Sconosciuto ai più, il nome di László Nemes risuona di molte cose. Enfant prodige, innanzitutto. Il mondo l’ha conosciuto nel 2015 con un’opera prima che sembrava impossibile credere tale, Il figlio di Saul, che infatti vinse il Gran Prix a Cannes e l’Oscar al Miglior Film Straniero. Dieci anni dopo è arrivato al suo terzo film, Orphan, presentato qui in concorso a Venezia 82.
Ma László Nemes è anche nominato da Brady Corbet come suo padre putativo e infatti, già dai primissimi titoli di Orphan e in tutto ciò che segue, la grana della pellicola ha lo stesso sapore di The Brutalist – un film che ci era piaciuto tantissimo allo scorso Festival di Venezia. Di più: Orphan somiglia a quello che sarebbe stato The Brutalist se un altro László (Toth) fosse rimasto in Ungheria a farsi brutalizzare dai sovietici, invece di emigrare fino in America per finire in*ulato dai miliardari.
Fuor di paragoni narrativi, se proprio Brady Corbet aveva vinto per la regia a Venezia 81, è più che lecito aspettarsi che quest’anno tocchi a Nemes. Perché Orphan dispiega un comparto visivo semplicemente sbalorditivo – un giovane come me direbbe che “non ha senso”, intendendola in senso positivo – come nella regia così nella direzione della fotografia. Ma tanto è ipnotico a vedersi, quanto sembra perdere di direzione sia nelle vicende dei suoi protagonisti, sia nella restituzione del suo contesto storico-politico.
È un quadro. Un bellissimo quadro che racconta un “dove” e un “quando”, più che un “chi” e “perché”. È uno di quei film che iniziano così…
C’era una volta

Ungheria, 1957, un anno dopo la rivolta antisovietica di Budapest. C’era una volta un bambino di nome Andor, bellissimo e biondissimo, ricciolissimo e rabbioso. A detta di sua madre, una donna amorevole ma incapace di gestire l’irruenza del giovane, Andor è “il figlio di Hirsch“, ebreo ungherese deportato dai nazisti che non ha fatto più ritorno. Lei era fuggita, nascosta, e l’aveva lasciato in orfanotrofio.
Anni dopo, sullo sfondo di un regime che dà caccia spietata agli ultimi ribelli del ’56, un macellaio minaccioso e dalla stazza enorme si presenta a bordo di un sidecar. Si chiama Mihály, dice di essere il padre di Andor e di aver nascosto sua madre dai nazisti. Dice al bambino che lui non è affatto “il figlio di Hirsch“, figura mitologica che negli occhi di Andor trae prestigio proprio dalla sua assenza; ma suo. La madre e Mihály l’avevano concepito mentre era nascosta, ma lei glielo aveva tenuto nascosto.
Insomma: una vita difficile, una comparsa inattesa e la negazione di un bambino. Di questo, e non molto più di questo, parla Orphan. Del terrore nei confronti di un orco che all’improvviso arriva e s’impone, di un “gigante dai piedi d’argilla”, come vuole una vecchia definizione dell’URSS. Che Nemes ci stia dicendo questo, creando un parallelismo fra la resistenza privata di Andor e quella di tutto un Paese? Che ad accettare Sansone, si finisce per perdere la rivoluzione? Difficile a dirsi.
Nell’Ungheria occupata dai bolscevichi

È difficile a dirsi, perché Orphan è uno di quei film da mangiarsi le mani per non aver seguito un corso di regia, prima di mettersi ad analizzarli. Si vorrebbe carpire il significato e la grammatica di ogni prospettiva, ogni disposizione, ogni composizione e angolazione d’inquadratura. Perché Orphan è una pellicola di regia sopraffina, ipnotica. Non ricordo un film girato così bene da qualche anno ormai. In certi momenti si respira, non esagero, una delle più grandi inquadrature nella storia del cinema, quella su DUMBO e il Ponte di Brooklyn in C’era una volta in America. Non prendetelo come paragone, ma l’aspetto è quello, merito anche della fotografia terrosa di Mátyás Erdély e delle molte inquadrature “a spioncino” disseminate nel film di Nemes.
Ma il capolavoro sul tempo di Sergio Leone riecheggia anche per un altro motivo: che alla fin fine, anche Orphan è un film sul Tempo. A cercare altro, per esempio una risoluzione del rapporto fra questi personaggi, si rimane delusi. Perché se è vero che la sospensione del giudizio è la base nella costruzione di un personaggio, Nemes ha seguito la regola alla lettera. Orphan sottrae totalmente i suoi personaggi alla possibilità di giudizio (da capire se per volontà o per errore). Non giudica: racconta. Un Paese, un’età, un’epoca. Qualcuno direbbe che è uno di quei film in cui “accadono cose”, e avrebbe anche ragione, ma nel senso che è un film di accadimenti.
Proprio come nel Tempo, che scorre inesorabile verso direzioni che non possiamo prevedere o controllare; proprio come i popoli che abitano la Storia e si vedono sottratto il proprio diritto all’autodeterminazione; proprio come in questo film, di cui vorremmo immortalare ogni singola inquadratura e restare ad ammirarla per ore; così Andor non può impedire che questi eventi accadano. E non a caso Nemes lavora tantissimo sui punti di fuga: ogni inquadratura è come una serie di tre porte aperte l’una in fila all’altra, ma varcarle è impossibile. Andor non può fuggire, l’Ungheria non può fuggire: alla storia, dalla Storia.
Descritto così, Orphan potrebbe sembrare un capolavoro. Non lo è, non ci somiglia neanche. Forse Nemes è rimasto vittima degli eventi, in balia di essi proprio come i suoi personaggi. Ma è talmente bravo a girare, da farsi perdonare tutto il resto.









