El Cautivo, recensione: Amenábar riscrive Cervantes al TFF

Alejandro Amenábar esplora le zone d’ombra di Cervantes in El cautivo, trasformando i cinque anni di prigionia ad Algeri in un’indagine sul mito, il corpo e la fantasia, rivelando un legame ambiguo e forse amoroso tra prigioniero e carceriere, oltre la storia nota.
Alessandro Borghi in una scena del film El cautivo

Alejandro Amenábar torna a interrogare il mito attingendo ai suoi margini più fragili, tra storie e leggenda. El cautivo non è soltanto il racconto dei cinque anni di prigionia di Miguel de Cervantes ad Algeri, una parentesi biografica relegata a nota a piè di pagina nei manuali scolastici: è il tentativo di insinuarsi proprio in quella zona d’ombra, nella fenditura in cui un autore ancora irrisolto, non ancora “l’Autore”, comincia a intuire che la fantasia può salvarlo più della spada. 

Ne nasce un film che sembra voler misurare la distanza tra l’uomo e l’archetipo, tra il corpo ferito del soldato e la maschera del padre del romanzo moderno e che invece, quasi con malizia, finisce per raccontare qualcos’altro: un legame ambiguo, scomodo, forse amoroso, tra prigioniero e carceriere.

Amenábar parte da qui, dall’evidenza che l’identità di Cervantes si fonda su un trauma fondativo (uno dei tanti: il braccio ferito, la battaglia di Lepanto, l’umiliazione della cattura), e lo rigenera come mito di origine queer che non osa mai dichiararsi esplicitamente. Qualcuno direbbe che questa scelta rischia la provocazione immotivata; qualcun altro, più scettico, osserverebbe che tali riletture anacronistiche tradiscono il contesto storico. 

Ma ciò che conta è il modo in cui El cautivo usa la speculazione per dare corpo a una tensione reale: quella tra un cattolicesimo che deve costantemente reprimere ciò che non sa nominare e un mondo musulmano rappresentato come un labirinto di desideri, potere, fanatismi e contraddizioni brucianti.

El cautivo: il corpo come terreno di guerra

Álex Catalán e Alessandro Borghi in una scena del film El cautivo

Il film, va detto, cammina sul filo del rasoio. Da un lato, la tentazione binaria, cristianesimo benevolo contro Islam feroce, rischia di semplificare un quadro molto più complesso; dall’altro, Amenábar introduce sufficienti scarti ironici, ambiguità, segnali di colpa e complicità da evitare una lettura propagandistica.

Il vero centro gravitazionale non è la religione, ma l’uso politico del corpo: quello dei prigionieri venduti, riscattati, esibiti; quello degli uomini che Algeri trasforma in moneta di scambio; quello di Cervantes stesso, che Julio Peña Fernández interpreta con disinvoltura e un’ombra di arroganza iconoclasta.

Qui entra in scena Hasan, il Pascià interpretato da un Alessandro Borghi truccato come un profeta decaduto. Convertito per scalare i ranghi della società, migrante travestito da padrone, Hasan è forse il personaggio più interessante del film: non una figura di potere monolitico, ma un uomo che compensa la propria fragilità con un’autorità opaca e tentacolare. Il rapporto che instaura con Cervantes incarna la logica del desiderio che nasce dove non dovrebbe, dove la gerarchia è troppo rigida per ammetterne l’esistenza.

È proprio qui che El cautivo si fa più audace. Non perché voglia costruire un Cervantes improvvisamente adottabile come icona queer; non perché desideri riscrivere la storia per aderire a sensibilità contemporanee, ma perché osa affermare che ogni mito occidentale nasce sempre da una negazione, da un desiderio taciuto, da una ferita mai cicatrizzata. Amenábar non suggerisce che Cervantes fosse omosessuale: suggerisce che avrebbe potuto esserlo, e soprattutto che questa possibilità non intaccherebbe in alcun modo la grandezza della sua opera, anzi la renderebbe più umana, più instabile, più aderente alla vita.

Cervantes e la funzione originaria del racconto

Álex Catalán in una scena del film El cautivo

La regia, sostenuta da una fotografia di Álex Catalán che trasforma Algeri in un ventre luminoso e pericoloso, oscilla tra epica storica e sensualità trattenuta. Le strade pullulano di giovani venduti come compagnia di lusso, le ombre delle prigioni si popolano di battute omofobe che funzionano più come specchio dell’ipocrisia dei personaggi che come giudizio morale: nel mondo di Amenábar, chi proclama purezza è di norma il più impuro di tutti.

Ciò che davvero emerge, però, è la natura del racconto: El cautivo è un film sulla narrazione come strumento di sopravvivenza. Cervantes racconta per salvarsi; Hasan ascolta per esistere; i prigionieri trasformano il dolore in leggende per non impazzire. È un cinema che ritrova nella finzione la sua funzione originaria: non intrattenere, ma proteggere.

In fondo, non è questo che farà Cervantes per tutta la vita? Trasformare la sofferenza in immaginazione, l’umiliazione in ironia, la ferita in cavalleria? Amenábar lo sa e costruisce El Cautivo come un insieme storico e apocrifo, fedele e infedele, modesto e sovversivo. E forse è proprio questa la sua forza: la capacità di mostrare come ogni grande autore nasca non dalla coerenza di ciò che è stato, ma dal caos di ciò che avrebbe potuto essere. Scopri anche le altre recensioni dal TFF 2025!

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