Ritorno al futuro, recensione: fantascienza e rigurgiti di coscienza

Oggi, sabato 21 ottobre, il primo film cult Ritorno al futuro torna nelle nostre sale cinematografiche per emozionarci ancora. Il lungometraggio diretto da Robert Zemeckis, che ha accompagnato diverse generazioni, si ripresenta al cinema come un ritorno al passato. Questa è la nostra recensione.
Michael J. Fox e Christopher Lloyd in una scena del film Ritorno al futuro

Ah la scienza. Così astratta, ma così concreta. Soprattutto se ti chiami Robert Zemeckis e sei capace a girare un film come Ritorno al futuro. E qui, la fantascienza non manca. Stiamo parlando della prima pellicola della trilogia, diventata un pilastro della cinematografia degli anni ’80, anche per la sua capacità di ibridare il genere della fantascienza a quello della commedia. Infatti, i riconoscimenti non hanno tardato ad arrivare, come l’Oscar al Miglior montaggio sonoro. Le altre nomination, invece, non hanno raggiunto l’obiettivo sperato, ma il film ha indiscutibilmente riscontrato il consenso della critica e il grande apprezzamento del pubblico.

Ritorno al futuro, la trama

Claudia Wells, Michael J. Fox e Christopher Lloyd in una scena del film Ritorno al futuro

Qualcuno vorrebbe avere il potere di poter tornare indietro nel tempo? C’è qualcosa che vorreste cambiare? Non stiamo parlando necessariamente di rimpianti, ma qualcosa che vorreste fosse diverso poi nel presente. Marty McFly, interpretato da un brillante Michael J. Fox, è l’eroe di questo viaggio nel tempo. Lui è un diciassettenne con il sogno di diventare una rockstar, ma al momento con poche chance. Questo vorrebbe anche una vita più agiata per lui e per la sua famiglia, con un padre senza spina dorsale e una madre alcolizzata. Il suo migliore amico, inoltre, è un eccentrico e strano anziano scienziato.

Quest’ultimo, conosciuto come Doc, interpretato da Christopher Lloyd, sta lavorando ad una macchina, che consente di fare viaggi nel tempo, avvalendosi di una DeLoreane. Durante un esperimento, però, Marty viene catapultato nel 1955, trent’anni prima al suo tempo. Il suo obiettivo sarà quello di trovare Doc del passato, per riuscire a riprodurre la stessa macchina, affinché possa tornare nel futuro. Ma le cose, ovviamente, non saranno così facili, poiché la strada del giovane si incrocerà con quella dei suoi genitori quando avevano la sua età, rischiando di cambiare gli eventi del suo presente, mettendo in pericolo la sua stessa vita.

Rigurgito di coscienza generazionale

Crispin Glover in una scena del film Ritorno al futuro

La missione di Marty è quella di far (r)innamorare i suoi genitori prima che scompaia nel presente, ma la missione di Zemeckis è un’altra. Lui non manda il suo, allora giovane, protagonista negli anni ’50 con quell’unico scopo. Il regista statunitense sta cercando altro. Come molti altri cineasti della New Hollywood – il periodo di rinnovamento cinematografico iniziato con Il laureato di Mike Nichols – è riuscito a formulare una chiave narrativa che gli consentisse di rivivere la propria infanzia ma, rispetto ad altri, trovando un vero e proprio punto di contatto tra le due decadi, grazie all’espediente fantascientifico. È mosso dalla nostalgia.

Come biasimarlo. Quegli anni sono stati il periodo di massimo splendore negli Stati Uniti. Una vera e propria età dell’oro sul piano economico, dettata anche dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale che, nonostante avesse colpito soprattutto l’Europa, aveva anche impattato di riflesso su quella che, per molti, è la terra delle opportunità. Il quinto decennio del secolo scorso si stava solo preparando, con la Guerra di Corea, alle disgrazie della Guerra Fredda, ma senza avere una percezione chiara. Agli “attuali” anni ’80, invece, sanguinavano le cicatrici ancora aperte dello scandalo Watergate e della Guerra del Vietnam, conclusa negli anni ’70.

La domanda sorge spontanea: se il decennio a metà del ventesimo secolo è stato così memorabile dal punto di vista economico, sociale e artistico – basti pensare a Chuck Berry per il rock’n’roll con la sua Johnny B Goode o, rimanendo in tema, al cinema di Alfred Hitchcock nel suo periodo americano – perché la trama del racconto si pone come obiettivo quello di cambiare quegli anni passati? Di cosa si tratta? È un rigurgito di coscienza? Nel senso che sta ad indicare che una generazione è figlia dell’altra? Come Marty e i suoi genitori. Forse Zemeckis sta parlando a sé stesso.

Robert Zemeckis e il tempo

Michael J. Fox in una scena del film Ritorno al futuro

Nel 1895 – da non confondere con il 1985, quando è uscito Ritorno al futuro (curioso no?) – il grande e lungimirante scrittore di fantascienza Herbert George Wells pubblicò il romanzo intitolato The Time Machine. Questo titolo, successivamente ripreso dal suo stesso pronipote Simon Wells, che ne ha fatto un film omonimo, è probabilmente la prima opera che racconta un viaggio nel tempo, per come li “conosciamo” noi. Beh, anche Robert Zemeckis si avvale di una macchina per far rimbalzare il suo protagonista tra passato e futuro. Ma, nel suo caso, si tratta di una vera e propria automobile, ossia l’iconica DeLoreane.

Il regista è sempre stato affascinato dal tema. Il tempo, per quanto mai in modo così palese come nel film in questione, è sempre stato importante nella sua filmografia. Basti pensare a Forrest Gump che, attraverso le corse folli del suo protagonista, ha ripercorso buona parte della Guerra Fredda. E invece il film di animazione A Christmas Carol? Il noto Scrooge salta dal Natale passato a quello presente e futuro.

Insomma, tutto questo per dirvi che non solo il primo film, ma tutta la trilogia di Ritorno al futuro rappresenta un cult imbattibile, per mille motivi. E da oggi, il primo capitolo di Ritorno al futuro torna in sala per tutti voi. È già la terza volta che viene riproposto sul grande schermo. La prima nel 2010 per il suo venticinquesimo anniversario e la seconda nel 2015. Se considerate anche quando uscì, siamo a quattro. Non avete più scuse direi. Ah e ovviamente… non vale dire che non avete avuto tempo!

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