American Fiction è il ritorno del politicamente scorretto agli Oscar?

È giunta al termine la 96esima edizione degli Academy Awards. Una serata storica che ha sancito l’entrata in vigore dei nuovi standard di rappresentazione e inclusione. Le pellicole degli Oscar 2024 sono però risultate le meno politically correct degli ultimi anni!
Jeffrey Wright nel poster del film American Fiction

Un professore afroamericano di mezza età non sopporta più gli stereotipi sui neri. Perché mai dovrebbe fingersi una vittima della società? Preferisce piuttosto ironizzarci su scrivendo un libro banale e pieno di luoghi comuni. Un romanzo destinato a suscitare l’interesse delle maggiori case editrici diventando un clamoroso successo commerciale. Stiamo parlando della trama di American Fiction, pellicola del 2023 scritta e diretta da Cord Jefferson. Un’opera brillante che imputa i danni del politically correct al senso di colpa dei bianchi. E lo fa entrando a gamba tesa nella patria del politically correct: gli Oscar.

La 96esima edizione degli Academy Awards si è tenuta il 10 marzo 2024 al Dolby Theatre di Los Angeles. A presentare l’evento il noto Jimmy Kimmel, tornato per la sua quarta volta alla conduzione degli Oscar. Abbiamo assistito a un’edizione piatta, di cui potete recuperarvi qui la lista completa dei vincitori, dominata dallo schiacciante strapotere di Oppenheimer che si è aggiudicato ben 7 statuette sulle 13 nomination ricevute. Un’edizione capace però di sancire una svolta epocale nell’industria cinematografica: gli Oscar 2024 rappresentano infatti l’entrata in vigore dei nuovi standard di rappresentazione e inclusione per la candidatura di una pellicola a Miglior Film.

Un nuovo inizio. Una sorta di “anno zero” per l’Academy, che si è mossa per favorire una partecipazione eterogenea nel settore. A darne conferma il presidente dell’Academy David Rubin e il CEO Dawn Hudson: “Quest’apertura vuole riflettere l’eterogeneità della popolazione globale. Riteniamo che questi standard di inclusione saranno un catalizzatore per un cambiamento essenziale e duraturo nel nostro settore”.

Il nuovo regolamento dell’Academy

Jimmy Kimmel alla 96esima edizione degli Oscar

Una rivoluzione etica racchiusa in quattro standard (o parametri) introdotti nel 2024 dall’Academy affinché una pellicola venga inserita nella categoria Miglior Film.

Partiamo con lo Standard A, che fa riferimento alla rappresentazione sullo schermo (temi e narrative) e si compone di tre clausole ben precise: almeno uno degli attori principali o degli attori secondari significativi deve appartenere a un gruppo etnico sottorappresentato (asiatico, afroamericano, ispanico, nativo americano, e così via); almeno il 30% del cast deve provenire da due dei seguenti quattro gruppi sottorappresentati, ovvero quello delle donne, delle minoranze etniche, della comunità LGBTQ+ e dei disabili; il tema principale del film deve essere incentrato su uno dei quattro gruppi sopracitati.

Lo Standard B riguarda invece la leadership creativa e il team di progetto, ovvero la troupe che compone il film. Anche in questo caso si fa riferimento a tre clausole: almeno due membri provenienti da uno dei gruppi sottorappresentati devono coordinare i comparti tecnici principali; almeno sei membri della troupe di supporto devono provenire da un gruppo etnico sottorappresentato; almeno il 30% della troupe deve provenire da uno dei quattro gruppi sottorappresentati citati in precedenza.

Lo Standard C concerne le opportunità di stage e stabilisce attraverso due clausole che deve essere garantito un apprendistato retribuito nelle principali aree di produzione e post-produzione a uno dei quattro gruppi sottorappresentati, e che questo stage debba essere supervisionato da persone appartenenti a uno di questi gruppi. Lo Standard D stabilisce infine che i gruppi sottorappresentati debbano rivestire ruoli dirigenziali nei team di marketing, pubblicità e distribuzione del film.

A questo punto sorge spontanea una domanda: c’è il rischio che favorire l’inclusione vada a discapito della meritocrazia?

Il cambio di rotta nell’industria hollywoodiana

Nonostante i nuovi standard siano entrati in vigore soltanto a partire dal 2024, è evidente già da alcune edizioni il cambio di rotta messo in atto dall’Academy. Basti pensare ad esempio alla vittoria del Premio Oscar come Miglior Film nel 2017 di Moonlight, prima pellicola a tema LGBTQ+ con un cast totalmente afroamericano a ottenere l’ambita statuetta.

Sulla scia di Moonlight c’è stata l’assegnazione nel 2019 del Premio Oscar al Miglior Film a Green Book, un road movie che elogia l’amicizia e la tolleranza, capaci di abbattere i muri di “razza” e classe sotto la guida di due attori del calibro di Viggo Mortensen e Mahershala Ali.

La conferma di quanto il vento stia cambiando in seno all’Academy ci è offerta dalla sorprendente e inaspettata vittoria di Parasite nel 2020. La folgorante opera di Bong Joon-ho è stata la prima pellicola coreana a competere agli Oscar e la prima ad aver vinto la statuetta come Miglior Film. Se ciò non bastasse, Parasite è anche la seconda pellicola consecutiva non inglese ad aggiudicarsi la statuetta come Miglior Regista dopo Roma di Alfonso Cuarón nel 2019: “Sento che questo è un momento storico”, ha dichiarato sul palco la produttrice Kwak Sin-ae. E in effetti, lo è stato.

A destare maggiori perplessità sulla validità del nuovo regolamento dell’Academy è la discutibilissima vittoria nel 2022 di CODA – I segni del cuore, remake americano di La famiglia Bélier, che conserva in toto la dinamica dell’originale arrivando perfino a fotocopiare intere sequenze. Un racconto di formazione incentrato su una famiglia sordomuta che viene interpretata da attori realmente sordomuti, in linea con le richieste dello Standard A.

E arriviamo così al 2023 e alla vittoria di Everything Everywhere All at Once, entrato nella storia per il numero di premi ricevuti. Un film interessante, ricco di pregi, ma indiscutibilmente furbo. Un’opera sulla famiglia, sull’inclusione (i protagonisti sono asiatici) e sull’importanza di accettare le differenze di ognuno. Un altro tassello da aggiungere alla strada di contraddizioni percorsa dall’industria hollywoodiana.

Il paradosso degli Oscar 2024

Nell’anno dell’introduzione ufficiale degli standard di rappresentazione e inclusione, ci saremo aspettati il peggio dall’Academy. O quanto meno, un prosieguo della rivoluzione intrapresa. E invece, colpo di scena. Non tanto per quanto riguarda l’assegnazione dei premi, quanto piuttosto per lo scarso equilibrio inclusivo che ha contraddistinto la kermesse. Nell’annata che avrebbe dovuto sancire la svolta definitiva verso un mondo più “equo, giusto e solidale”, le pellicole premiate agli Oscar 2024 sono state le meno “politically correct” degli ultimi tempi.

A un anno di distanza dalla discutibile vittoria dell’attrice orientale Michelle Yeoh per Everything Everywere All at Once sulla ben più meritevole Cate Blanchett, ci ritroviamo a un testa a testa molto simile nella categoria Miglior Attrice: la bravissima Emma Stone che in Poor Things assurge a simbolo dell’autodeterminazione della donna sfida l’altrettanto brava Lily Gladstone (Killers of the Flower Moon), prima nativa americana a ricevere la nomination.

Il trionfo della Gladstone ai SAG Awards e il forte messaggio politico che la vittoria della prima nativa americana agli Oscar avrebbe lanciato non sembravano lasciare dubbi a riguardo. E invece, ecco il plot twist: l’Oscar per la Migliore Attrice è stato assegnato a Emma Stone. Come altrettanto sorprendente e inaspettata è stata la vittoria per la Miglior Sceneggiatura Non Originale assegnata ad American Fiction e al suo messaggio “politicamente scorretto”.

American Fiction e la feroce accusa al politically correct

Erika Alexander e Jeffrey Wright in una scena del film American Fiction

American Fiction è il primo film da regista di Cord Jefferson. Il protagonista è Monk (Jeffrey Wright), un affermato scrittore afroamericano in crisi creativa. Il suo ultimo romanzo è stato rifiutato da gran parte delle case editrici statunitensi perché considerato “non abbastanza nero” per pubblicarlo. In un impeto di rabbia, Monk decide così di scrivere un libro che racchiuda al suo interno tutti gli stereotipi neri che gli passano per la testa e, con sua grande sorpresa, il romanzo ottiene un successo strepitoso.

Monk non vorrebbe pubblicare romanzi che strizzano l’occhio al pubblico e incapaci di proporre una visione complessa del mondo. E invece si ritrova inghiottito da un sistema di produzione capitalistico che mira esclusivamente a soddisfare le esigenze della maggioranza. Viene risucchiato nel loop dell’american fiction, dove tenta invano di uscire per non alimentare una visione populista degli afroamericani che li vuole poveri, ignoranti, ghettizzati, spacciatori e violenti.

American Fiction si scaglia in maniera feroce contro le narrazioni semplicistiche. E in tal senso può essere interpretato anche come una metafora del cinema contemporaneo, costantemente dominato dal politicamente corretto. Paradossale ma vero: nell’anno in cui per la prima volta i membri dell’Academy dovevano tener conto degli standard di rappresentazione e inclusione per l’eleggibilità, sembra che Hollywood si sia accorta che la ripresa della Settima Arte deve partire dalla qualità delle opere e non dalla loro correttezza.

E voi cosa ne pensate di American Fiction e della sua vittoria come Miglior Sceneggiatura Non Originale agli Oscar 2024? Fateci sapere la vostra nei commenti!

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