Dune – Parte Due, recensione: l’apoteosi messianica di Paul Atreides

Dune - Parte Due uscirà domani nelle sale del nostro Paese. Nell'attesa, ecco la nostra recensione della pellicola di Denis Villeneuve, che abbiamo visto in anteprima. Per scoprire cosa ne pensiamo dunque, non vi resta che leggere il nostro articolo.
Timothée Chalamet in una scena del film Dune - Parte Due

Non siamo nemmeno a marzo, ma uno dei film che più segneranno questo 2024 potrebbe essere già nelle sale. Dune – Parte due esce domani 29 febbraio nei cinema del nostro Paese ma, grazie all’abile scelta distributiva di presentarlo martedì 27 in anteprima in coppia col primo capitolo, sta già ampiamente facendo parlare di sé in chiave più che positiva, fuori e dentro i confini italiani.

Seguito dell’ottimo film del 2021, la seconda pellicola di Denis Villeneuve tratta dalle opere di Frank Herbert, conclude il racconto dell’ascesa di Paul Atreides, e lancia il franchise verso ulteriori capitoli, che andranno ad adattare altre opere del compianto maestro della fantascienza statunitense. Sfruttando il giorno di anteprime nazionali, abbiamo visto in anticipo la pellicola. Dunque, per sapere cosa pensiamo del monumentale lungometraggio (qui alcune informazioni preziose a riguardo) del regista canadese, non vi resta che leggere la nostra recensione.

Dune – Parte Due: ode allo Kwisatz Haderach

Dopo lo sterminio della loro gente, nel cuore del deserto di Arrakis, Paul Atreides (interpretato da Timothée Chalamet) e Lady Jessica (Rebecca Ferguson) sono costretti a venire a patti con i Fremen, abilissimi guerrieri nativi del pianeta, capitanati da Stilgar (Javier Bardem). Con una certa titubanza, gli indigeni decidono di accogliere i due, spinti dalla fazione che vede nel giovane il Messia del popolo. La donna, incinta, diventa “grande madre” Bene Gesserit, mentre il giovane impara usi e costumi del popolo e, nel frattempo, si innamora della giovane combattente Chani (Zendaya). Sempre più leader dei Fremen e forte dei suoi continui trionfi, Paul (che nel frattempo è diventato Paul Muad’dib Usul) è combattuto tra il suo destino di Kwisatz Haderach, di eletto (essere superiore con poteri divinatori), e una vita da grande guerrigliero Fremen con Chani.

Nel frattempo, per contrastare la crescente potenza dei Fremen, il barone Vladimir Harkonnen (Stellan Skarsgård) invia sul Arrakis il giovane nipote Feyd-Rautha (Austin Butler), pericolosissimo e spietato, nonché alternativa delle Bene Gesserit al ruolo di eletto. Costretto dalle circostanze, Paul decide così di andare incontro al suo destino. Si trasferisce nelle regioni del Sud, beve l’acqua della vita e si rivela ai milioni di fedeli che lì risiedono come il Lisan al Gaib, il messia inviato per salvarli. Radunate le sue truppe, Paul sferra l’attacco decisivo alle forze del Barone e dell’imperatore (Christopher Walken), sopraggiunto su Arrakis. Sconfitti i due, al giovane resta solo l’ultimo scontro con il contendente, Feyd-Rautha, durante il quale si deciderà il destino dell’ universo.

Il destino è nelle mani delle moire (e di Denis Villeneuve)

Timothée Chalamet e Austin Butler in una scena del film Dune - Parte Due

Fin dalle sue prime battute, Dune – Parte due mette da parte gli abiti del film di genere per rivelare un’intenzione ben più ambiziosa: puntare all’empireo del cinema. Regia trionfale di Villeneuve, Zimmer ai massimi storici, maestranze in pompa magna (forti di mezzi quasi mai visti, e sicuramente mai sfruttati così bene), impetuose le interpretazioni degli attori (Chalamet in palla come poche altre volte; Ferguson ottima; convincente, in parte, anche Butler nel ruolo dello psicopatico Feyd-Rautha): tutti fattori che concorrono a rendere la pellicola un monumento cinematografico senza precedenti.

E, in effetti, al netto di alcuni difetti a nostro avviso piuttosto evidenti, come i vari quadri talvolta scollegati, alcune sequenze un po’ affrettate e la caratterizzazione un po’ prevedibile di Rautha (oltre alla performance un po’ ingessata di Walken, ma glielo perdoniamo), il film è un’opera (quasi) senza precedenti e riprende con grandissima classe temi e toni della prima pellicola, citando talvolta le opere precedenti dedicate alla saga (come quella di Lynch del 1984) e ricostruendo con minuzia quasi etnografico-antropologica, usi e costumi dei Fremen, finalmente approfonditi a dovere dopo l’accenno della prima opera della saga, specialmente nelle loro tradizioni religiose, aspetto chiave della pellicola.

Dune – Parte Due: Paul Atreides tra sacre scritture e ascese messianiche

Timothée Chalamet in una scena del film Dune - Parte Due

A nostro avviso infatti, l’aspetto più interessante dell’opera di Villeneuve (dopo l’incredibile apparato tecnico) è il chiarissimo substrato religioso che permea tutta la pellicola. Non solo a livello diegetico (dove ha un ruolo fondamentale, con i Fremen che si dividono equamente tra scettici e integralisti) ma anche, e, forse, soprattutto a livello simbolico. Il Paul Muad’dib Usul di Villeneuve e Chalamet è un Gesù Cristo in piena regola, traslitterato secondo i crismi fantascientifici che caratterizzano il romanzo di Herbert. Catapultato in una popolazione che equamente lo idolatra (con la madre sua prima adepta) e lo rigetta, il giovane deve via via prendere coscienza della sua natura di “essere speciale”, di eletto.

Con le spalle al muro, il giovane, dopo aver affrontato la morte e la risurrezione, prende per mano il suo popolo verso il “paradiso verde”. Muad’dib rinuncia così alla sua vita precedente, all’amore e ai rapporti umani, per porre la sua casata al comando del popolo “fedele” dei Fremen, portare a compimento le scritture e impedire che l’universo cada in mani peggiori (quelle biancastre e insanguinate degli Harkonnen). Non è un Messia benevolo, ma un condottiero, un crociato vendicativo che porterà la “guerra santa” nell’universo, mettendo finalmente da parte il terrore causatogli dalle visioni per intraprendere la via del potere, e, conseguentemente, del dovere. Un epilogo non certo carico di speranza (anche in relazione al nostro presente) quello di Dune – Parte Due, ma, come dice lo stesso Paul alla madre: “Non c’è speranza”.

“Potere sulla spezia, potere su tutto”

Timothée Chalamet e Zendaya in una scena del film Dune - Parte Due

Terminata la visione, ci si rende conto di quanto l’immersione nell’opera sia totale, di come Villeneuve (senza dubbio, il lungometraggio finirebbe ai primi posti della classifica dei suoi film, come già il primo) e collaboratori siano riusciti nell’impresa mostruosa di ricostruire in modo assolutamente convincente un universo fino a questo momento mai trasposto con una tale qualità e convinzione. Al momento dell’assunzione dell’incarico, il regista canadese si è assunto l’imperativo artistico e morale di trasporre al massimo delle sue potenzialità il primo romanzo della saga di Herbert. E per tecnica ed estetica (la scena della prima “cavalcatura” dei vermi delle sabbie, la lotta gladiatoria su su Geidi Primes e il combattimento finale sono incredibili), ci è riuscito.

Visto Dune – Parte due, viene spontaneo chiedersi: “La fantascienza sarà più quella di prima?” Forse ci stiamo sbilanciando troppo, spinti dall’entusiasmo per un film riuscito e coinvolgente. È presto, troppo presto per dire se il film, o meglio, se la saga di Villeneuve sarà o meno parte della storia di questa arte. Viene il dubbio che sì, sia qualcosa di possibile, ma è ancora presto, troppo presto per lasciarsi andare ad affermazioni di questo tipo. Di certo c’è che la pellicola alza, e alzerà, l’asticella del suo genere. Come fece la trilogia de Il signore degli anelli a suo tempo, e come pochi altri hanno fatto nel corso della storia dell’arte cinematografica.

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