Nouvelle Vague. Nouvelle Vague, è il titolo dell’ultimo film di Richard Linklater con cui omaggia un movimento rivoluzionario. Perché “l’arte o è un furto o è rivoluzione” come disse Gauguin: o spinge oltre i confini del possibile o è destinata a rimestare sé stessa. Il regista texano dirige un film sulla lavorazione di À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro) uno dei capisaldi della storia del cinema, il film che ci ha donato Jean-Luc Godard, scritto da Truffaut, che mette in scena i tratti fondamentali della sua idea di cinema.
La storia
Nel ’51 a Parigi inizia l’avventura dei Cahiers du cinéma, in cui André Bazin (uno dei più importanti critici di sempre) assume un ruolo di riferimento teorico per tutti i giovani redattori che vogliono intraprendere la strada della regia. Tra questi troviamo Eric Rohmer, Claude Chabrol, Francois Truffaut, Robert Bresson e molti altri. Ovviamente, anche Jean-Luc Godard.
La Nouvelle Vague si attesta grazie a film che hanno in comune una produzione contenuta, troupe ridotte all’osso, interpreti alle prime armi o poco noti, e un’aria familiare sul set. Molti dei caratteri quindi sono ispirati al neorealismo italiano, in particolare a Rossellini. E anche Linklater pensa il cinema come una “finestra sul mondo”, per citare Bazin.
Fino all’ultimo respiro di Richard Linklater

Godard viene considerato l’autore della ricerca espressiva più radicale e controcorrente e con Fino all’ultimo respiro si prende il successo a cui ambiva (qui cinque film per conoscere Godard). Sul set i carrelli erano sedie a rotelle, le comparse erano le persone reali, la sceneggiatura si faceva la mattina stessa. Linklater ci mostra un Godard geniale, spocchioso, ma anche ambizioso e sinceramente felice di avere la sua prima grande occasione, nonostante il conflitto con il produttore.
Il film del 1960 viene girato in 23 giorni al costo di 60 milioni di franchi, meno della metà del costo medio. Racconta gli ultimi giorni di vita di Michel Poiccard, che vive di furti d’auto e scommesse tra Marsiglia e Parigi. Si rifugerà in casa di una ragazza americana, Patricia, dopo aver ucciso un poliziotto. Tra storia e discorso c’è però un diaframma profondo, come tra sceneggiatura e regia, visto che la prima è in continua riscrittura. Ci sono numerosi riferimenti cinematografici e letterari, e anche Linklater li inserisce nel suo hommage, spinto dalla curiosità di capire la mente di Godard.
I set durano poche ore, buona la prima, per non rischiare di perdere la verità e la spontaneità. Il regista non viene capito, si contraddice spesso, perché è vero come poche cose al mondo. La struttura del film è incomprensibile agli attori e a tutti coloro che lavorano al film, che capiscono cosa fare giorno per giorno, e mai gli torna il quadro completo. Il film è una cosa mai vista.
I film non finiscono mai

Linklater gira in una Parigi viva, dove il cinema è ovunque, nelle strade, nelle metropolitane, nascosto in ogni angolo della città. È un regista molto maturo oggi, che non si lascia sopraffare dalle idee, che sa gestire una mole impressionante di citazioni e rimandi che altrove sarebbero un problema. Il suo Godard vuole qualcosa che trascenda, che sia evocativo, che piuttosto non si veda ma deve dire qualcosa.
Completamente diverso da Me and Orson Welles, completamente diversi i due registi presi in considerazione. Basti pensare che per Welles la cosa peggiore del cinema era proprio l’hommage. Ma Linklater si fonde nella consapevolezza dei due e sa come rendere giustizia a tutti. E a Godard non poteva rendere più grazia. Il film di Linklater è cosi bello che si viene subito illuminati da quel bianco e nero sulla tela. Che si entra subito in contatto con l’amore per quel cinema. Così bello che ti vien voglia di dirigere un film.
Su una strada percorsa da molti artisti, la storia si arricchisce. E non ci mente quel “Fin” sugli occhiali da sole di Godard, i film non finiscono mai.









