10 film che avrebbe potuto scrivere Charles Bukowski

Charles Bukowski è forse uno dei personaggi più cinematografici della cultura pop americana. Ciononostante il cinema non si è molto relazionato con lui, se non per due film tratti dai suoi libri e Barfly, di cui ha firmato la sceneggiatura. La nostra domanda, nel trentesimo anniversario dalla morte, è stata: se fosse un film, quali sarebbe? Eccoli!
Se Charles Bukowski avesse scritto Saltburn, Ave, Cesare!, Il Grande Lebowski, Triangle of Sadness e Un altro giro

Sono uno scrittore eccezionalmente bravo. Dopo Lawrence, Céline, Dostoevskij, sono probabilmente il quarto scrittore più famoso del secolo. Sono una persona semplice, non faccio niente di eccezionale: bevo e scrivo a macchina, ogni notte la stessa cosa. Bevo e scrivo a macchina“. Charles Bukowski è quel tipo di uomo che deve per forza presentarsi da solo. Non saremmo mai sufficientemente giusti ad introdurlo, serve ricorrere alle sue stesse espressioni per poterlo spiegare bene. Per questo anche oggi, a trent’anni dalla sua scomparsa, abbiamo voluto cominciare con le parole tratte da un’intervista.

La domanda che ha smosso quest’articolo è semplice: se Bukowski fosse un film, quale sarebbe? O meglio, quali? Perché il vecchio Buk è più di una sola cosa, è tantissime cose messe insieme – tanto che non gli basta neanche essere soltanto se stesso ma ha bisogno anche di un alter ego. Il “tornado bianco chiamato Henry Chinaski“, appunto, che è anche il nome protagonista del film di cui ha scritto la sceneggiatura, Barfly – Moscone da bar (1987), e di Factotum, del 2005, tratto dall’omonimo romanzo di Buk.

Rifkin’s Festival

Wallace Shawn in una scena del film Rifkin's Festival

Charles Bukowski, le cerimonie e i premi letterari non sono mani andati troppo d’accordo. Questo perché la sua posizione rispetto alla commercialità della letteratura è sempre stata un po’ snob e parecchio sprezzante, tanto da ricordarci Mort Rifkin – il vecchio critico cinematografico cinico che, in Rifkin’s Festival di Woody Allen, soffre ad accompagnare la giovane moglie ad un festival di cinema. Lo racconta Bukowski stesso che il suo rapporto nei confronti dei soggetti dell’industria letteraria non è mai stato gentile o educato. E il disprezzo, l’apatia e la sensazione di estraneità rispetto ad un universo di cui dovrebbe essere attore, senza però scenderci a patti, è riscontrabilissimo nel film di Woody Allen del 2020.

I due editori francesi stavano per pubblicare quattro libri miei. Dopo un paio di bottiglie ho preso il telefono e li ho chiamati. Mi ha risposto uno dei due. “Senti, brutto figlio di puttana”, ho detto, “tu sei Rodin o Jardin?” Chiunque fosse l’ho insultato per cinque o dieci minuti. Poi ho riagganciato.

Triangle of Sadness

Woody Harrelson in una scena del film Triangle of Sadness

Sulla stessa scia ci imbattiamo in Triangle of Sadness, o meglio nella scena del capitano Smith – ubriaco – chiuso nella cuccetta insieme al Dimitrij – altrettanto ubriaco – che sproloquiano su socialismo e capitalismo con un linguaggio scurrile e dissacrante ai microfoni della nave allo sbaraglio. Il personaggio di Woody Harrelson ci ricorda il Charles Bukowski delle interviste. Si trovano anche sul web video di momenti al limite fra l’imbarazzo stucchevole e lo spettacolare – sintesi efficace di tutto Triangle of Sadness – in cui Bukowski stappa una lattina di birra dietro l’altra in faccia ai giornalisti che provano ad intervistarlo e si rivolge ad essi in modo veemente e senza peli sulla lingua. Nel caso di un’intervista in particolare, come fosse una delle sue Storie di ordinaria follia, Buk ha concluso l’intervento vomitando addosso al giornalista che lo intervistava – in pienissimo stile Triangle of Sadness, appunto!

Un altro giro

Mads Mikkelsen in una scena del film Un altro giro

Perché gli interventi pubblici del nostro Charles Bukowski siano così istrionici e caratteristici c’è bisogno di un carburante. Nel caso del nostro scrittore sicuramente è l’alcool, più probabilmente birra, e saremmo curiosi di sapere come avrebbe retto l’esperimento dei professori di Un altro giro. Il film di Thomas Vinterberg, del 2020 (che avrà un remake), si basa su una teoria psichiatrica che individua – negli esseri umani – un deficit alcolemico dello 0,05%. Risanare quel gap con l’alcool permetterebbe agli uomini, secondo la teoria, di essere più propensi alle interazioni sociali e più attivi nelle dinamiche psico-fisiche. Bukowski sarebbe sicuramente un esempio di quanto questa teoria psichiatrica abbia del vero, e si unirebbe ai professori che – testando l’esperimento – decidono di andare a lavoro brilli, per performare con più brillantezza.

Saltburn

Una scena del film Saltburn

Per completare il profilo di scrittore sregolato – che poi in fondo è quello più popolare e l’aspetto che più spicca quando si pensa a Bukowski – manca un elemento: il sesso. Determinante nella sua vita, nei suoi romanzi, nei suoi racconti, il nostro Charles sdogana tutti i tabù che potremmo avere sulla sessualità e la rende una grande festa, ogni volta. È davvero sempre una grande festa sregolata, con Buk, come fossimo nel giardino del Grande Gatsby trasformato in qualcosa di più spinto – quindi Saltburn. In Bukowski c’è sia il sesso erotico, legato al piacere – di cui parleremo fra poco – sia quello perverso e spinto verso il confine dei propri limiti. Questa seconda sfumatura, più sregolata e di cui quindi più si parla, è quella che respiriamo nel film di Emerald Fennell.

Povere creature!

Emma Stone in una scena del film Povere creature!

L’ostentazione del piacere di Charles Bukowski, però, è molto più simile – se non ci si ferma al primo strato di apparenza – a quella di Bella Baxter. La sessualità e i percorsi al suo interno sono segno tanto della libertà quanto del desiderio di esprimere tutto ciò che sente di essere. Soprattutto, proprio come per la protagonista di Povere creature!, il sesso è uno dei tanti piaceri, forse il più appariscente ed evidente, ma sintesi e simbolo, in realtà, del desiderio di appagare i propri desideri tout court. Bella e Charles Bukowski hanno in comune la spregiudicatezza e il coraggio di ammettere – anche al posto nostro – che i piaceri della vita sono anche il sesso e che l’esperienza sessuale non è fine a sé stessa ma porta con sé un processo di conoscenza ed espressione che ci avvicinano il più possibile al massimo della libertà e possono diventare il senso di tutta la vita. Hanno il coraggio di rispondere a quello che sentono di essere e di ostentare le cose che gli piacciono.

“Qual è il senso della Vita?”
“La negazione”
“E la gioia?”
“La masturbazione”

Il grande Lebowski

Jeff Bridges in una scena del film Il grande Lebowski

Non è successo granché durante il volo di andata: hanno accusato me e Linda Lee di fumare erba”. Potrebbe essere una citazione da Il grande Lebowski, e invece sono parole di Charles Bukowski. L’assonanza dei cognomi, pur non avendone la certezza, fa pensare a chi scrive che nella costruzione del personaggio di Jeff Bridges i fratelli Cohen abbiano un po’ preso in prestito alcuni aspetti bukowskiani. Quello che mette in comune questo film allo scrittore è sicuramente il tono dissacratorio e disimpegnato: Bukowski, dopo che in letteratura si è parlato della droga come di qualcosa di profondamente artistico, oppure di largamente doloro e drammatico, ne scrive con un sorriso sornione – lo stesso di Drugo -, come a dire “alleggeriamoci tutti, perché altrimenti non ne usciamo vivi”.

The Holdovers

Paul Giamatti in una scena del film The Holdovers

Perché in realtà, il primo ad avere bisogno di tutto questo – del sorriso sornione ma anche dell’alcool, della droga, del sesso – è Charles Bukowski in persona. La faccia da cazzone e la scrittura ancor di più nascondono, fra le righe, una spiccatissima sensibilità. O meglio, più che nascondono, la testimoniano. Sono l’esempio dello scudo di cui ha bisogno davanti al mondo perché, sono sue parole, “facciamo tutti una gran fatica a vivere“. Ecco allora che avrebbe colpito quel professor Hunham interpretato da Paul Giamatti nell’ultimo film di Alexander Payne. Perché The Holdovers, l’abbiamo detto anche nella nostra recensione, è un film sull’amarezza della vita. E di chi, soprattutto, in quell’amarezza stagnante ci resta intrappolato e non si divincola per andarsene. Sta lì, nel caso di Bukowski con una sigaretta in mano e una lattina di birra nell’altra. Si lascia attraversare da quell’amaro e accetta che sia così.

Era vero che la vita era insopportabile, solo che la maggior parte della gente era stata ammaestrata a fingere di pensare che non lo fosse.

Favolacce

Una scena del film Favolacce

A proposito di sensibilità, Charles Bukowski è un uomo dalla sensibilità selettiva. Di quelli come i nostri italiani Pasolini e Tondelli, dei registi dei reietti. E a proposito di Italia, di scarti della società e di attenzione alla periferia non tanto delle città quanto della vita, non possiamo che non pensare ai fratelli D’Innocenzo e al loro Favolacce. Le prostitute, i momenti più viscidi del sesso, le scene che nessuno mai racconterebbe: tutto questo diventa il centro dell’attenzione di Buk, e per questo secondo chi scrive avrebbe tanto apprezzato questo film nostrano.

Ave, Cesare!

Josh Brolin in una scena del film Ave, Cesare!

Ancora i fratelli Coen, perché con Charles Bukowski condividono l’irriverenza e l’umorismo al confine fra “ti dico la verità” e “ti sto prendendo in giro”. Hollywood e l’America sono il punto di arrivo della vita di Buk, o meglio, il costante punto da cui ricominciare. Per ogni strada che inizi a percorrere, il nostro scrittore torna sempre per Hollywood, gli passa attraverso e da lì ricomincia. È tanto attratto dall’America – e tutto quello che significa – quanto gli pare inevitabile. È un po’ Eddie Mannix di Ave, Cesare!, dentro e fuori, contento e scontento, aderente al suo lavoro e in contrasto con esso. “Hollywood est non è mai stato il posto giusto per un tornado bianco come Chinaski” – eppure è lì che torna, sia nella vita che quando scrive.

Ruby Sparks

Paul Dano in una scena del film Ruby Sparks

L’ultimo, ma forse avrebbe dovuto essere il primo. Perché tutte le facce di Charles Bukowski non le avremmo mai viste, noi lettori di questo secolo, se non per mezzo della sua scrittura. Ma forse non le avrebbe viste neanche lui: se Buk fosse un prisma trasparente, lo scrivere è il raggio di luce che lo attraversa per produrre tutti i colori. E allora, quest’uomo è sì tutte le cose che abbiamo detto, ma non lo sarebbe stato così bene se non avesse scritto, se non avesse creato il suo mondo e sé stesso fra le pagine dei suoi libri. Per questo Ruby Sparks, perché come il Calvin di Paul Dano – che si innamora della donna che ha inventato come protagonista del suo romanzo -, mentre scrive Bukowski plasma il mondo e più lo narra più quello realmente accade.

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