Caro Daniel Day-Lewis, torna a recitare! Lettera aperta da CiakClub

Sono già passati sei anni dall’ultima apparizione su schermo del grande Daniel Day-Lewis, ritiratosi con stile dopo l’ennesima superlativa prova ne Il filo nascosto. In occasione del suo 66° compleanno, abbiamo provato a immaginare cosa vorremmo e potremmo dire all’attore per convincerlo a ritornare.
Caro Daniel Day-Lewis, torna a recitare! Lettera aperta da CiakClub

Caro Daniel Day-Lewis,

recentemente passeggiavo per le strade di Firenze, ripensando a quando già sul finire degli anni ‘90 prese una lunga pausa dal mondo dello spettacolo. Si ricorda? In quell’occasione si trasferì proprio in Toscana e dedicò il suo tempo all’artigianato, praticando il calzolaio presso l’antica bottega Stefano Bemer. Per questo, fermandomi sulle rive dell’Arno per un caffè, o un Fernet Branca in stile Alfred Pennyworth, speravo di intravederla tra la gente.

Avrei cercato di incrociare il suo sguardo per scorgere una qualunque emozione, per cogliere anche solo il barlume di una possibilità del suo ritorno sulle scene. Sono passati infatti già sei anni da quel capolavoro intitolato Il filo nascosto che ha fatto emergere i primi dubbi divenuti poi una scelta apparentemente irrevocabile. È per questo che voglio affidare a questa lettera l’insperato tentativo di farla tornare sui suoi passi, rimarcando perché è e rimane uno dei maggiori interpreti della storia del cinema.

A Daniel Day-Lewis, un talento partito da lontano

Daniel Day-Lewis in una scena de Il mio piede sinistro
Daniel Day-Lewis in una scena de Il mio piede sinistro

Non importa se oggi la sua maniacalità e meticolosità è mal giudicata da alcuni colleghi. Se la sua dedizione al Metodo è considerata solo nell’accezione negativa. Perché la sua carriera è cominciata da subito all’insegna dell’umiltà, combattuto tra la passione per l’artigianato e quella per la luce che solo il teatro conferisce. È dal desiderio di prendere parte al processo di creazione che ha trovato la soluzione ad un dilemma che avrebbe contraddistinto tutta la sua carriera.

Un percorso combattuto proprio come Amleto, ultimo di tanti personaggi shakespeariani da lei interpretati sul palco, coinciso però con la prima affermazione agli Oscar con in Il mio piede sinistro. Una prova viscerale che rappresenta quel percorso di immedesimazione estremo a tal punto da calarsi nella disabilità del protagonista, dimostrando la sua fisicità unica. Una prima fase di carriera racchiusa in appena sei titoli fino allo stop del 1997, prima avvisaglia di un’inevitabile decisione.

La chiamata del grande autore

Daniel Plainview de Il Petroliere
Daniel Plainview de Il Petroliere

Dopodiché quegli anni di vuoto recitativi e l’esperienza fiorentina, che rammento proprio oggi nell’ordinare un secondo giro al bar, fino ad una prima chiamata d’autore, una di quelle che spero all’improvviso possano convincerla a indossare i panni di un nuovo personaggio. Allora fu Scorsese che forgiò “Bill il Macellaio” addosso a lei, poi toccò a P.T. Anderson e alla seconda statuetta più ambita per l’indimenticabile Daniel Plainview de Il Petroliere, infine Spielberg che fuse il volto di Lincoln con il suo.

Oggi chissà potrebbe essere il turno di Tarantino e di guarda caso un film che pone fine ad un’altra carriera. Ma questa mia fantasticheria è subito dissolta. Perché dopo l’ennesimo titolo da aggiungere al suo palmares sconfinato (insomma, nessuno ha mai vinto per tre volte l’Oscar al miglior attore protagonista) è subito risuonato quel campanello d’allarme per ogni suo ammiratore, me compreso. Altri cinque anni di attesa per quello che nessuno poteva immaginare essere il suo ultimo ballo, il canto del cigno.

Il suo addio nascosto sotto le cuciture

Daniel Day-Lewis in una scena de Il filo nascosto
Daniel Day-Lewis in una scena de Il filo nascosto

Ho perso il conto di quante volte ho rivisto Il filo nascosto, conquistato dall’eleganza di Reynolds Woodcock, e proprio come afferma il regista PTA non si possono che desiderare altri film con lei protagonista. Ma pensandoci bene, è proprio nell’ultima visione che ho riflettuto alle sue parole d’addio, sovrapposte a quelle sequenze meravigliose. Perché in ogni performance ha davvero cucito su di sé ogni personaggio, diventando un tutt’uno, assumendo identità sempre differenti che hanno assorbito quella sacrificata del vero Daniel.

In quel finale pregno di romanticismo tossico ho compreso il suo rapporto conflittuale con la sua ossessione: il cinema. Reynolds è al corrente della sofferenza che quei funghi velenosi possono provocare ma per una forma di amore decide di persistere nel mangiarli. Allo stesso modo lei ha per anni maturato una forte tristezza, decidendo però di ingoiare un ruolo dopo l’altro, perché quelle creazioni erano ma sicuramente sono ancora la sua vita.

Quindi, seppur con un fievole rimasuglio di speranza, desisto dal vano tentativo di convincerla a riprendere, ringraziandola per quel che ci ha donato. Sicuramente questa frase le ricorda qualcosa ma lei, Daniel Day-Lewis, è l’attore che il nostro amato cinema merita ma non quello di cui ha bisogno adesso. Perché Hollywood non è cambiata, assomigliando ancora oggi ad una Babilonia fatta di divi. Ma lei è diverso, non è mai appartenuto a tutto questo, anche se é certamente una stella eterna di questa arte ultracentenaria.

Grazie di tutto Daniel Day-Lewis, in fede mi firmo: un ammiratore.

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