The Well, una rinascita dell’horror italiano? L’intervista a Federico Zampaglione

In una lunga intervista ci ha raccontato l'attuale situazione del cinema horror in Italia e come è nato il suo The Well, da un pozzo e una paura ancestrale verso un elemento che, sia in letteratura che nel cinema, esprime qualcosa di sinistro. Federico Zampaglione con il suo nuovo film getta luce su un genere bistrattato in cerca di nuovi esponenti.
Un inquietante frame di The Well.

Finalmente disponibile in streaming e in Home Video: dal 5 dicembre è possibile guardare The Well sul canale CG COLLECTION di Prime Video, per i nuovi iscritti alla piattaforma sarà possibile accedervi tramite il periodo di prova gratuito. L’horror firmato da Federico Zampaglione ha fatto tanto parlare di sé: rilasciato nella sale l’1 agosto, distribuito in 104 Paesi, con un successo notevole nonostante il VM 18. Cerchiamo di indagare l’origine del film e i motivi per cui ha convinto così tanto da poter diventare un film apripista per il nuovo horror italiano.

Lisa Gray (interpretata da Lauren LaVera) è una restauratrice d’arte statunitense a lavoro in un piccolo paese della provincia italiana: Sambuci. In questo luogo sospeso, svetta un antico casale appartenente alla vedova Emma Malvisi, una magnetica e affascinante Claudia Gerini, che vive lì assieme alla figlia Giulia (la piccola Linda Zampaglione). Il restauro del quadro medievale, che Lisa svolge all’interno del casale, sotto la costante supervisione di Emma, si rivelerà più complesso del previsto. Togliendo la fuliggine dalla tela, si intravedono creature sinistre che iniziano a tormentare il sonno della protagonista. Fin al ritorno alla luce di fasti di un’antica maledizione, che coinvolgerà i personaggi e il loro rapporto col tempo.

Con The Well, Federico Zampaglione sovverte alcune regole del genere horror, affidandosi a scelte di regia che strizzano l’occhio al gore e al gotico più estremi. Il suo è un cinema primordiale, che parla della carne tramite la carne. Così la pellicola si dimostra un lavoro di bottega, curatissimo e artigianale nel senso metaforico del termine, una meticolosa e studiata lavorazione. Abbiamo intervistato il regista, cantautore, produttore, così gentile da riservarci spazio e da riferirci le sue impressioni anche per quanto riguardo la discrepanza che può nascere tra una produzione musicale intensa (a tratti romantica) e un cinema violento (a tratti brutale). Agli artisti è concesso il cambiamento, per gli artisti è necessario il cambiamento. Siamo scesi nel suo pozzo, parlandone direttamente con il regista in una lunga intervista.

The Well è una favola nera, col pregio di restare cruda pur lasciando spazio all’immaginazione e alla dimensione di un mondo “altro”. Dove ha cercato ispirazione per questa storia e in quale pozzo ha scavato?

Il pozzo per me è un posto oscuro, che mi ha sempre dato vibrazioni non buone: sin da ragazzino quando “assistessi” a quel bruttissimo episodio del ragazzino Alfredo Rampi che cadde in un pozzo artesiano. Fecero di tutto per salvare quel bambino che aveva la mia età, seguivo con grande sgomento la vicenda, ma non ci riuscirono. Poi un giorno parlando con mia moglie le ho chiesto: “Ma cos’è che ti fa veramente paura?”. E lei mi ha risposto: “Il pozzo”. Allora eravamo in due. Da lì è iniziata l’elaborazione dell’idea, che tramite Giacomo Gensini è diventata connessa a un dipinto per rendere complici questi due elementi: il pozzo e il quadro. In maniera molto Edgar Allan Poe. E poi l’abbiamo sceneggiato con Stefano Masi, che ha anche prodotto il film.

Proprio partendo da Il pozzo e il pendolo di E.A. Poe, passando per l’omonimo di film di Roger Corman prima (1961) e di Stuart Gordon poi (1991), ma anche Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci, fino al cinema artigianale di Dario Argento, in questo film ha attinto da una tradizione foltissima: qual è il suo rapporto con questi maestri?

Io sono cresciuto con quei film. È un po’ quello che è successo con la musica: sono cresciuto coi dischi di Dalla, Battisti e Pino Daniele. La stessa cosa con il cinema. Ciò che sto cercando di fare è trovare il mio stile. In The Well ci sono elementi del gotico che possono far pensare a Mario Bava o a Pupi Avati, però sono innestate una serie di suggestioni che appartengono a uno stile più americano, più gore, che invece normalmente nel gotico non intervengono.

Del resto la sua protagonista, Lisa, deve “rimaneggiare” un’opera d’arte. Dopo anni di carriera sente ancora il peso di dover mettere mano a un’opera d’arte, prova ancora delle remore?

Il peso che sento è il peso delle aspettative, e quelle sono sempre le mie. Non ho mai fatto le cose per il pubblico. Il pubblico arriva per ultimo, non per importanza perché il pubblico è sacro, ma arriva per ultimo nei miei pensieri. Se avessi dovuto seguire ciò che il pubblico si aspettava da me non avrei mai fatto cinema horror, perché l’immagine che ho dato con i Tiromancino è l’esatto opposto del cinema horror. E invece ho fatto il cinema horror, semplicemente perché mi piace. Io faccio il mio percorso e lo porto avanti mettendoci il massimo dell’impegno, ma non sto lì a pensare se possa o meno piacere agli altri. Faccio ciò che piace a me. Forse è anche il motivo per cui la mia carriera ormai va avanti dalla fine degli Anni Ottanta, perché il pubblico sa che nel bene e nel male non sono una persona condizionabile.

E poi questo rapporto col tempo, nel film si dice: «Ci sono persone che desiderano tanto crescere e persone che desiderano tanto fermare il tempo». Federico Zampaglione a quale categoria appartiene?

Un po’ a tutte e due, nel mezzo!

Non c’è solo una repulsione contro la morte e l’invecchiamento ma anche il terrore di essere dimenticato, la difficoltà di capire che in questo mondo, alla fine, siamo solo di passaggio. Lo dimostra il suo finale ironico e molto simbolico. Crede che questa sia una dinamica presente oggi anche più che in passato?

Col passare del tempo capisci il valore del tempo e la rapidità con cui passa, perché ti guardi indietro e vedi che gli anni sono passati in un attimo, per cui hai un altro tipo di visione. È connaturata con l’andare avanti dell’età. Il finale poi è tutto una critica al capitalismo: quando metti una persona buona e onesta, come la nostra protagonista, in condizione di caderci, in qualche modo ci cade. Il capitalismo trasforma le anime e in un attimo fa diventare le persone qualcos’altro, per convenienza, per arricchimento, per posizione. È un finale molto ironico ma allo stesso tempo molto amaro perché racconta proprio il male di quest’epoca: il potere, i soldi. Forse non solo di quest’epoca, perché non esiste un periodo in cui il denaro e il potere non siano state le leve principali della società. La società è sempre stata basata su questo ed è per questo che si continua ad autodistruggere.

Il film è stato girato tra Roma e Sambuci, questo piccolo centro di provincia che conserva la propria autenticità, quindi anche il proprio mistero. Cosa l’ha spinta a girare in questi luoghi?

Quando fai un film e scrivi di un ambiente poi devi cercarlo e trovarlo quanto più simile all’idea che hai in testa. Tra le tante foto di antichi casali che ho visto, ce n’era uno che dava un senso di tempo sospeso e così sono andato a vederlo. Era un luogo che ispirava una certa inquietudine, era elegante perché era bellissimo, ma aveva davvero qualcosa di sinistro. In sostanza, io non c’avrei dormito lì dentro. Quindi ho pensato fosse perfetto, perché in un film di un certo tipo l’ambiente è importantissimo, non è un elemento che puoi sbagliare.

Le scene più inquietanti di The Well sono anticipate e accompagnate da una componente sonora incalzante e battente. Sembra volerci dire che la paura prima si ascolta, poi si vede, infine si prova.

The Well è un film che evoca diversi tipi di stati d’animi. C’è l’inquietudine e ci sono dei momenti che hanno a che fare con il soprannaturale, quasi delle emanazioni di questo quadro e quindi questo tipo di paure che vengono dall’occulto. Poi c’è una parte più violenta, scioccante, che fa orrore più che paura. Ho cercato di giocare su vari piani. Quello che mi interessa è far capire che The Well è un film che si basa sulla dimensione dell’incubo, non sulla dimensione del reale. Ciò che a me piace negli horror è non inseguire in maniera maniacale una certa logica. Perché è successo questo? Perché è successo quest’altro? In un incubo non ti faresti mai certe domande. Negli incubi le cose succedono, ti ritrovi dentro situazioni agghiaccianti e non sai come ci sei finito dentro: è quello che ti disorienta. Perdi il beneficio della logica. E quindi ti senti perso perché può succedere di tutto. Che succederà adesso? Assisterò a una scena estremamente violenta, oppure mi ritroverò a che fare con qualcosa di raggelante? In un certo tipo di film, le cose diventano più interessanti quando diventano folli.

Colpire lo spettatore, da più angoli, da più punti di vista.

Se guardi un film soprannaturale magari non ti aspetti tutto quel gore, perché è un altro tipo di cinema. Invece io ho voluto rompere degli schemi, quindi il film è diventato divisivo e questa io la ritengo una fortuna. Questa cosa ha generato una discussione, e quindi il film ha avuto molta più rilevanza rispetto a quella che ha solitamente un film horror indipendente. Perché quando le cose iniziano a essere discusse, in qualche modo diventano virali. E questa cosa qui è l’unico modo per avere una visibilità. Viviamo in una realtà in cui ogni secondo esce qualcosa, si pubblica di tutto, si dice di tutto quindi la normalità è diventata passare inosservati.

Ma l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale“: Lucio Dalla, Santo subito!

Escono una valanga di dischi, di film, di libri, di fumetti, di canzoni; è difficile riuscire a catturare l’attenzione perché c’è veramente tantissima roba. Quando poi succede una cosa come quella che è successa a The Well bisogna esserne contenti, perché non era scontata, perché è un tipo di cinema di cui in Italia parlano in pochi. Invece c’è stata una bella partecipazione che ha portato a un risultato positivo. Il film sta ancora girando e questo vuol dire anche che si può tornare ad accendere il fuoco dell’horror in Italia: se c’è l’attenzione e la voglia di dibatterne, nasce un interesse. E l’interesse è la molla per convincere l’industria che c’è un pubblico là fuori che vuole certi film. L’horror è considerato un genere da tenere chiuso in cantina. Questa è la mentalità. È un horror? Niente! Magari è un film splendido ma siccome è un horror va fatto sparire. La mentalità generale porta a importare gli horror da fuori, li doppiamo e li buttiamo in sala, invece di produrli. Io mi sono buttato in un campo e ne ho visti i meccanismi.

Si è buttato in un pozzo, un altro…

Direi. Ma ho un’altra visione: rispetto a quando ho fatto Shadow, adesso c’è una grande comunità attiva di gente che ama l’horror, che è curiosa, quindi se si riesce a riconsolidare l’idea che l’horror italiano possa tornare e avere il suo spazio, possa essere un tipo di cinema che va bene in sala, che va bene sulle piattaforme, che possa dire la sua in tutto il mondo, allora i produttori torneranno a investire. Piuttosto si fanno film drammatici che poi magari non usciranno mai in sala, ma sovvenzionati perché ritenuti film di interesse culturale. Invece l’horror che potrebbe avere il suo pubblico in Italia e fuori, non viene considerato. È una mentalità che va avanti da sempre in questo Paese. I più grandi maestri dell’horror sono stati ultra celebrati all’estero ma in Italia non più di tanto. Questo tipo di snobismo c’è da parte di tutto il sistema. È vero, questo è un genere che devi amare, ma… 

…ma un film fatto bene è un film fatto bene, a prescindere da tutto.

È questo il discorso. Il film se è bello è bello. Non si dovrebbe avere questo tipo di preclusione. Purtroppo qui non è così. La parola horror, solo la parola, fa storcere immediatamente il naso a tantissima gente. Devo dire, non più alla stampa, e con The Well per fortuna si è visto. La stampa specializzata che normalmente dava addosso all’horror, adesso comincia a proteggerlo. Le nuove generazioni di giornalisti hanno un altro approccio. Quelli che non hanno rivalutato l’horror fanno parte dell’assetto istituzionale. 

Forse si sta anche sdoganando quell’idea di cinema horror come cinema “facile da portare a casa”, di semplice realizzazione; invece soprattutto in film come il suo, praticamente artigianali, si avverte tutto il contrario. 

C’è da dire che l’horror è un genere in cui ti devi impegnare su tutti gli aspetti. Se in una commedia le battute fanno ridere, che queste battute vengano dette in un ambiente fatto meglio o illuminato meglio, cambia poco. La gente si concentra sulla risata. Se in un horror invece sbagli l’ambiente e la luce, già hai distrutto l’atmosfera del film, perché la gente vede qualcosa che non gli torna. Quindi devi curare tutto, dal più piccolo suono al più piccolo dettaglio. È un genere che viene ingiustamente ritenuto facile. Tutti gli effetti speciali di The Well sono artigianali ed è un lavoro enorme, lunghissimo, meticoloso che ha fatto Carlo Diamantini. Quindi dove sta questa facilità nel fare cinema horror? Speriamo che si apra una finestra e che si riesca a far considerare l’horror al pari di altri generi cinematografici.

Potrebbe essere un apripista: come lo è stato per la musica, così può diventarlo per il cinema horror.

Il caso di The Well ha fatto girare un po’ di teste! Anche il mondo della distribuzione e degli esercenti ha messo gli occhi su questa cosa, perché hanno notato questo strano caso di un film con un divieto ai minori di 18 anni, distribuito da una società al suo primo film (la Iperuranio Film), quindi una cosa totalmente indipendente di cui magari si conosceva pochissimo, vista per tutto il mese di agosto nella Top 10 accanto a film distribuiti da grosse case di produzione come Warner, Medusa o 01. Questi sono i casi che possono aprire una breccia, poi bisogna dare continuità. Devono arrivare altri bei film, la gente deve cominciare anche ad aspettarli e sapere che c’è una attività.

Federico Zampaglione, si sente più The Well o più Due Destini?

Per assurdo, io tra le due cose non vedo tutta questa differenza. Ciò che io vedo è la mia immersione. Che poi vada a ricercare un’emozione intima o un’emozione cupa, spaventosa, misteriosa, io sono sempre dentro il mondo delle emozioni. E come si fa a parlare di un’emozione bella se non si ha la curiosità di vedere cosa c’è dentro una emozione brutta? La paura fa parte delle emozioni primarie e quindi per me è solo un continuare a esplorare le emozioni nelle sue forme. 

E un buon regista, di cosa deve avere paura?

Di se stesso!

The Well vi aspetta sulla piattaforma Prime Video, insieme alle altre novità del mese.

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