“Steve Jobs”: la recensione del film di Danny Boyle

Poche settimane fa la redazione, in vista dell’uscita del film di Joe Wright, L’ora più buia, ha deciso di stillare una classifica delle migliori interpretazioni in film biografici, che secondo i nostri canoni, rispettassero al meglio il personaggio trattato e la loro storia. Principalmente la cosa che premeva di più, era individuare quale tra le migliori interpretazioni svolte, fossero tanto meritevoli da essere tenute in elevata considerazione. Il biopic è un genere abbastanza spinoso, tanto da trovare nettamente separato il favore del pubblico e della critica. Il suo voler raccontare la figura di un personaggio, storico o contemporaneo che sia, non ha centrato sempre appieno il suo scopo. D’altra parte ci sono stati film biografici che sono stati ritenuti dei veri capolavori della storia del cinema, e ancora a distanza di anni, ne viene ricordata l’accuratezza formale e attoriale. Un genere che nel suo essere ampiamente discusso, ha trovato sempre il suo spazio; continuando nel suo piccolo a emergere nel panorama cinematografico odierno e passato.

Nel 2015 il regista premio Oscar, Danny Boyle, decide di confrontarsi con una delle figure cardini degli ultimi anni: l’imprenditore, informatico e fondatore dell’Apple Inc., Steve Jobs. L’aura mistica attorniante intorno al genio Jobs, è stata intensificata, in maniera preponderante, da tutta la nostra realtà mediatica e social. Dal suo arrivo sulla scena negli anni 80, fino alla sua morte nel 2011, e tuttora oggi, Steve Jobs rimane uno degli uomini più influenti degli ultimi trentacinque anni. La sua celebre frase “Stay Hungry Stay Foolish”, estrapolata da un discorso tenuto nel 2005 all’Università di Stenford durante una cerimonia di laurea, è divenuto un vero motto per le nuove generazioni, tanto da essere citata dai vari profili Facebook e Twitter, sui murales, sulle t-shirt, alle cover utilizzare per una delle sue ultime invenzioni, l’iPhone. Un personaggio così ossequiato da essere considerato nello stesso tempo, un guru, una rockstar, un artista pop, un inventore, ma prima su tutto, il più potente protagonista della rivoluzione tecnologica e culturale contemporanea.

Jobs

Boyle e lo sceneggiatore Aaron Sorkin si addentrano dentro il vissuto di Jobs e la sua persona, e ne fanno una rappresentazione alquanto romanzata, ma ugualmente più che concreta. Il loro obiettivo non è rafforzare il mito, ben consolidato nel nostro immaginario e dagli altri due precedenti biopic, il film per la tv del 1999, I pirati di Silicon Valley, e Jobs del 2013 con un incredibilmente somigliante (ma non sufficientemente bravo) Ashton Kutcher, ma lo spogliano del suo velo santificatorio e lo mostrano il più possibile umano. Da icona diventa uomo. L’uomo dietro le quinte dei suoi maestosi lanci promozionali, l’amico non riconoscente, il capo intransigente e pretenzioso, il padre poco presente. Del suo passato, delle sue vicende lavorative, del suo essere divenuto da un semplice ragazzo che armeggiava con i computer dentro il garage dei genitori a una superstar, ce ne vengono dati pochi frammenti; quello che conta è mostrare l’ambizione e il carisma di Steve Jobs, e i suoi difficili rapporti interpersonali tenuti con le persone attorno a lui.

Jobs

Non per altro, il film si basa sull’unica autobiografia autorizzata dallo stesso Jobs, scritta dal giornalista Walter Isaacson. Come nel libro, gli eventi sono trattati senza filtri. Boyle anche usando una tecnica presa in prestito dal teatro, del dramma in tre atti, riesce con essenzialità e poco didascalismo a raffigurare l’uomo Steve Jobs. Si allontana dalla natura rigogliosa di The Beach, dalle grigie ferrovie scozzesi di Trainspotting, dalle strade colorate di The Millionare, trascinando lo spettatore dentro i luoghi asettici, chiusi, illuminati da freddi neon, delle stanze nei retroscena degli auditori. Mette da parte il suo montaggio altalenante e febbrile, ma lascia la macchina da presa il più delle volte statica e al servizio dei suoi protagonisti. I tre atti sono ambientati in tre momenti salienti della vita di Jobs, durante il lancio del Macintosh 128K nel 1984, in quello del 1988 del NeXT Computer e, infine, nel 1998 alla presentazione dello storico iMac. Ogni atto è girato con un diverso supporto, da emulare la grana tipica del periodo in cui sono svolti. Il regista britannico mantiene un profilo basso a differenza dei suoi standard, ma cura quasi maniacalmente l’aspetto formale del film; ne da un’impronta teatrale, visivamente spettacolarizzata, ma contemporaneamente, rende i dialoghi, i rapporti e i caratteri dei protagonisti più concreti e corporei possibili. La pellicola basa le sue fondamenta, principalmente, sulle interpretazioni attoriali. All’inizio parlavo appunto dell’interpretazione nel biopic, l’importanza di quanto l’attore riesce a calare i panni, mentali e fisici, del personaggio protagonista. Michael Fassbeneder riesce nell’impresa quasi perfettamente. Anche non somigliando visivamente a Steve Jobs, il suo sguardo profondo e penetrante, le sue espressioni austere e algide, la sua mimica ponderata ma allo stesso tempo nevrotica, rappresentano al meglio l’ego spropositato dell’imprenditore californiano. Una sorta di potenziale super-io, una raffigurazione di un uomo amante di se e delle sue creazioni, così tanto, da perdere completamente il rapporto con la realtà che lo circonda. Nessuno riesce a far vacillare la sua personalità, a metterla in dubbio, nemmeno i forti attacchi del suo amico e co-fondatore Steve Wozniak, né le infamie ricevute dall’amministratore delegato/mentore John Sculley. L’unico punto saldo, da fungere quasi da guida dickensiana, contro i fantasmi passati e presenti di Jobs, è il suo braccio destro, Joanna Hoffman. Interpretata da una meravigliosa Kate Winslet, la Hoffman è una donna che non si fa sopraffare dai deliri onnipotenti di Jobs, ma tenacemente riesce a ridimensionarlo e a fare ordine nell’enorme caos che è la sua vita; specialmente nel rapporto con la figlia Lisa, il vero filo rosso di tutto il film. Un legame informe e insolito, non propriamente vissuto, anche se forse è una delle poche cose che mantengono Jobs legato al suo reale vissuto, al suo essere ancora umano.

Jobs

Boyle sapientemente si mantiene sulla soglia del narratore esterno ai fatti rappresentati. Senza glorificarlo ulteriormente, dà i suoi meriti a Jobs, e mostrandoci in parte il suo pensiero su di lui, senza cadere nel moralismo tipico da film biografico political correct. Notevole la sequenza quando viene proiettato alla sala colma di spettatori del Flint Center, il celebre spot del primo Macintosh nel 1984, diretto da Ridley Scott. Boyle quasi fugacemente, ci da un totale degli spettatori di spalle rivolti verso un Jobs glorioso sul palco; dietro a se uno schermo che riproduce lo spot dove vengono mostrati degli spettatori lobotomizzati dalla parole del Big Brother di Orwell. Mentre la donna nello spot rompe con un martello lo schermo controllore, liberando la popolazione dal controllo di massa, le parole che vengono citate sono : And you’ll see why 1984 won’t be like “1984”. Una vera e propria dichiarazione d’intenti da parte di Jobs, quella di rompere l’unificazione di pensieri, diffondere la libera informazione a tutti, in modo facilitato e a portata di mano. Un medium non più catalizzatore di pensieri, ma che stimola il suo fruitore, interagendoci. Il regista però si sofferma sullo sguardo fiero e possente di Jobs, lo riprende dal basso, si mette sullo stesso punto di vista degli spettatori in sala, che ferocemente urlano e gridano al genio. Che Jobs nel suo voler rompere gli schemi precedenti, abbia invece ricreato un nuovo Big Brother, con tanto di mouse e funzione di sintesi vocale? Che solo apparentemente risulti meno invasivo e persuasivo del precedente? Il regista lascia a noi le risposte, non né da un parere chiaro, ne prende una posizione netta. Siamo noi liberi di scegliere di pensare quello che sia stato Steve Jobs. Boyle ci mette di fronte a delle concretezze, ci delinea delle sfaccettature più o meno discutibili. Il suo intento rimane principalmente uno: mettere in scena la persona di Jobs, un innovatore, un rivoluzionario, ma umanamente, ugualmente contraddittorio.

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