La sala professori, recensione: non parlare del Fight Club

La sala professori è un nuovo Fight Club. Quello che accade nella stanza degli insegnanti di un istituto a tolleranza zero deve restare lì dentro. Perché è lì che viene manipolato e deformato tutto quello che accade nei corridoi, nelle aule, e non si deve sapere. Ecco la nostra recensione del film di İlker Çatak, in lizza per gli Oscar!
Leonie Benesch in una scena del film La sala professori

Dopo i festival di Toronto, Busan e Berlino, il film di produzione tedesca diretto da İlker Çatak ha raggiunto finalmente le sale italiane. La sala professori, grazie alla distribuzione di Lucky Red, arriva nei nostri cinema giusto in tempo per scegliere il favorito agli Oscar fra la cinquina del Miglior film internazionale. Siamo corsi a guardarlo sul grande schermo, ed ecco la nostra recensione!

Chi comanda nella sala professori?

Una frase è in grado di riassumere La sala professori e spiegare l’ambiguità su cui poggia tutta la storia: “Non sei obbligato!“. Ognuno degli adulti della scuola tedesca in cui si ambienta il film lo ripete ai ragazzini all’interno di un’indagine su una serie di furti che si sono abbattuti sull’istituto. “Non sei obbligato” a fare la spia, ma…. la scuola ha una politica di tolleranza zero, che è soltanto un eufemismo per dire: “indaghiamo su tutto“.

In questo contesto da caccia alle streghe, il vero dirigente scolastico è il sospetto. Così la professoressa Carla Nowak, idealista e combattiva, si trova a lavorare al cospetto del dirigente che ha tutto il potere. E finisce invischiata nella stessa melma da cui spera di salvarsi. L’atmosfera inquisitoria stride con l’ambiente scolastico. Sembra più che il film sia ambientato in una sala dell’interrogatorio – e ci ricorda quella drammatica miniserie Netflix che è When They See Us. Invece siamo proprio nei corridoi e nelle aule scolastiche e i protagonisti di cui si serve il regista come simbolo dell’umanità tout court e della società globale sono i bambini.

Il caso è molto semplice, fra i più comuni in tribunale. A scuola sono avvenuti alcuni furti, il sospetto ricade sugli studenti e i rappresentanti di classe sono tenuti a fornire agli insegnanti alcune informazioni utili a rintracciare il colpevole. La colpa ricade su Alì: un alunno straniero, che con un becero abuso di potenza degli adulti della scuola viene trovato con una somma consistente di denaro nel portafoglio. In automatico è il ladro, e questo ragionamento non ci stupisce affatto. È lo stesso che muove il mondo da troppi anni ormai, contro il quale si è battuto anche Ken Loach nell’ultimo bellissimo film, e che purtroppo straborda da ogni sala professori, cinema, film. Arriva nelle storie di tutti i giorni all’insegna del razzismo, della discriminazione, del semplicismo e della cattiveria ignorante.

Una semplice domanda

Una scena del film La sala professori

L’altra espressione-chiave de La sala professori è “una semplice domanda“. Tutti, nella scuola, si camuffano da ingenui senza cattive intenzioni, e con questa maschera danno il via alla pioggia di insinuazioni che rende l’istituto allagato e in emergenza. Le semplici domande smettono di essere soltanto semplici domande: sono la benzina della dinamica dell’equivoco, sempre più stratificato, che – come abbiamo già detto – alimentano soltanto la caccia alle streghe. E il terrore che ne consegue perché, ancora una volta tornando all’attualità fuori dal film, sappiamo benissimo quanto diffondere la paura del ladro non faccia altro che generare l’odio per il ladro e identificarlo anche laddove non ne esiste uno. Proprio come The Old Oak di Ken Loack, La sala professori esprime il bisogno contemporaneo – becero e amareggiante – di trovare un nemico contro cui accanirci.

Una scena esprime la corrispondenza fra La sala professori e la società civile in cui tutti viviamo. L’insegnante porta gli alunni in palestra e chiede a sei di loro di salire su un cubo di legno – non troppo grande. Lo scopo dell’attività è tenersi tutti e sei, contemporaneamente, su quella superficie non troppo grande. I ragazzi devono sforzarsi a non cadere, devono trovare un modo affinché nessuno di loro cada. E tutto il resto della classe che sta a guardare? Consiglia. Sono pochissimi minuti ma è la perfetta sintesi del progetto di una società attenta, responsabile, unita. Che non esclude nessuno, in cui il bene dell’altro mi sta a cuore e dove il ruolo di tutti è contribuire ad un progetto. Smettere di boicottare, di remare dall’altro verso, di stare a guardare con parole di critica e odio.

Quella scena ci deve imparare ad osservare con lo scopo di dare un consiglio – che parola ormai scomparsa! È la scena della società che dovremmo ricostruire.

Ma chi controlla i controllori?

Chi custodisce i custodi?” si chiedeva Giovenale nel mondo latino, ma sembra essere l’interrogativo anche di İlker Çatak – regista de La sala professori. Perché il paradosso di questa scuola sta proprio in questo: si descrive come un istituto a tolleranza zero, quindi concentrato sul rispetto delle regole, e invece ospita la più sregolata delle comunità. Il potere del sospetto, la legge dell’insinuazione e la corsa all’accusa non fanno altro che rendere tutto permesso e permissibile, anche la più scomoda delle domande e la più fuoriluogo delle soluzioni. Ci si dimentica del ruolo, dello scopo – ovvero educare una comunità di bambini -, e del rispetto degli altri. Più osannano l’essere ligi alle regole e il rigore, dunque, più gli adulti distorcono e sprecano le giuste pratiche che dovrebbero rispettarsi.

E chi controlla che gli adulti facciano bene? Nessuno, perché anche fra i genitori poi si creano schieramenti e dinamiche malate, precisissimo specchio dell’effetto domino che affligge la nostra società, alimentata dal male che si vince con un male maggiore. Senza nulla che sia più capace di interrompere la spirale della violenza (neanche un lecito cessate il fuoco)

Oskar come Antigone

Leonard Stettnisch in una scena del film La sala professori

C’è uno spiraglio di speranza anche ne La sala professori. Non è la professoressa idealista che vorrebbe cambiare le cose ma finisce risucchiata dalla stessa spirale e non si salva dalla compromissione delle sue buone intenzioni. È, invece, uno degli alunni: Oskar. Incarna la disobbedienza civile di Henry Thoreau, l’opposizione alla legge quando la legge a cui dover sottostare è scorretta, ingiusta, insensata. È Antigone che si ribella al tiranno Creonte che gli impedisce di dare una degna sepoltura ai suoi fratelli.

In un ambiente distorto, in cui chi va con lo zoppo impara a zoppicare e l’equivoco, l’ingiusto e il manipolato si diffondono per contagio a macchia d’olio – ad un certo punto indistintamente fra adulti e bambini -, Oskar è l’antidoto che interrompe il contagio. Perché a smuovere il film, ce lo ha confermato anche il regista in quest’intervista da Berlino, sono gli inganni in cui si trasformano le buone intenzioni. Sia la signorina Novak, che gli studenti più ribelli, più intendono cambiare le cose più finiscono risucchiati dallo stesso vortice ingiusto e compromettente. Oskar, invece, blocca il flusso: non fa nè come tutti gli altri che vorrebbero il meglio; né rispetta le regole di quelli che quel meglio non lo vedono. Per l’eccesso di regole, l’unico contrasto possibile è l’assenza totale di esse.

E l’inamovibilità di Oskar – anche fisica – urla più forte del grido violento della signorina Novak. O meglio, forse raggiunge lo scopo dell’insegnante. Se lei non è riuscita a interrompere il domino, spera che qualcuno dei suoi alunni ce la faccia. E solo Oskar potrebbe, a cui ha insegnato a fare il cubo di Rubik, e che conosce benissimo il “passo dopo passo” della matematica. Allora, come il professor Keating, la signorina Novak si rassegna al fatto che le sue buone intenzioni non avranno frutti: ma “capitano, mio capitano” ne La sala professori si trasforma in un grido disperato. Oskar saprà raccoglierlo e sbatterlo davvero in faccia a chi ne ha smosso la rabbia.

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