Creature di Dio, recensione di un’Irlanda che uccide

Creature di Dio (God’s Creature) è un film del 2022, arrivato il 4 maggio nelle sale italiane. Si tratta di un lungometraggio genere thriller-drammatico prodotto da A24 con protatonisti Emily Watson, Paul Mescal, fresco dalla candidatura all’Oscar per Aftersun, e Aisling Franciosi. Alla regia troviamo Saela Davis e Anna Rose Holmer.
Creature di Dio, recensione di un’Irlanda che uccide

Creature di Dio (God’s Creatures) è una storia che dentro ti lascia quella malinconia della domenica sera. Protagonisti, splendidi, sono madre e figlio, Aileen (Emily Watson) e Brian (Paul Mescal), sull’onda del successo di Aftersun (che ha probabilmente contribuito a portare il film finalmente anche da noi). Fa da sfondo una remota isola irlandese cui sostentamento è basato interamente sull’allevamento delle ostriche, e infatti Brian è andato via, verso l’Australia. E non c’è altro. Almeno finché dal nulla Brian ci ripensa e torna a casa, il perché non ci verrà rivelato mai.

Il paradosso dell’expat 

Abbandoni una terra solo per scoprire che non te ne libererai mai” afferma Brian. C’è una teoria secondo la quale la conformazione geografica del luogo di nascita influenzerebbe in qualche modo anche le azioni dei suoi abitanti. Gli abitanti delle isole, in particolare (nell’ottica dell’insularismo), subirebbero il fascino della natura e dell’acqua che circonda il territorio, facendoli illudere che tutto ciò di cui avranno bisogno nella vita si trovi lì. Non occorre partire (dunque la ricorrenza in tali territori di movimenti indipendentisti). 

Ma nell’isola di Brian l’uomo si è distaccato dalla natura, tanto che la premessa è che i pescatori non imparano a nuotare così se qualcuno dovesse mai annegare non saranno tentati di andare a riprenderlo, e di questo atteggiamento sono permeati i protagonisti della storia. Quando rimani troppo tempo in un posto poi diventi quel posto. E la mamma di Brian, invece di chiedersi perché il figlio abbia deciso di tornare in quell’Irlanda che uccide, gioisce per l’Ulisse tornato a casa. 

Fa da controparte il padre, con cui Brian non va affatto d’accordo perché gli mette davanti ciò che preferisce non vedere, ovvero che non si sta dando una possibilità. Ma Brian preferisce inghiottire la sicurezza di casa che la mamma gli propina sotto forma di panini. Ed è questo che rende Creature di Dio anche una storia di egoismo.

Creature di Dio: l’atto che cambia tutto 

Creature di Dio: Sarah e Aileen
Creature di Dio: Sarah e Aileen

Tra gli altri abitanti che hanno deciso di rimanere troviamo Sarah, vecchia fiamma di Brian. Una sera Brian la rivede al pub e decide di offrirle da bere, così la mamma prende un taxi, conscia di essere il terzo incomodo. La mattina dopo però, la voce di una violenza carnale circola per l’isola: Sarah è stata violentata. Ha inizio così la vena thriller del film, un thriller però drammatico. Perché da un lato quando la polizia chiede ad Aileen se il figlio era a casa la notte prima risponde di sì, convinta dell’innocenza di Brian, che mai aveva alzato un dito su una donna. 

Ma dall’altro troviamo una madre che vorrebbe smettere di essere madre ed iniziare ad essere donna, o più semplicemente, vorrebbe potersi permettere di essere empatica. Soprattutto dopo che Sarah viene licenziata sotto i suoi occhi per le troppe assenze a lavoro, quel lavoro in cui voleva provare a nascondersi. 

Diventa complesso però prendere una posizione, impossibile giudicare i personaggi che, come afferma Sarah, “Al buio sono tutte Creature di Dio”. Sono genitori che come noi vogliono credere con tutta la loro forza all’innocenza dei figli, quelli di La ragazza di Stillwater o di American Pastoral. Mentre gli uomini al pub si fanno branco e si rifiutano di servire Sarah, viene fuori però lo storytelling di un’Irlanda che utilizza il pretesto cattolico per giustificare una società ancora patriarcale, in cui si arriva a mettere in discussione l’idea di perdono e di consenso. Come era avvenuto nella società di Women Talking.

Le due facce della medaglia 

Una scena con Paul Mescal ed Emily Watson
Una scena con Paul Mescal ed Emily Watson

C’è una frase di Brian che innesca il dubbio: “Possibile che tu abbia questa immagine orribile di me?” Nella versione originale però è “un’immagine impossibile“, come se le aspettative della madre su Brian siano da ridimensionare. Ci sono in sostanza due Irlande, non solo politicamente. Una spendida che la sera si anima a festa, quella del Temple Bar e del folklore, un’Irlanda cinematografica che sta lottando per portare tra noi queste storie, spesso lasciate in sordina. 

E poi c’è l’Irlanda chiusa, quella raccontata da Daniel Day-Lewis (che speriamo di rivedere presto in scena), in Nel nome del padre, cui echi si protraggono ancora oggi, quella in cui se l’amico senza nulla da dire torna ancora alle due per portarti al pub, tu ti tagli un dito. Certo, se Brian sia effettivamente colpevole o meno resta a voi scoprirlo, anche se il punto in questa storia oltrepassa o dovrebbe oltrepassare la sua verità. 

Una storia che, come spesso accade nella narrativa cinematografica del Regno Unito, lascia al grottesco i suoi messaggi. Una storia che si apre con il mare e che con il mare si chiude, in modo sconvolgente. E per quanto i suoi protagonisti proveranno a fuggire, quel Dio del titolo, impersonificato dall’Irlanda stessa, prima o poi li raggiungerà tutti. Come in una vecchia canzone. 

Creature di Dio è nelle sale dal 4 maggio. Per altre recensioni continuate a seguirci su CiakClub.it.

Facebook
Twitter