La Corea del Sud è diventata negli ultimi anni il punto di riferimento del cinema asiatico. Non solo ha saputo conquistare il pubblico sudcoreano con vivaci film di genere, ma è anche riuscita a produrre opere che hanno ottenuto importanti riconoscimenti ai festival e un’avanzata distribuzione nel circuito di qualità. Ancora più sorprendente è il fatto che i registi siano riusciti a realizzare film di successo che hanno saputo competere con i mastodontici prodotti statunitensi, come ad esempio Bong Joon-ho con il pluripremiato Parasite.
Un vero e proprio boom di popolarità ha travolto l’intero Paese. Si parla della cosiddetta Korean New Wave, una nuova ondata coreana che supera perfino le barriere nazionali. E Bong Joon-ho è tra i protagonisti di questa nuova generazione di cineasti che risente degli stili produttivi hollywoodiani e che abbatte il confine tra cinema di genere e cinema d’autore. Una personalità brillante, capace di sorprendere con il suo linguaggio figurativo e soprattutto di disegnare con i suoi film un crudo e realistico ritratto della società contemporanea.
Il cinema sociale di Bong Joon-ho

Al di là del fascino esercitato dal cineasta negli ultimi tempi e dei riflettori che è riuscito ad attirare su di sé, anche e soprattutto alla luce dei Premi Oscar aggiudicati dal film Parasite (prima pellicola sudcoreana ad essere candidata agli Academy Awards, nonché vincitrice di ben quattro statuette tra cui quella per il Miglior film), c’è senz’altro da mettere in conto la grande valenza sociale del cinema di Bong Joon-ho, entrato ormai a far parte a tutti gli effetti ed in pianta stabile dell’immaginario della cultura occidentale.
Dai principi dittatoriali in Memorie di un assassino ai temi legati all’ecologia e alle problematiche ambientali affrontati in The Host, passando per la lotta di classe in opere come Snowpiercer e Parasite: le tematiche sociali presenti nella filmografia di Bong Joon-ho non paiono semplicemente messe in scena, ma insignite del ruolo di vere e proprie protagoniste delle sue pellicole.
Alle “radici” del cinema di Bong Joon-ho
Bong Joon-ho nasce nel 1969 a Taegu, una città di provincia della Corea del Sud. Il padre, un intellettuale laureato in design, tiene delle conferenze presso l’università locale d’arte. La madre, ex maestra delle elementari ritiratasi per dedicarsi ai quattro figli, è figlia di Park Taewon, un esponente molto importante della letteratura coreana moderna, ripudiato però dal suo Paese a causa della fuga in Corea del Nord durante la Guerra di Corea. Il piccolo Bong Joon-ho cresce quindi in un ambiente familiare molto stimolante che condizionerà la sua carriera.
Bong Joon-ho si interessa fin da bambino ai fumetti (ne realizzerà perfino qualcuno) e al disegno, predisposizioni tali da portarlo in futuro ad occuparsi in prima persona dello storyboard dei suoi film. Tuttavia, la sua più grande passione non è rappresentata dal disegno, bensì dal cinema. Un cinema sporcato dal sesso e dalla violenza (aspetti ancora poco battuti all’interno del cinema coreano), influenzato da maestri come Hitchcock, Carpenter e De Palma. Sarà grazie all’incontro con il produttore cinematografico Cha Seung-jae che Bong Joon-ho riuscirà a finanziare i suoi primi progetti cinematografici.
Memorie di un assassino e la dittatura della Quinta Repubblica

Il contesto storico in cui è ambientata la vicenda di Memorie di un assassino, di cui potete recuperare qui la nostra recensione, è dettato da una scelta ponderata e riflessiva. Prendendo ispirazione dall’opera teatrale Come to See Me di Kim Kwang-lim, Bong Joon-ho decide di girare un film ispirato alla storia del primo serial killer coreano, risalente alla seconda metà degli anni Ottanta. Il regista ritiene infatti che gli eventi riguardanti il primo serial killer coreano possano descrivere nel migliore dei modi un periodo storico oscuro e violento per la Corea del Sud come quello della Quinta Repubblica (1979-1987).
Il presidente della Repubblica Chun Doo-hwan, in carica dal 1980 al 1988, si fa promotore di principi dittatoriali, nonostante ufficialmente si tratti di una democrazia. Il potere è nelle mani dei militari che hanno il compito di usare il pugno di ferro per sedare le sommosse del popolo in rivolta contro la polizia e contro la Quinta Repubblica. Si vive nel terrore.
Lo stesso Bong Joon-ho dichiara di aver rappresentato la polizia locale come una vera e propria forza di soppressione. Possiamo intuire ciò dagli stivali militari indossati da uno dei detective, usati per picchiare i manifestanti o estorcere informazioni ai sospettati, o ancora da un caso di violenza ingiustificata da parte di un poliziotto, fatto di cronaca realmente accaduto e mostrato nel film attraverso un servizio al telegiornale.
La situazione della polizia a quei tempi era proprio così. Il serial killer di sicuro era molto abile, ma probabilmente sarebbe stato preso se non fosse stato per l’incompetenza della polizia, troppo preoccupata a creare false prove, a chiedere consigli a una maga, a rovinare le tracce sulla scena del crimine e a torturare la gente per ottenere confessioni per nulla spontanee.
Una società “mostruosa” in The Host

Allo stesso modo Bong Joon-ho, per il suo The Host, matura un’altrettanto amara riflessione socio-politica. La trama di fondo non sembra essere particolarmente originale ad un occhio poco attento: un mostro marino, creato presumibilmente dallo smaltimento di rifiuti tossici da parte di un’equipe di scienziati americani, affiora dal fiume Han e inizia a seminare il panico per la città di Seul, distruggendo e divorando tutto ciò che incontra.
Il punto di vista della vicenda è quello della famiglia Park, armata fino ai denti per riprendersi la piccola Park Hyun-seo, rapita dal mostro e trasportata nelle fogne del fiume dove egli vive. All’apparenza quindi un classico monster movie alla King Kong o alla Jurassic Park (per Bong Joon-ho fonte d’ispirazione per l’ambientazione del suo film). Ma in realtà The Host nasconde molto di più. Il vero “cattivo” della storia non è da ricercare tanto nel mostro, quanto piuttosto nell’uomo stesso, il quale danneggia la natura a scopo egoistico.
«L’uomo è un animale sociale» sosteneva Aristotele, ovvero l’uomo è l’unico essere che per natura è predisposto alle relazioni sociali in quanto dotato di parola e raziocinio; è quindi in grado di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato: sta a lui scegliere da che parte stare.
Al contrario, gli animali risultano dotati esclusivamente di istinto, compreso quello di sopravvivenza, ragion per cui lo stesso mostro di The Host sembra animato soltanto dal bisogno vitale di nutrirsi per sopravvivere. Viviamo in una società infetta e malata a tal punto da generare essa stessa i mostri che si prefigge invano di combattere.
Da Oriente a Occidente: l’internazionalizzazione di Bong Joon-ho
Dall’unione tra la metafora politica e la tematica ambientalista prende forma la costruzione del primo film in lingua inglese di Bong Joon-ho: Snowpiercer. Il genere di riferimento è la fantascienza, nella fattispecie quella distopica, molto battuta nella letteratura da grandi autori quali George Orwell e Philip Dick. Un filone molto complesso da rinnovare, ma che il regista coreano riesce a padroneggiare realizzando qualcosa di nuovo, nonostante si tratti di un contesto già ampiamente trattato.
Un pianeta orribilmente devastato diviene lo specchio di un’umanità che di umano non sembra aver conservato alcunché: inquinamento, sfruttamento della scienza/tecnologia e abuso della stessa. L’uomo è intervenuto sull’ambiente in maniera troppo decisa: ciò che in gergo scientifico viene identificato come antropocene. Questi interventi ambientali non hanno portato che a gravi conseguenze, provocando devastanti cambiamenti climatici che hanno sviluppato una vera e propria era glaciale. L’uomo è diventato vittima di ciò che egli stesso ha creato.
La lotta di classe nello Snowpiercer

Il film è ambientato nel 2031, in un futuro neanche troppo lontano. La terra è diventata un unico enorme blocco di ghiaccio a causa di alcuni errati esperimenti per fermare il surriscaldamento globale. La popolazione è stata decimata e gli ultimi sopravvissuti vivono nello Snowpiercer, un treno che continua a girare all’infinito intorno alla terra. Un’arca di Noè in cui gli uomini hanno trovato rifugio. Un microcosmo in cui i ricchi vivono nel lusso e nei privilegi della prima classe, mentre i poveri, considerati i “parassiti” del treno, occupano la coda della locomotiva.
A far rispettare l’ordine sociale nello Snowpiercer ci pensa il misterioso signor Wilford, ovvero il creatore del treno. Nel frattempo in coda, Curtis, con l’appoggio dei suoi “Compagni”, è pronto a ribellarsi e a dare vita a una vera e propria rivoluzione per cercare di arrivare alla testa dello Snowpiercer, così da poter uccidere il signor Wilford e prendere il controllo della locomotiva.
Uno scontro quasi barbarico fra ricchi e poveri, classe dominante e parassiti, il tutto sviluppato su un piano orizzontale: dalla coda alla testa del treno. Un film che appare quasi come un videogioco a livelli. Ogni vagone conquistato equivale ad un livello superato, fino ad arrivare all’ultimo per affrontare il “mostro finale”.
Una storia sulla lotta di classe nuda e cruda, con i ricchi che tolgono tutto quello che possono ai più poveri e i poveri che a loro volta pretendono di ottenere i diritti che spettano loro in quanto esseri umani. Un futuro post-apocalittico in cui l’umanità è ridotta all’osso ma in cui, nonostante tutto, le vecchie e orribili abitudini sono dure a morire.
Dal piano orizzontale in Snowpiercer al piano verticale in Parasite

In Snowpiercer i ricchi e i potenti hanno il controllo della locomotiva e dei primi vagoni, mentre i poveri sono relegati in coda. La rivolta avviene avanzando sul piano orizzontale, nell’effimera speranza di poter raggiungere la testa del treno e sovvertire l’ordine sociale. Risulta importante però concentrarsi sul fatto che la scintilla della rivoluzione sia stata architettata da chi detiene il potere: questo elemento ci descrive una società che ha coscienza di ogni suo vagone, un mondo in cui chi regge le fila di questo grottesco teatro degli orrori vede e conosce il ruolo di chi risiede in coda al treno.
Questo sviluppo orizzontale ci suggerisce che, pur appartenendo a classi sociali differenti, i passeggeri sono tutti sullo stesso piano. Le rivolte, in questo senso, diventano una naturale dinamica del sistema, volte a perpetrare lo status quo. Il modo in cui Bong Joon-ho decide di mettere in scena Parasite è invece totalmente diverso rispetto al film precedente. Se Snowpiercer si sviluppa in orizzontale, Parasite gioca con il piano verticale.
La guerra tra poveri in Parasite
Parasite è il film che ha consacrato Bong Joon-ho a livello globale. La pellicola mette in relazione la vita di due famiglie speculari (padre, madre, figlio, figlia) e allo stesso tempo agli antipodi fra loro: i Kim, che vivono nei bassifondi di Seul in un fatiscente e minuscolo seminterrato, e i Park, una famiglia benestante dell’alta borghesia coreana che vive in una lussuosissima casa di design situata nelle zone alte della città.
L’occasione di riscatto per i Kim è però dietro l’angolo: Ki-woo (il figlio dei Kim) viene contattato dall’amico Min-hyuk per essere sostituito come insegnante di inglese della figlia dei Park. Grazie alle referenze di Min-hyuk e alla falsificazione di un documento di laurea, Ki-woo riesce ad ottenere il posto di lavoro. Da questo momento in poi le strade della famiglia Kim e della famiglia Park si legano indissolubilmente l’una all’altra.
Ki-woo infatti non si accontenta del lavoro “guadagnato” e decide di cavalcare l’onda favorevole sfruttando l’ingenuità della signora Park. Il ragazzo riesce così a far entrare a poco a poco, con delle identità false, tutti i suoi familiari all’interno della casa dei Park: dapprima la sorella Ki-jung come insegnante di educazione artistica per il piccolo Da-song; poi il padre Ki-taek come autista; infine anche la madre Chung-sook come governante. I quattro membri della famiglia Kim andranno a sostituire in tutto e per tutto la servitù di casa Park.
L’idillio viene però interrotto dall’ex governante dei Park, che supplica la nuova governante di farla entrare poiché, nella fretta di abbandonare la dimora, ha dimenticato una cosa importante nello scantinato. È a questo punto che lo spettatore e i Kim vengono a conoscenza di un bunker segreto sotto la casa dei Park in cui si nasconde, all’insaputa di tutti, il marito dell’ex governante. L’uomo vive sottoterra da ormai svariati anni per nascondersi dagli usurai, a causa dei molti debiti che ha accumulato.
Tra i due gruppi dello stesso stato sociale non scatta alcuna forma di solidarietà, ma soltanto una violenta contesa per accaparrarsi l’esclusiva della stessa preda: i Park. Un incontro-scontro tra le due famiglie, pronte a minacciarsi e a smascherarsi reciprocamente nei loro loschi piani. Una guerra tra poveri – la più grande invenzione della borghesia – per poter raccogliere le briciole lasciate dai ricchi, i quali vengono giudicati come dei benefattori.
Il limite-linea nella regia di Bong Joon-ho

Parasite è una storia all’apparenza semplice ma in realtà estremamente stratificata. Il tema centrale è sempre quello della lotta di classe; una lotta di classe spietata e ferocissima, difficile però da comprendere appieno se non si è a conoscenza del classismo estremo che vige nella società coreana, dove le famiglie potenti rappresentano il perno attorno a cui gira l’intera economia del Paese, mentre le famiglie più povere vivono nella miseria più totale. Una piramide sociale netta e marcata, perfettamente messa in scena dalla regia di Bong Joon-ho.
Si pensi a tal proposito al concetto di limite e alla sua rappresentazione scenica. Il limite-linea è qualcosa da non varcare mai, una separazione metaforica che divide i due mondi in maniera netta e che durante la pellicola ritornerà diverse volte, nei gesti e nelle parole dei protagonisti, così come nelle inquadrature e negli elementi della scenografia. Il signor Park continuamente parla della necessità di non oltrepassare il limite, affermando di detestare quando i suoi sottoposti lo fanno. Ma dov’è la linea e come si definisce?
Bong Joon-ho ce la mostra continuamente durante tutta la durata della pellicola. A partire dal primo incontro tra Ki-woo e la signora Park possiamo notare questa netta divisione: i due sono perennemente separati da una linea verticale che si fa strada per l’intera durata del loro incontro (quando salgono le scale, quando percorrono il corridoio,…), fino al momento in cui la signora Park assume Ki-woo e lo lascia passare metaforicamente e temporaneamente nel suo mondo.
La linea è presente in tutta la pellicola, che sia rappresentata da un elemento scenico o dalla conformazione del muro, sancendo un tacito accordo fra le due parti, le cui condizioni sono dettate da chi ha i soldi. I Park si sentono al di sopra di tutto e tutti.
In Corea del Sud vige un ordoliberismo estremo in cui non è lo Stato a regolare il mercato ma è il mercato il principio regolatore dello Stato. In poche parole, se sei povero sei praticamente abbandonato dalla società; i soldi devono essere dati ai ricchi che li riciclano per poi ridistribuirli, dettando legge per quanto concerne l’economia del Paese.
La notte degli Oscar

Parasite non è semplicemente un film estremamente brillante, ma è un’opera generosa, ricolma di amore per il Cinema, dove ogni aspetto e ogni inquadratura non sono mai lasciati al caso, mai fini a se stessi, ma sempre con un senso ben preciso. Non si può limitare la critica di Bong Joon-ho soltanto alla realtà coreana. Sono aspetti che ci toccano profondamente da vicino, magari in maniera differente ma comunque sviluppati a livello globale. Potremo dire in bilico tra Oriente e Occidente: un crudo ritratto della società contemporanea.
Un’internazionalizzazione che ha sancito la vittoria di Parasite alla 92esima edizione degli Academy Awards. Una vittoria rivoluzionaria, simbolo di un cambiamento epocale che riguarda l’Academy. L’opera di Bong Joon-ho è stata la prima pellicola coreana a competere agli Oscar e la prima in assoluto ad aver vinto la statuetta come Miglior film.
Se ciò non bastasse, si consideri che Parasite è anche la seconda pellicola consecutiva non inglese ad aggiudicarsi la statuetta come Miglior Regista dopo Roma di Alfonso Cuarón. Il tragico finale della pellicola si apre insperabilmente ad un lieto fine proprio nella notte degli Oscar. Bong Joon-ho e il suo cast si sono insinuati come “parassiti” e ne sono usciti vincitori.
E voi cosa ne pensate del cinema di Bong Joon-ho? Fatecelo sapere nei commenti e recuperate qui la nostra classifica di tutti i suoi film, dal peggiore al migliore!









