C’è chi lo fa per recuperare energie dopo una lunga giornata, chi per stare con gli amici e chi per un semplice piacere personale. È un gesto quotidiano, così semplice e radicato, che scandisce la nostra vita in modo quasi automatico: stiamo parlando del mangiare. Un’azione basilare, comune a tutti, che spesso diamo per scontata. Ma cosa accade quando questo gesto perde la sua innocenza e diventa qualcosa di molto più oscuro e carico di tensione? Le assaggiatrici di Silvio Soldini risponde a questa domanda.
In questo adattamento del romanzo di Rossella Postorino nutrirsi non è più un gesto naturale: è un rischio costante, una sfida alla morte. Sedersi a tavola significa affrontare l’ignoto, dove ogni boccone può diventare fatale. Quello che dovrebbe essere un momento di tregua si trasforma in un appuntamento fisso con la paura. Ed è esattamente quello che accade alle assaggiatrici di Hitler, donne costrette a testare i pasti del Führer per evitare che lui venga avvelenato.
Ogni piatto è un avvertimento silenzioso. Le protagoniste sanno che l’assaggio successivo potrebbe non lasciare scampo. L’ansia si infiltra nei gesti più banali, trasformando il pasto in una vera e propria guerra, ma psicologica. È questa la realtà raccontata da Le assaggiatrici, dove il cibo non nutre, ma minaccia. Ma cosa si nasconde davvero dietro questa storia di fame e paura? Scopriamolo nella nostra recensione.
Il Führer non ti lascerà morire di fame
Siamo nel cuore della Seconda Guerra Mondiale e Rosa, giovane Berlinese, fugge dalla capitale devastata e raggiunge la casa dei suoceri in un villaggio sperduto. È stremata dal viaggio e dalla fame, a tal punto che, appena arrivata, si accascia al suolo svuotata di forze. La guerra ha ridotto la Germania allo stremo, e Rosa è solo uno dei tanti volti segnati dalla privazione di cibo.
Il giorno seguente, la svolta quasi per miracolo o per scherzo. Dei soldati bussano alla porta e la reclamano insieme ad altre donne del villaggio. Le conducono in una caserma isolata nel cuore della foresta. Nessuno spiega nulla. Prima una visita medica, poi l’ingresso in una sala dove le attende una tavola imbandita. Rosa e le altre si avventano sul cibo, spinte dalla fame che si portano dentro da settimane. Un gesto istintivo che le riporta, per un attimo, alla normalità.
Ma si tratta di un momento che dura poco. Finito il pasto, le donne scoprono di essere prigioniere. Devono restare almeno un’ora, il tempo necessario per capire se il cibo è avvelenato. Il tintinnio delle posate svanisce, sostituito dal ticchettio dell’orologio e da qualche singhiozzo strozzato. Qui inizia Le assaggiatrici, dove la guerra non si combatte con le armi ma con il corpo, e il fronte è una tavola su cui ogni pasto è una potenziale sentenza di morte.
Donne forti dietro a un uomo insicuro

Le assaggiatrici è prima di tutto un racconto di resilienza femminile. È la storia di un gruppo di donne costrette a condividere una condanna e a trovare nella sorellanza l’unico appiglio. Un mosaico umano fatto di differenze: c’è chi si è indurita per sopravvivere, chi conserva una fragile innocenza e chi si è piegata alla violenza del potere. Insieme formano un fronte silenzioso che resiste, che si sostiene. Sono donne che non combattono solo la paura della morte, ma l’oppressione di un regime che le strumentalizza.
Dietro questo gruppo c’è l’ombra di un uomo: Hitler. Una presenza invisibile, insicura, che non si mostra mai. Al massimo, la sua voce filtra via radio, fredda e distante. Tutto ruota attorno alle sue paure: paura del veleno, del tradimento, ma soprattutto della morte. Ed è proprio nel confronto, tra la concretezza di queste donne che affrontano la fine ogni giorno e l’astrattezza di questo potere nascosto, che il film trova la sua forza. La tensione si consuma tra corpi e fantasmi, tra chi è costretto a esporsi e chi resta nell’ombra.
Anche per questo Soldini decide di non mostrare mai davvero il cibo. Niente piatti, niente dettagli. Perché la vera messa a fuoco sono i volti, i silenzi, i corpi tesi. Il cibo diventa un’assenza, un’idea che pesa più di qualsiasi immagine. Una scelta che ricorda La zona d’interesse, dove l’orrore rimane fuori campo, invisibile ma opprimente (ne abbiamo parlato qui nella nostra recensione). In entrambe le opere, l’assenza diventa il vero protagonista: ciò che non vediamo racconta più di ciò che ci viene mostrato.
Le assaggiatrici: un primo passo indietro nel tempo

Come dichiarato da Silvio Soldini durante l’anteprima all’Anteo di Milano, Le Assaggiatrici segna il suo primo esperimento con un film d’epoca. Un passo indietro nel tempo che il regista affronta con grande cura, rispettando l’ambientazione storica e la sensibilità del racconto. Nulla è lasciato al caso: costumi e location sono ricostruiti con attenzione minuziosa, restituendo l’atmosfera cupa e sospesa della Germania della Seconda guerra mondiale.
A rendere ancora più credibile l’insieme è la scelta di un cast interamente tedesco, che conferisce autenticità ai dialoghi e ai gesti. Anche la colonna sonora firmata da Mauro Pagani, ispirata al romanticismo tedesco, contribuisce a immergere lo spettatore in un’epoca lontana e carica di tensione, con un tocco delicato ma incisivo che arricchisce la narrazione.
Il risultato è un’opera che funziona, capace di superare i confini italiani. Il film ha infatti conquistato l’interesse internazionale, venendo acquistato in 50 paesi stranieri. Un debutto d’epoca che si è trasformato in un successo globale per Soldini, confermando la forza di una regia attenta ai particolari e di una storia ricca di significato.
Le assaggiatrici, come questa recensione, è dedicato a Margot Wölk. È lei la donna che ha vissuto davvero questa storia. Una tra le tante scelte per “proteggere” il Führer, costrette a mangiare al suo posto, pronte a morire per lui. L’unica a essere sopravvissuta alla guerra per poter raccontare. Il silenzio che ha custodito per decenni pesa quanto la paura che ha vissuto ogni giorno, seduta davanti a un piatto qualunque. Questo film, oltre a darle giustizia, riesce a commemorarla in un altro modo, forse ancora più importante. Le dà voce. E in tempi come questi, ricordare è già un gesto di resistenza. Se anche voi volete onorare la sua memoria, trovate questo film al cinema dal 27 marzo, insieme a tutte le novità del mese in sala.









