Norimberga, in arrivo il 17 dicembre al cinema, è una creatura particolare, che racconta uno dei momenti più incandescenti della storia del Novecento con un tono misurato, trattenuto, perfino composto. Come se il film di James Vanderbilt avesse scelto deliberatamente la postura della sobrietà per parlare dell’abisso. Una scelta legittima, persino nobile, che genera una tensione costante fra ciò che la materia storica promettere e ciò che il racconto, alla fine, decide di concedersi davvero.
Il dopoguerra, i gerarchi sconfitti, l’aula di tribunale come ultimo campo di battaglia: il processo non è qui soltanto una resa dei conti giuridica, ma un esperimento sul concetto stesso di responsabilità. La regia si muove su un crinale ambiguo, interessata meno alla cronaca pura, quanto piuttosto alla psicologia dei personaggi coinvolti: non tanto che cosa abbiano fatto, ma come riescano, o tentino, di convivere con ciò che sono stati. È in questo spazio, instabile e pericoloso, che il film prova a interrogare il male non come mostruosità astratta, ma come costruzione umana, seduttiva, sorprendentemente razionale.
Il cuore magnetico dell’operazione è l’incontro-scontro tra lo psichiatra americano e Hermann Göring. Il primo osserva, misura, analizza; il secondo manipola, provoca, seduce. Qui la Storia si trasforma in un duello mentale, in una partita a scacchi giocata sulla pelle della coscienza. E quando entra in scena il Göring interpretato da Russell Crowe, il film cambia temperatura: non tanto per un realismo filologico, quanto per una scelta espressiva apertamente simbolica. Il suo corpo è una massa scenica, un relitto ingombrante del passato che continua a occupare lo spazio del presente.
Non rappresenta solo un uomo, ma un’idea che fatica a morire: l’autorità carismatica che si fa scudo morale, l’abominio che pretende di giustificarsi come necessità storica.
Norimberga, il presente travestito da passato
Il contraltare di questo titanismo è più fragile. Il giovane psichiatra, affidato a Rami Malek, appare spesso prigioniero di una fissità espressiva che ne limita la complessità. È un personaggio che dovrebbe incarnare il dubbio, l’ambizione, il conflitto etico, ma che talvolta resta come sospeso in un unico registro emotivo. Funziona come catalizzatore narrativo, meno come vero polo drammatico.
Diverso il discorso per il giudice affidato a Michael Shannon: il suo è un volto teso, attraversato da incrinature sottili, dove la solidità della legge convive con il tremore di chi sa che la giustizia, per essere tale, deve guardare in faccia l’orrore senza farsene sedurre.
Vanderbilt, consapevole dell’impossibilità di competere sul terreno della monumentalità del passato, sposta il baricentro: meno retorica dell’aula, più attenzione al retrobottega dell’anima. In questo slittamento c’è uno dei meriti del film, che evita il museo della memoria per cercare un inquietante specchio del presente.
Non è un caso, infatti, che il fantasma del nazionalismo risuoni come un’eco contemporanea. Gli slogan di allora e quelli di oggi si riflettono l’uno nell’altro con una somiglianza che non ha bisogno di essere sottolineata con l’evidenziatore. Il film suggerisce, più che affermare, che certe retoriche non scompaiono: mutano pelle, cambiano accento, ma restano pericolosamente efficaci.
Norimberga non parla solo del 1945, ma del nostro eterno presentarsi di fronte al potere con una memoria sempre troppo corta.
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La cenere che non smette di parlare

Il cast di contorno sostiene con intelligenza questo impianto. Richard E. Grant offre al suo giurista un’eleganza nervosa, mentre le figure secondarie costruiscono una costellazione morale fatta di ambiguità, vendetta, pietà, desiderio di espiazione. È un’umanità stanca, ferita, spesso incapace di distinguere con sicurezza la giustizia dal risentimento.
Eppure, proprio quando il film sembra pronto a spingersi oltre, a rompere davvero l’equilibrio della forma, sceglie di rientrare nell’alveo della compostezza classica. La messa in scena è solida, elegante, ma raramente rischiosa. Le immagini dei campi, inevitabili, dolorose, necessarie, vengono inserite con rispetto, ma anche con una certa prudenza, come se il film temesse di lasciarsi attraversare fino in fondo dal trauma che evoca.
Alla fine, Norimberga è un’opera che preferisce la gravità al furore, la riflessione all’urlo. Non è un film che sconvolge, ma uno che interroga con dignità. Racconta il male senza renderlo cool e la giustizia senza celebrazioni. Resta addosso non come una ferita aperta, ma come una domanda che non smette di lavorare in sottofondo: quanto di quel passato, davvero, è ancora sepolto? E quanto invece continua a camminare accanto a noi, con passo tranquillo e sguardo sicuro? In questa inquietudine sommessa sta la forza del film.









