American Born Chinese, recensione: tra interiorità e mitologia

American Born Chinese è la nuova serie Disney+ sulla storia di Jin, un ragazzo di origini cinesi che tenta di trovare la sua identità in una scuola americana. A metà tra teen movie, racconto storico-mitologico e universo MCU, la serie tratta le delicate tematiche dell'integrazione e del razzismo interiorizzato.
American Born Chinese, recensione: tra interiorità e mitologia

American Born Chinese è una serie ispirata dalla graphic novel omonima di Gene Luen Yang del 2006. Quest’ultima, nella sua struttura tripartita, fa un vero e proprio collage tra storia individuale di un immigrato di seconda generazione e narrazione mitologica cinese.

Nella rivisitazione seriale di Kelvin Yu, American Born Chinese è molto più pop rispetto alla graphic novel originale. Il fumetto di Luen Yang viene svuotato della sua carica contestativa, che viene diluita -con decine di minuti di scene wuxià e elementi family friendly- in una narrazione scorrevole e divertente.

La trama di American Born Chinese

La serie è diretta da Kelvin Yu, già sceneggiatore e produttore di Bob’s Burgers, serie di successo americana sulla famiglia a stelle e strisce. L’elemento familiare è centrale anche qui: American Born Chinese ruota attorno alle vicende di Jin Wang (Ben Wang), un ragazzo americano di origini cinesi, che sogna una vita come quella di tutti i suoi compagni statunitensi. A casa le cose non vanno per il meglio, e i suoi genitori Christine (Yeo Yann Yann) e Simon (Chin Han) stanno attraversando una brutta crisi matrimoniale.

Succube della mancanza di rappresentazione etnica del liceo californiano che frequenta, Jin deve uniformarsi ai suoi compagni, tentando di smussare tutti i lati che lo rendono eccessivamente non-occidentale. Tenta di sbarazzarsi della sua passione per manga e anime e prova a entrare nella squadra di football della scuola, ma risulta essere sempre più ancorato a quell’eredità culturale che suo malgrado si porta addosso.

Identità e mitologia

Frame da American Born Chinese
Frame da American Born Chinese

Il tutto viene ulteriormente appesantito quando il preside lo incarica di guidare Wei-Chen (Jimmy Liu), un nuovo studente asiatico, a scoprire la scuola. A detta del direttore (che non si degna neanche di capire che il nome del protagonista è Jin e non Jim), i due sono destinati ad essere amici solamente per la provenienza comune.

L’amicizia con il ragazzo non fa altro che trascinare ancora di più Jin nel baratro della diversità. Ad arricchire la narrazione di questo immigrato di seconda generazione, il regista inserisce in parallelo il tema cardine della mitologia cinese. Wei-Chen si scontra in un conflitto celeste con figure mitologiche cinesi, proprio mentre Jin lotta con forza contro la sua identità orientale.

La diversità trattata in maniera convenzionale

Il premio Oscar Michelle Yeoh in American Born Chinese
Il premio Oscar Michelle Yeoh in American Born Chinese

Con un cast che ricorda quello del film rivelazione del 2022 Everything Everyhwhere All At Once (di cui vi abbiamo parlato qui), Disney + tenta un’operazione diversa ma per certi versi molto convenzionale alle sue precedenti. American Born Chinese si pone senza dubbio l’intento di sradicare dei pregiudizi e dei cliché razzisti piuttosto interiorizzati nel popolo americano. Tuttavia, la necessità primaria della serie risulta essere quella di divertire ed intrattenere in maniera family friendly.

Jin esplora la sua identità e tutti i fardelli di cui un asiatico deve farsi carico in una realtà fin troppo bianca, ma il tentativo di decostruzione degli stereotipi attorno a lui riporta continuamente alla piattaforma sulla quale la serie è trasmessa. Le scene relative alla famiglia di Jin e alle fragilità di questa si alternano prontamente a gesta spettacolari e combattimenti di arti marziali. L’effetto è quello di un teen movie alla High School Musical, ovviamente più connotato politicamente, ma condizionato ampiamente dalla spinta dell’era Marvel.

American Born Chinese: un’ironia pop

Il protagonista Jin
Il protagonista Jin

Insomma, senza dubbio la serie non ha lo stesso impeto della graphic novel originale. È piuttosto una rivisitazione in chiave mainstream dell’opera di Gene Luen Yang che si impone in dei panorami apparentemente saturi, ma ancora notevolmente redditizi: quelli dei film di liceali e supereroi. Gli otto episodi sembrano un romanzo di formazione sotto forma di prodotto fantasy.

Piena zeppa di rimandi alla cinematografia orientale ed elementi ironici e dissacranti, la serie è indubbiamente una visione piacevole in grado di raggiungere ogni generazione. In un’epoca in cui si rende sempre più necessaria una presa di coscienza politica netta, -seppur attraverso elementi talvolta troppo familiari- American Born Chinese si fa pur sempre portatrice di un disagio comune a milioni di ragazzi nel mondo: la difficoltà di integrarsi e di rendere la propria diversità un elemento a proprio favore.

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