Non aprite quella porta: al cinema, 50 anni dopo, l’America oggi

Il suono del flash di una macchina fotografica, intrecciato con quello di una motosega e accompagnato dalle immagini di cadaveri in decomposizione sullo schermo, è il segnale inconfondibile che avverte che Non aprite quella porta è iniziato. Allo stesso modo, l’urlo straziante di Sally ne annuncia la fine.
Leatherface in una scena del film Non aprite quella porta

Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre), il film horror del 1974 diretto da Tobe Hooper, è considerato un pilastro del genere slasher e il primo a mettere insieme tutti quegli elementi che lo definiscono. Questo non significa che prima di lui non ci fossero film che mostrassero affinità col genere, ma che Hooper ha combinato in una storia tutti gli ingredienti che sarebbero stati ripresi da molti film successivi, come Halloween, Blair Witch Project e Evil Dead. La maggior parte delle storie slasher, infatti, recitano più o meno così: un gruppo di ragazzi si reca in un luogo isolato e finisce per diventare preda di un serial killer dalla forza sovrumana e alla fine solo una ragazza riesce a salvarsi.

Prima di andare a vedere perché siamo profondamente attratti dagli slasher movie, anche se molti potrebbero trovarlo difficile da ammettere, esploriamo a fondo il film di Tobe Hooper. Cerchiamo di portare alla luce ciò che ha nascosto nelle pieghe della sua opera, evidenziando come l’horror abbia sempre rappresentato metaforicamente le paure insite nella società del suo tempo. Perché Non aprite quella porta, utilizzando le parole dello studioso di cinema indipendente Joseph Lanza, “ha un’importanza storica più grande: è una raccolta di storie all’interno di una storia, trasmessa attraverso indizi, suggerimenti e connessioni misteriose che rendono i suoi personaggi principali, pedine in un gioco più grande.

Cosa nasconde Non aprite quella porta (1974)

È difficile scindere il film dal contesto storico e culturale in cui è stato concepito; infatti, lo stesso Tobe Hooper affermò che il DNA di Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre) è costituito dal clima politico e sociale dell’epoca in cui è nato. Uscito nei cinema nel 1974, ma realizzato nel 1973, il film fu prodotto sullo sfondo di un’America sull’orlo di una crisi petrolifera, di una nazione colpita dagli orrori commessi da Charles Manson e dalla sua “Famiglia”, della guerra del Vietnam che procedeva sotto il governo di Nixon, coinvolto nello scandalo del Watergate, e del progresso tecnologico che permise all’uomo di camminare sulla Luna.

Eventi che in qualche modo minacciarono, in misure diverse, il grande sogno americano, che vedeva nel lavoro il mezzo per raggiungere il successo. Il lavoro, negli ambienti rurali come il Texas, stava venendo meno a causa dell’avvento delle fabbriche e dell’impossibilità di spostarsi nelle città a causa della crisi petrolifera che impediva il rifornimento di carburante. Per questo, all’inizio del film, quando i ragazzi si fermano alla stazione di servizio, il proprietario, che poi si rivelerà essere il padre/fratello maggiore di Leatherface, rivela loro che non c’è benzina e che verrà rifornito solo nei giorni successivi.

La famiglia Sawyer

Edwin Neal (Nubbins Sawyer, l'autostoppista) in una scena del film Non aprite quella porta

I giovani che provengono dalla città costituiscono una minaccia per la famiglia texana artefice del massacro, perché ai loro occhi rappresentano tutto ciò che gli è stato portato via: lo straniero che invade la propria casa per distruggerla e ricordargli ciò che non può avere. Memorabile, in tal senso, quella scena che vede Leatherface correre alla finestra per controllare, spaventato, se ci sia qualcun altro. I Sawyer uccidono chi arriva dalla città, perché il progresso tecnologico non ha permesso loro di migliorare le proprie vite, costringendoli a sopravvivere al mondo in altri modi. Per dirlo con le parole che la professoressa americana Carol Clover utilizza in Men, Women, and Chain Saws: “Tre generazioni di lavoratori del mattatoio, un tempo orgogliosi del loro mestiere ma ora sostituiti dalle macchine, hanno iniziato a uccidere e fare cannibalismo.”

Ciò viene esemplificato in una delle scene iniziali del film, quando il gruppo con il camper passa davanti al mattatoio e Franklin racconta di come i dipendenti fossero stati licenziati, parlando anche dei miglioramenti nella tecnologia di macellazione del bestiame. Tuttavia, l’autostoppista a cui hanno offerto un passaggio “si riferisce al ‘nuovo modo’ come a un metodo che serve solo a lasciare le persone senza lavoro, uccidendo altrettanti (se non di più) bovini.” (Stephanie Monohan, Apocalyptic Americana The Texas Chain Saw Massacre (1974), BrigtWall/DarkRoom).

Come i Sawyer appaiono al gruppo di giovani adolescenti

La famiglia Sawyer, appartenente a quegli ambienti rurali lontani dalla città tecnologicamente sviluppata, rappresenta al contempo una minaccia per le nuove generazioni. Essa rischia di infrangere il loro sogno americano contemporaneo, incarnando un’America conservatrice e una famiglia autoritaria, dove è ancora obbligatorio sedersi a tavola la sera per consumare il pasto tutti insieme. Una famiglia disfunzionale che racchiude le paure dei giovani americani di trovare in quegli ambienti rurali degli psicopatici, pronti a sconvolgere la loro armonia.

Ricordiamo che sono gli anni in cui Charles Manson e la sua setta uccisero l’attrice Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, e i suoi amici al 10050 Cielo Drive, a Los Angeles in California. Altri omicidi cominciarono a sconvolgere le città. Gli anni ’70 sono gli anni in cui si usciva senza avere la certezza di tornare, dato che non c’erano telecamere di videosorveglianza o cellulari per poter chiamare aiuto. I Sawyer possono essere visti come un richiamo a quella setta, così come Leatherface è ispirato al serial killer Ed Gein, che oltre a uccidere diverse persone, profanava tombe per utilizzare i cadaveri come opere d’arte, modellandoli e decorandoli con oggetti di uso quotidiano. Si presume inoltre che realizzasse oggetti e maschere con la pelle dei cadaveri.

La cena in famiglia

La famiglia Sawyer al completo

I Sawyer rappresentano una vecchia generazione che minaccia quella nuova e viceversa. In tal senso, è significativa la scena della cena, che sembra parodiare una tipica famiglia da sitcom americana. Come osserva il critico cinematografico Kim Newman: “il proprietario della stazione di servizio è la figura paterna che porta il pane a casa; l’assassino Leatherface è raffigurato come una casalinga borghese; l’autostoppista è l’adolescente ribelle.” È interessante notare anche la disposizione dei personaggi: ai due capotavola siedono rispettivamente il nonno Sawyer e Sally, la Final Girl.

Non si tratta solo di un confronto tra due generazioni, ma anche tra concetti differenti: progresso e regresso, vecchio e nuovo, autoritarismo e libertà. Durante tutta la scena, vediamo gli occhi terrorizzati di Sally alternarsi alle inquadrature della famiglia che, al di là di tutto, cena tranquillamente, probabilmente mangiando i suoi amici. Sally, oltre all’orrore di ciò che vede, è profondamente terrorizzata (ma allo stesso tempo attratta?) da ciò che osserva, “perché i pasti seduti in famiglia stavano lentamente svanendo poiché la maggior parte dei membri della famiglia doveva unirsi alla forza lavoro per sopravvivere.”(Timothy Wothring, Cine-Ween: The Texas Chain Saw Politic, cinepunx.com, 19 ottobre 2020)

Come dicevamo nell’articolo dedicato a Speak no Evil, riprendendo il concetto di cantina come rappresentazione dell’inconscio, il luogo dove vengono nascoste tutte quelle cose che non vogliamo emergano, potremmo dire che il Texas non è altro che la cantina dell’America. È il posto dove tende a nascondere tutte quelle atrocità che la rappresentano e di cui ha maggiormente paura.

Tobe Hooper contro la disinformazione

Tobe Hooper in una foto con la macchina da presa

Il film che state per vedere è il racconto della tragedia che colpì un gruppo di cinque giovani, in particolare Sally Hardesty e suo fratello invalido, Franklin.” Con queste parole, Tobe Hooper apriva il suo film, presentandolo come un resoconto di eventi realmente accaduti. È interessante notare come, leggendo le recensioni del 1974, molti critici rimasero sconvolti dalle atrocità mostrate sullo schermo, chiedendosi perché non riuscissero a trovare nulla riguardo al presunto massacro avvenuto in Texas.

Non trovarono nulla perché Tobe Hooper aveva deliberatamente fatto passare il suo film come una documentazione di eventi reali. In questo modo, voleva denunciare la disinformazione che aleggiava negli Stati Uniti, orchestrata dal governo stesso per nascondere al mondo le atrocità commesse dall’America durante la guerra del Vietnam. Per Hooper, più che una manovra pubblicitaria, era un affronto contro un governo che cercava di mantenere il suo popolo nell’ignoranza. Qualche anno più tardi, Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez avrebbero utilizzato una strategia simile per il loro lungometraggio The Blair Witch Project, presentandolo come una testimonianza di eventi realmente accaduti, questa volta però a scopi prettamente pubblicitari.

Lo slasher partendo da Non aprite quella porta

Paul A. Partain (Franklin Hardesty), Allen Danziger (Jerry), Teri McMinn (Pam), Marilyn Burns (Sally Hardesty) e William Vail (Kirk) in una scena del film Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre)

Perché ogni volta che ai personaggi di uno slasher viene detto di non fare qualcosa o di non andare da qualche parte, finiscono sempre per farlo o per andarci? In questa domanda può essere racchiuso il senso di uno slasher. Partendo dagli studi condotti da Marco Greganti nel suo libro “Slasher – Il genere, gli archetipi e le strutture”, possiamo notare come questi film non siano altro che fiabe per adulti, richiamando quei racconti popolari di età medievale che servivano come avvertimento, per le persone, di un pericolo. Ad esempio, se Cappuccetto Rosso serviva per comunicare di non andare nel bosco, Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre) potrebbe essere visto come una raccomandazione di non andare in Texas, in quella parte dell’America dove potresti rimanere vittima di qualche massacro.

Eppure, prima di arrivare a questa conclusione, e molte volte anche dopo, noi vogliamo che oltrepassino quel confine, che vadano verso quel pericolo imminente. Una volta che si trovano immersi in quel pericolo, il più delle volte vogliamo che il killer li prenda, e allo stesso tempo speriamo che si salvino, ma finendo inconsciamente per fare il tifo per lui, sapendo che non dovremmo farlo. Questo ci porta ad avere una sorta di attrazione/repulsione verso il killer di turno, così come in questo caso verso Leatherface.

Leatherface, il villain

Leatherface in una scena del film Non aprite quella porta

Il villain rappresenta il fascino del male, un male verso cui siamo costantemente attratti perché fa parte di noi. Il cattivo dà sfogo alle nostre pulsioni più perverse, quelle che nella realtà teniamo nascoste per moralità e per rispettare le regole della società, altrimenti si creerebbe il caos. La complessità aumenta quando ci troviamo di fronte a Leatherface, che indossa tre maschere diverse. Come scrive Timothy Wothring: “Indossa una maschera più maschile quando uccide i quattro giovani. Trasforma il suo volto in quello di una donna stereotipata più anziana con i capelli grigi e un viso truccato per preparare la cena. E quando si sono seduti per mangiare, lo ha trasformato in un’altra maschera femminile con i capelli scuri.” Come analizza Marco Greganti, guardare il villain è come guardare verso le parti più nascoste di noi stessi, oltre ad esserne attratti per la pulsione di morte presente in tutti noi.

Vita e morte

Questa pulsione verso la morte è legata a un’altra, uguale e contraria: quella verso la vita, rappresentata nello slasher dal sesso. Dopotutto, è attraverso i rapporti carnali che ci sentiamo più vivi e raggiungiamo l’apice del piacere nel momento in cui questo culmina, un momento che rimanda al concetto di morte. Questo spiega perché nella maggior parte degli slasher il sesso è legato alla morte.

È importante ricordare che anche questo legame funge da avvertimento, ovvero quello di non commettere atti impuri, perché in fondo lo slasher, soprattutto quello di quegli anni, fa capo a una morale cattolica. Infatti, se pensiamo a The Texas Chain Saw Massacre, quando Pam e il suo ragazzo si allontanano per cercare un posto più appartato, non fanno altro che andare incontro alla loro punizione. Il killer punisce chi trasgredisce le regole, non solo chi fa sesso ma anche il più spavaldo, il più bullo, come possiamo constatare pensando ad altri film di questo genere.

Sally, la Final Girl

Marilyn Burns (Sally Hardesty) in una scena del film Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre)

Molti studiosi hanno riscontrato che Tobe Hooper abbia dato vita all’archetipo della Final Girl, ovvero della ragazza vergine e pura che alla fine riesce a sfuggire al killer. Il motivo per cui riesce a sopravvivere, e perché è l’unica, può essere colto dalle spiegazioni date nel paragrafo precedente. Tuttavia, ciò su cui voglio concentrarmi è un motivo più profondo legato alla salvezza di Sally, e ciò che questa rappresenti.

Parto da una frase del libro di Marco Greganti relativa alle Final Girl che, alla fine dei film, riescono ad impadronirsi dell’arma del killer e ucciderlo. “Quell’arma [il sesso maschile] di cui la ragazza è sprovvista e per cui prova ‘invidia’ diventa strumento di emancipazione, liberazione e salvezza. Questo significa uccidere il proprio padre. Una metafora che rappresenta la crescita, diventare individui adulti e autonomi. La fine di un viaggio, cominciato per conquistare la propria identità.”

Sally non uccide Leatherface e quindi non “uccide” simbolicamente suo padre. Oltretutto non si salva da sola, ma viene salvata proprio da un uomo che la carica sul suo furgone, dove assistiamo a quell’urlo disturbante e inquietante che ha fatto storia. Da ciò potremmo azzardare nel dire che Sally rappresenti una donna che vuole emanciparsi ma che non ci riesce del tutto, perché ha ancora bisogno di una figura maschile al suo fianco, come Laurie Strode in Halloween del 1978 che alla fine viene salvata dal Dr. Loomis. Personaggi che rappresentano donne figlie del loro tempo. Infatti, dovremo aspettare film successivi come Nightmare, ma soprattutto Scream, per vedere donne capaci di sfidare e uccidere l’uomo che vuole sottometterle, facendo affidamento solo sulle proprie forze.

Non aprite quella porta, un Horror solare

Gunnar Hansen (Leatherface) in una scena del film Non aprite quella porta

Arrivati alla conclusione di questo articolo dedicato al classico del genere Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre), considerato uno dei primi film ad aver portato tanta violenza sullo schermo, dopo L’ultima casa a sinistra del 1972 di Wes Craven, vorrei porre l’attenzione sul perché venga definito da molti come un “horror solare”. Online si legge di come questa definizione si riferisca al fatto che molti crimini avvengano di giorno, anche se all’interno dell’oscurità della casa. Oppure di come faccia riferimento al periodo in cui è stato girato, ovvero l’estate.

Riprendendo Stephanie Monohan, “tutto in The Texas Chain Saw Massacre è esposto in modo scomodo, come la pelle nuda sotto il sole”. A ciò potremmo aggiungere che horror solare faccia riferimento proprio al calore del sole in grado di prosciugare i fiumi, come quello trovato da Pam e il suo ragazzo quando cercano un luogo appartato. Il calore che richiama, metaforicamente, quello delle fabbriche che hanno portato via tutto agli operai degli ambienti rurali, rendendo gli esseri umani meno umani di quanto non fossero già. Dopotutto, l’ultima scena, quella che vede Leatherface agitare la motosega, avviene proprio sotto i caldi raggi solari del mattino. Come dice la scrittrice e studiosa Stephanie Monohan, ciò “non è un’aberrazione, ma piuttosto parte di un paesaggio infernale di nostra stessa creazione”.

Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre) torna al cinema dal 23 al 25 settembre 2024.

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