Cattiverie a domicilio, recensione: qui il diavolo, lì l’acqua santa

Dopo l’anteprima mondiale al Toronto International Film Festival e la distribuzione nelle sale britanniche col titolo originale Wicked Little Letters, Cattiverie a domicilio arriva anche in Italia. È in sala da giovedì 18 Aprile e Olivia Colman, Timothy Spall e Jessie Buckley vi aspettano per una performance grandiosa. Ecco la recensione!
Timothy Spall, Olivia Colman, Jessie Buckley e Anjana Vasan in un poster del film Cattiverie a domicilio

Thea Sharrock è la regista della commedia romantica Io prima di te. Nel 2023 realizza un altro film che in Italia arriva soltanto ora – ad Aprile 2024 – col titolo di Cattiverie a domicilio. Arriva al momento giusto perché segue di qualche mese La sala professori, col quale condivide alcuni tempi importanti. Un cast eccezionale e una sceneggiatura estremamente ironica, però, rendono Cattiverie a domicilio un bel film ancora più alla portata di tutti. Ecco la nostra recensione!

Chi è senza peccato scagli la prima lettera

Il film è ambientato negli anni ’20, nella cittadina inglese di Littlehampton. Edwith Swan è la protagonista, ultra religiosa e dai ferventi valori cristiani, che vive con suo padre e sua madre e – insieme ad alcune altre donne del villaggio – riceve misteriose lettere anonime di una scurrile e volgare cattiveria.

Inizia, nella cittadina, una caccia alle streghe – che proprio per questo ricorda La sala professori – che fa ricadere tutta la colpa su Rose Gooding, una giovane ritornata a Littlehampton con una figlia dopo la morte del marito in guerra e che è lontana sia dalla “decenza cristiana” sia dal mite e docile rispetto delle regole tradizionali.

A questo punto, però, c’è fra la gente del villaggio qualcuno che non si accontenta della vulgata e che sente il dovere di indagare sulla faccenda. Si tratta dell'”ufficiale di polizia donna” Gladys Moss. Donna viene specificato ogni volta dai suoi superiori, come fosse un grado diverso nella gerarchia poliziesca. Sarà proprio l’onore di donna a rendere Moss una condottiera temeraria e intraprendente di una sgangherata troupe di donne alla ricerca della giustizia.

Una spiegazione sugli haters di oggi

Timothy Spall in una scena del film Cattiverie a domicilio

Nonostante l’ambientazione sia antiquata e anche la storia sembra non riguardare il nostro presente – perché viene condannata l’indecenza non religiosa, le bambine non possono suonare la chitarra e al primo posto ci sono le tradizioni della fede – Cattiverie a domicilio parla moltissimo di noi. L’ironia spregiudicata e dissacratoria ricorda molto i toni dell’altrettanto recente The Holdovers. Attraverso lo scherno sembra spiegare il fenomeno degli haters nel tempo dei social network. Le lettere che arrivano a Edwith e alle altre donne non sono troppo diverse dai commenti cattivi e insensati che ricevono centinaia di persone per i più svariati motivi in qualche piattaforma social.

Cosa c’è dietro tutto l’odio che viene recapitato a casa di Edwith? Non vogliamo fare spoiler ma la risposta è molto semplice: la frustrazione. Più l’uomo viene rinchiuso dentro una qualche gabbia, più il suo spirito libero troverà dei modi – in questo caso violenti e irrispettosi – per raggiungere l’esterno. Il problema è che insieme al desiderio di libertà, la gabbia stimola nell’ingabbiato anche un rancore, una repressione e un senso di odio di cui le lettere a casa di Edwith o il disprezzo gratuito su Instagram sono soltanto un piccolo esempio.

Le donne ufficiali non fanno indagini

Anjana Vasan in una scena del film Cattiverie a domicilio

Ci sono diversi tipi di gabbie. La gabbia che introiettiamo e facciamo nostra, rendendoci da soli schiavi di quei concetti limitanti e svilenti, si trasforma in provocazione violenta e – almeno nel caso del film – rivolta verso l’offesa di qualcun altro. La gabbia che invece riconosciamo come tale, con la quale non ci assimiliamo, e che quotidianamente ci pesa come una zavorra, genera una rivalsa costruttiva e positiva nell’ingabbiato consapevole. Questo è il caso del maschilismo di Cattiverie a domicilio e la “poliziotta donna” Gladys Moss è l’esempio della lotta che non cede e non si rassegna.

Quando il suo collega “ufficiale di polizia” (senza la precisazione del genere, perché lui è un ufficiale vero, la donna no) la caccia dall’ufficio dicendo “le donne ufficiali non fanno indagini, amore“, Gladys decide che farà l’indagine da sola. Quella del personaggio interpretato da Anjana Vasan è una grandissima lezione di femminismo che viene rappresentata con sobrietà e incisività – forse i tratti di cui più hanno bisogno le battaglie importanti.

Un film che ricorda La lettera scarlatta

Jessie Buckley e Olivia Colman in una scena del film Cattiverie a domicilio

Cattiverie a domicilio per la martellante etica religiosa e per la morale retrograda ricorda molto il romanzo di Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta. In quel libro il peccato viene demonizzato al punto da rendere un’adultera il nemico pubblico della cittadina. Lo stesso accade in Cattiverie a domicilio per Rose. La giovane donna è un personaggio sfacciato e indomabile che ricorda molto le donne interpretate da Helena Bonham Carter. L’attrice Jessie Buckley ne veste in modo impeccabile i panni e Rose diventa non solo il capro espiatorio di tutta l’indagine ma anche l’elemento disturbante nella morale rigida e bigotta della cittadina.

Forse è proprio per questo che nessuno ha più intenzione di indagare. Perché la colpa è ricaduta sulla madre senza marito, sulla donna che fa del sesso occasionale, che è orgogliosa di essere libera e che tutti indicano come “indecente”. Magari non sarà neanche colpa sua, ma il ruolo di colpevole le si addice così tanto – vista la vita che conduce – che non c’è bisogno di approfondire nulla.

Qui interviene la bellezza di Cattiverie a domicilio. Le altre donne, amiche della poliziotta Gladys, diranno a Rose “ma cos’è decente e cosa non lo è“? Nel frattempo una le confessa di avere una cura del proprio igiene di tipo “medievale“, l’altra a ottant’anni suonati si stappa una fiaschetta di rum. Alla rigidità giudicante degli uomini il film risponde con una eterogeneità libera e accomodante delle donne che, proprio per questo e soltanto con questo, riescono a fare gruppo pur nella diversità.

Giù la maschera

In questo modo il tentativo di Edwith – col volto di un’incredibile Olivia Colman – di scrivere una guida del buon cristiano fallisce. La facciata di religiosa indulgente che risponde con la grazia di Dio alle ingiustizie subite cade. La donna viene smascherata e con lei tutta l’arretratezza di cui era sintesi.

Una risata vi seppellirà” direbbe qualcuno. Cattiverie a domicilio si conclude con un riso sguaiato in sintonia tanto da parte del diavolo – Rose – quanto dell’acqua santa – Edwith. Come a dirci che forse quei ruoli non portano con sé nulla di vero e che entrambe le donne sono fatte della stessa identica umanità. Anzi, se proprio dev’esserci un buon e un cattivo, sarà il rovescio di quello che immaginavamo. Andate a vedere Cattiverie a domicilio al cinema, perché vi terrà svegli sulle poltrone!

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