Arco è prima di tutto un film sulla connessione tra individui, e su come una singola interazione possa cambiare il mondo. Ugo Bienvenu disegna un’opera animata e fantascientifica, ambiguamente collegata alla sua graphic novel Préférence Systèm. Lì il mondo è ossessionato dai social media, e il prezzo per l’archiviazione dei dati si impenna alle stelle. Per fare spazio alle foto delle proprie vacanze si arriva a cancellare la storia. Ma un uomo decide di salvare illegalmente la cultura dell’umanità nel suo robot surrogato di nome Mikki. Lo stesso robot lo vediamo ora al cinema grazie ad I Wonder Pictures.
Non preoccupatevi, Arco non ha certo toni cupi come la storia che vi abbiamo appena descritto. Ma il film candidato all’Oscar (qui tutti coloro che bramano la statuetta) nasconde, dietro ai suoi colori intensi, in fondo ad arcobaleni danzanti, un allarme ambientale che non può non interessarvi. E senza sprecarsi in arzigogolate soluzioni, Bienvenu ci offre la possibilità di sperare (che visti i tempi non è scontato) in un futuro migliore: ma dobbiamo farlo insieme.
Nessuna pentola d’oro, solo un ambiguo futuro
Nel 2932 gli umani vivono tra le nuvole, su strutture simili ad alberi, dove ogni ramo sostiene la casa di una famiglia. Le persone, in questo futuro solo apparentemente utopico, viaggiano nel tempo grazie ad una pietra magica, volando con un mantello arcobaleno. Ma Arco, non ha ancora compiuto dodici anni, e non può ancora esplorare le epoche che lo hanno preceduto. Spinto dalla curiosità ruba pietra e mantello a sua sorella, spicca il volo, e senza avere il minimo controllo della situazione, torna nel 2075. Lui voleva vedere i dinosauri.
Nel 2075 gli eventi meteorologici estremi fanno parte della quotidianità, e tutte le case sono attrezzate con cupole protettive che si alzano in difesa di nubifragi e incendi. I robot hanno sostituito gli umani in quasi ogni lavoro (l’unico adulto che vediamo lavorare è, inspiegabilmente, il custode della scuola) e al netto di qualche scelta di design il mondo è molto simile al nostro. Iris, una bambina di dieci anni, e Peter, il suo fratellino, sono accuditi dal robot Mikki (ricordate?). I loro genitori sono sempre al lavoro (a fare cosa non è specificato) e Iris si sente sola e abbandonata. A Mikki gli si vuole bene, ma se bastasse a sopperire la mancanza dei genitori sarebbe un problema. “Ho paura di venire in contatto con essi proprio come se fossero bestie vere” diceva Sartre ne La nausea (non riferendosi ad androidi, ovviamente, a quello ci ha poi pensato Dick).
Una mattina, Iris vede un arcobaleno sfrecciare nel cielo, lo segue, e invece che un pentolone pieno d’oro, trova uno strano ragazzo schiantato al suolo con una tuta sfarzosa. Sui suoi passi ci sono anche tre singolari fratelli, che stanno cercando di dimostrare da tutta la vita che gli arcobaleni non sono quello che tutti credono, perché una volta anche loro hanno visto un viaggiatore del tempo.
Arco, tra reference e identità

È chiaro che l’ispirazione primaria per il film sia il cinema di Hayao Miyazaki e, in particolare, Laupta – Castello nel cielo (la pietra, le abitazioni tra le nuvole, un gruppo di finti villain comici). Molti ne hanno parlato come di un connubio tra il maestro giapponese ed E.T. di Spielberg (che però ha un piglio autobiografico). Personalmente ci metterei di mezzo anche Ritorno al futuro, visto che stiamo scomodando gli anni ’80. Per noi, però, non è solo un buon prodotto postmoderno. Bienvenu segna un punto di partenza per un’animazione coraggiosa, che sa parlare a chiunque. Esce da una logica puramente autoriale per potersi mostrare in tutta la sua bravura, e riesce a colmare lo scarto d’interesse che il grande pubblico prova per l’animazione europea rispetto a quella americana e giapponese.
Arco ha dei fondali stupendi, una regia con molte idee, una colonna sonora, quella di Arnaud Toulon, da pelle d’oca (e sì, anche qui si strizza l’occhio a Joe Hisaishi). È un’opera prima da applausi per Ugo Bienvenu, al netto di alcune criticità strettamente narrative e dovute, secondo noi, alla brevità del racconto che sarebbe di ben più ampio respiro. Il regista apre un mondo fantascientifico veramente interessante, e porta avanti per tutto il film quel meraviglioso concetto di unione semplicemente attraverso i gesti dei personaggi. Ma una volta visto Arco ne vorresti ancora. Questa è la sua forza e la sua crepa.
Da questa crepa speriamo prima o poi di poterci guardare attraverso, di poter sviscerare il sci-fi di Bienvenu. Speriamo di poter osservare un prodotto d’animazione così ben pensato da durare nel tempo, senza restare nel tanto restame. Che Arco lasci un segno! Cinematografico e non, nei più piccoli e negli adulti. In un mondo che ci vuole sempre più divisi, sempre più soli, sempre più lontani, Arco ci ricorda che solo insieme possiamo cambiare le cose e forse, “in un certo senso, è già successo”.









