (venticinquenne al momento della vittoria) per la pellicola di William K. Howard Transatlantico, per il quale lo scenografo ha ricostruito l’atmosfera e gli interni di una vera nave creata per l’attraversamento dell’Oceano Atlantico. Scenografie che sono lo sfondo perfetto degli intrighi, dei tradimenti e degli omicidi che vedono protagonisti i passeggeri della nave. Prima del trionfo di James Cameron ci fu William K. Howard (e la grande ricostruzione di Gordon Wiles).

Miglior trucco e acconciatura – Michèle Burke per La guerra del fuoco

Ron Perlman, Everett McGill e Nameer El-Kadi in una scena del film La guerra del fuoco

La storia è da sempre l’ispirazione principale del cinema. Nulla di nuovo: è un fatto. La novità fu invece quella che portò la pellicola La guerra del fuoco, di Jean-Jacques Annaud, nella rappresentazione cinematografica della storia umana. Scientificamente studiatissimo (tanto da aver visto il coinvolgimento di etologi e linguisti allo scopo di creare un linguaggio ad hoc), il lungometraggio racconta la disperata ricerca del fuoco di tre guerrieri della tribù Neanderthal degli Ulam. A contribuire al realismo della pellicola ha un ruolo significativo anche il trucco che copre i corpi dei protagonisti nella loro interezza e che ricostruisce la fisionomia degli esseri umani di 80000 anni fa. Ricostruzione che portò alla vittoria agli Oscar del 1983, conquistato da Christopher Tucker, Sarah Monzani, Michèle Burke (all’epoca ventitreenne, la più giovane di sempre).

Miglior montaggio – David Brenner per Nato il quattro luglio

Tra le pellicole contro la guerra per eccellenza, Nato il quattro luglio è il racconto della vita del veterano del Vietnam Ron Kovic, rimasto paralizzato dalla vita in giù dopo un colpo subito durante il conflitto. Attraverso il lavoro di montaggio, Brenner e il collega Joe Hutshing accompagnano gli spettatori attraverso i drammi umani e sociali con i quali Ron si trova a confrontarsi durante e dopo il conflitto. Supportati dalla grande performance di un giovanissimo Tom Cruise e della regia costruita su misura di Oliver Stone, il “maestro della guerra” degli anni Ottanta, i due montatori evidenziano perfettamente i salti temporali ed enfatizzano al massimo la vicenda del protagonista. Trionfatore a ventisette anni di età, Brenner è tuttora il vincitore più giovane in assoluto della categoria.

Migliore fotografia – Floyd Crosby per Tabù

Matahi e Reri in una scena del film Tabù

Maestro assoluto dell’espressionismo cinematografico tedesco, Friedrich Wilhelm Murnau è senza dubbio uno dei maestri assoluti del cinema muto. Attivo prima in Germania e poi, negli ultimi anni di vita, negli Stati Uniti, il regista ha dedicato gran parte della sua opera a pellicole di finzione. Anche Tabù rientra in questa categoria, con però un’attenzione particolare alle reali tradizioni del popolo dell’isola polinesiana di Bora Bora. Con una critica velata alla follia delle tradizioni religiose e una buona dose di interesse nel metterne in luce i tabù (per l’appunto), Murnau mette in scena una storia d’amore tormentato tra due giovani indigeni dell’isola, sostenuta dalla fotografia in bianco e nero di Floyd Crosby (allora trentunenne), che ottenne la statuetta nel corso della quarta edizione del premio.

Migliore sceneggiatura non originale – Charlie Wachtel per BlacKkKlansman

Gli sceneggiatori del film BlaKkKlansman, premiati con il premio Oscar, e i presentatori della cermonia. Brie Larson e Samuel L. Jackson

Siamo arrivati ai premi più caldi. Tra le pellicole più riuscite del regista impegnatissimo Spike Lee, BlacKkKlansman è un concentrato di (giusta) critica al razzismo imperante negli Stati Uniti (negli anni Settanta come oggi) e ironia. Tra battute taglienti tra i protagonisti, una storia brillante (ispirata a quella del vero Ron Stallworth, qui interpretato da John David Washington) e il continuo prendersi gioco del Ku Klux Klan, il lungometraggio di Spike Lee è un trionfo di scrittura per il cinema, che valse in effetti la prima statuetta allo sceneggiatore-regista statunitense e al suo team, composto da David Rabinowitz, Kevin Willmott e Charlie Wachtel. Quest’ultimo, vincitore a 32 anni, è il trionfatore più giovane della storia nella categoria.

Migliore sceneggiatura originale – Ben Affleck per Will Hunting – Genio ribelle

Ebbene sì, il fratello maggiore di casa Affleck è tra i protagonisti della nostra lista. Dopo gli esordi in qualità di attore, Ben debuttò (in coppia con un altro attore alla prima esperienza come scrittore, Matt Damon) come sceneggiatore della pellicola Will Hunting – Genio ribelle, opera nella quale compare anche come attore. Risultato? Premio Oscar (il più giovane di sempre a ottenerlo nella categoria, a venticinque anni), sospirato riconoscimento a Robin Williams per la sua toccante interpretazione da “non protagonista” e il plauso universale di critica e pubblico che, unito allo status di astro nascente del cinema statunitense, lanciò definitivamente la carriera del “futuro divo” Ben Affleck.

Migliore attrice non protagonista – Tatum O’Neal per Paper Moon – Luna di carta

La giovanissima Tatum O'Neal con il suo premio Oscar, vinto per il film Paper Moon - Luna di carta

Tatum O’Neal non è solamente la più giovane attrice ad aver vinto il premio nella categoria “non protagonista”, ma è anche la persona più giovane di sempre ad aver conquistato un qualsiasi premio Oscar. A dieci anni. Nel film di Peter Bogdanovich la giovane attrice non solo ruba la scena al suo vero padre (Ryan O’Neal, interprete tra gli altri di Barry Lyndon), ma dimostra un talento innato. Dolcissima e memorabile, la giovane interprete mostrò una grandissima personalità nel recitare a fianco di attori più grandi e affermati. Talento e personalità che, forse, non è stati confermato nel tempo (qualcosa che rivedremo anche nei prossimi giovanissimi attori) ma, come dicevamo all’inizio, la storia resta per sempre. E qui la storia è stata fatta.

Migliore attore non protagonista – Timothy Hutton per Gente comune

Judd Hirsch e Timothy Hutton in una scena del film Gente comune

Qui il nostro spirito critico (un po’ permaloso) deve fare una digressione: davvero Gente comune meritava di superare Toro scatenato e The Elephant Man nelle categorie miglior film e miglior regia? No, siamo abbastanza certi di questo. Tuttavia, la pellicola ha tantissimi pregi, primo fra questi quello di aver permesso all’allora ventenne Timothy Hutton di portarsi a casa un meritato Oscar come miglior attore non protagonista, trionfo che gli consente ancora oggi di essere il più giovane di sempre ad averlo ottenuto. Tra i due fuochi discordanti dei genitori dopo un dramma che ha coinvolto la sua famiglia, Conrad/Timothy è il perno attorno al quale si muovono le vite degli altri personaggi dell’opera prima di Robert Redford. Meglio di Joe Pesci? Forse no, ma comunque meritato.

Migliore attrice protagonista – Marlee Matlin per Figli di un dio minore

Tornata in auge nel 2022 per la sua interpretazione in CODA – I segni del cuore (pellicola premiata con un discusso Oscar al miglior film, nonché adattamento statunitense del lungometraggio francese La famiglia Bélier), Marlee Matlin, vincitrice nel 1987 per la sua dolorosa e brillante performance nei panni di una giovane custode di un istituto per non udenti, è stata la prima attrice sorda a vincere il premio destinato alla migliore performance femminile dell’anno. Oltre a questo titolo, l’attrice detiene tuttora il trono di interprete più giovane mai premiata nella categoria, con solo ventuno anni d’età al momento dell’assegnazione della statuetta.

Migliore attore protagonista – Adrien Brody per Il pianista

Adrien Brody è Władysław Szpilman in una scena del film Il pianista

Come anticipato poco sopra, è bizzarro come nessuno dei quattro attori che detengono il record di “più giovane” nelle rispettive categorie abbia poi rispettato appieno le aspettative che erano state fatte su di loro al momento della vittoria. Premiato per la sua performance nella pellicola di Roman Polanski Il pianista, Adrien Brody (che vinse la statuetta a ventinove anni) ha poi partecipato a numerosissime opere, senza riscuotere nuovamente lo stesso successo ottenuto grazie al film del regista polacco. Ad ogni modo, come dicevamo, la storia resta, e la performance di Brody ne Il pianista resterà per sempre. Postosi totalmente al servizio del personaggio, tanto da vivere per un periodo in modo (relativamente, è chiaro) simile al suo personaggio, l’interprete mette in scena un ritratto struggente e commovente del pianista Władysław Szpilman, sopravvissuto all’Olocausto del quale abbiamo anche noi provato a raccontare la storia.

Miglior regista – Damien Chazelle per La La Land

Ryan Gosling, Emma Stone e Damien Chazelle sul set del film La La Land

Ed eccoci infine al protagonista del nostro articolo: Damien Chazelle, il regista più giovane di sempre a vincere il premio nella sua categoria. Trionfatore assoluto dell’Awards Season 2017 (anche se la sua opera non vinse il premio come miglior film assegnato dall’Academy, superata da Moonlight con tanto di gaffe dei presentatori sul palco), Chazelle trionfò durante la “notte degli Oscar” (a trentadue anni) dopo una stagione dei premi a dir poco trionfale. Con soli cinque film sulle spalle (ma tra questi cinque calibri assoluti come Whiplash, il citato La La Land e il discusso Babylon), il regista è già circondato dall’alone di “maestro”. Vedremo se il tempo lo rafforzerà (o se con Babylon si è giocato l’amore della permalosa Hollywood). L’età è tuttora dalla sua: bissare l’Oscar già conquistato non è certo un miraggio. La Storia è a portata di film.

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