L’Ora più Buia e l’interpretazione normalizzante di Gary Oldman

Il dramma storico di Joe Wright, pur con qualche colpa veniale, convince grazie ad un brillante Gary Oldman e ad una ricostruzione accurata

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Corre l’anno 1940. Adolf Hitler sta portando le sue devastanti truppe della Wehrmacht sul fronte occidentale, dopo aver invaso con successo Polonia, Danimarca e Norvegia. Mentre gli alleati si stanno ancora preparando, la mossa strategica adoperata dai tedeschi di passare per le Ardenne si rivela vincente e oltre 400.000 soldati franco-britannici si ritrovano circondati dai nemici e costretti alla ritirata verso il porto di Dunkerque. L’ora più buia degli oppositori al regime hitleriano si apre proprio adesso.

Con il fallimento delle politiche di appeasement degli anni ’30 – volte ad accontentare il Führer in tutte le sue richieste nella speranza che ciò l’avrebbe calmato – il Primo Ministro Neville Chamberlain, fautore di questa strategia, è costretto alle dimissioni dal suo partito. Serve un leader con esperienza capace di ottenere il sostegno sia dai conservatori che dai socialisti. Winston Churchill risponde a quest’identikit.

Lily James e Gary Oldman

Il film, passata l’introduzione, tende a dedicarsi a produrre un affresco che renda quanto più possibile onore all’immensa figura storica del politico britannico nel suo periodo più complicato. Un uomo che porta sulle spalle le vite di milioni di persone, chiamato a prendere decisioni irrevocabili.

Un uomo, va detto altresì, pieno d’insicurezze e di vizi: dall’immancabile sigaro, all’amore per l’alcool che, con il tempo, aveva reso la sua voce simile a quella di un ubriacone delle peggiori osterie. Tutto ciò, unito ad un raro senso dell’umorismo – celeberrime molte sue citazioni – contribuisce a smussare i contorni di un personaggio destinato a sfondare le porte della storia e a rimanerci per sempre.

Al di là degli aneddoti, il lavoro del regista londinese Joe Wright (Orgoglio e Pregiudizio; Espiazione) potrebbe essere definito di normalizzazione del personaggio. Se nell’immaginario collettivo, infatti, Churchill è il sagace e lungimirante leader di ferro che conosciamo, nel film non si può non notare la volontà di porre l’accento sui lati più deboli della sua personalità.

Siamo lontani dal decisionismo di Frank Underwood. Nelle prime scene sembra di assistere a degli sketch di Mr. Bean che provocherebbero pure ilarità, se solo non fossimo a conoscenza della tempesta in arrivo sulle teste dei britannici. Le peculiarità del personaggio portano dubbi profondi sulle sue decisioni, tanto nel Parlamento, quanto all’interno dello stesso gabinetto governativo. La ferma opposizione a Hitler voluta da Churchill si scontra con la volontà di trattare una pace, come suggerito invece da Lord Halifax.

Kristin Scott Thomas e Gary Oldman

Questo lo snodo principale del film. La presa di coscienza di un uomo e delle proprie capacità decisionali. Un insicuro che prende confidenza dei propri mezzi, una volta riscontrato il sostegno di chi ha attorno. Un personaggio, come ormai dovrebbe essere chiaro, pregno di sfaccettature e decisamente complesso da rappresentare. Compito arduo per chiunque, evidentemente non per Gary Oldman.

Mai riserve sono state poste sulle sue interpretazioni, ma qui forse ci troviamo di fronte al ruolo di una carriera. Di rappresentazioni di Churchill sul grande e piccolo schermo ne troviamo in quantità industriale, ma mai come ne L’Ora più Buia abbiamo la sensazione di trovarci davanti ad un personaggio vivace, capace di brillare di luce propria per oltre due ore di film. Oldman riproduce al  dettaglio movenze, sguardi e parlata strascicata – spiace per tutti quelli che lo vedranno doppiato – come mai forse era stato fatto. La critica sembra essersene accorta e, il Golden Globe conquistato ad inizio gennaio, sembrano ad un passo le assegnazioni di BAFTA e Oscar.

Gary Oldman

Il grande merito di Oldman è stato anche quello di tenere su un’opera francamente non esente da difetti. La sceneggiatura sembra soffrire troppo di cali di ritmo, la regia è a tratti claustrofobica – complice il fatto di doversi destreggiare per buona parte del film in un bunker – e la fotografia offre fasci di luce che potrebbe portare a definire determinate scene innecessariamente sovraesposte (con un occhio eccessivamente zelante).

L’Ora più Buia non è un capolavoro come dice la locandina. Non è neanche un brutto film. È forse il biopic su un personaggio storico più bello dai tempi del Discorso del Re. Se allora Colin Firth aveva ricevuto plausi e riconoscimenti dalla critica di tutto il mondo, quest’anno sembra giunta l’ora di Gary Oldman. La sua interpretazione è cruda e romanzata, drammatica e comica, memorabile e normalizzante.

Per mettermi i piedi in testa ci vuole Ben Affleck

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