The Zone of Interest, recensione: un posto al sole, in quelle tenebre

In The Zone of Interest osserviamo da vicino la quotidianità della famiglia di Rudolf Höss, l'ufficiale nazista che meglio di tutti rese efficiente il campo di concentramento di Auschwitz. Il film di Glazer è freddo, straziante e immerso nella insensibilità di "questo lato del muro".
Una scena dal film The Zone of Interest

The Zone of Interest di Jonathan Glazer è un film piuttosto asettico, presentato in concorso a Cannes e mostrato nella sezione Best of 2023 della Festa del Cinema di Roma. Il regista di Sexy Beast, Birth e Under the Skin torna, quasi dieci anni dopo l’ultima volta, con un altro film decisamente originale. Si tratta di un adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Martin Amis uscito nel 2014. La trama è però stata stravolta, e lo sguardo di Glazer si concentra solo su un punto cruciale.

Di cosa parla The Zone of Interest

Quest nuovo film non parla della guerra – come non è stato un film sulla guerra Oppenheimer, ma una dissezione a biopic di un altro massacro, semplicemente dall’altro lato del fronte – ma è una fredda finestra da cui osservare la famiglia di Rudolf Höss, il più longevo ed efficiente comandante del campo di concentramento di Auschwitz. Höss è stato un punto di riferimento per il miglioramento delle tecniche di sterminio degli ebrei che avrebbero portato alla famigerata “Soluzione Finale” pensata da Hitler. Elemento chiave, che da il nome al titolo, è il luogo in cui Höss e la sua famiglia trascorrono le giornate.

Rudolf, sua moglie Hedwig e i loro cinque figli hanno una casa da sogno appena fuori dal campo. Intorno a questa casa con un giardino favoloso si può passare con piacere una vita bucolica, tra corse nei prati e bagni nel fiume. Quindi, mentre Hedwig, felice di essere per il marito La regina di Auschwitz, e i bambini stanno giocando in un splendida cornice, dall’altra parte del muro le persone vengono bruciate. La contrapposizione di queste due realtà riporta la mente a ciò che Hannah Arendt chiama La banalità del male.

Hedwig è orgogliosa della sua serra, del suo frutteto e della piscina dove i bambini possono giocare. Mai lascerebbe la villa fuori città che ha sempre sognato con Rudolf. Nemmeno se questo dovesse partire. E poi succede, lui se ne deve andare ad organizzare un grosso spostamento di ebrei dall’Ungheria, come fossero merce, e il resto della famiglia rimane lì, nella zona d’interesse, dove la notte i fumi rossi farebbero tremare chiunque; dove la cenere finisce sopra ogni cosa.

Delle scelte non convenzionali

La scena iniziale del film The Zone of Interest

La prima su tutte è quella di rimanere “da questa parte del muro”. Le atrocità non si vedono, ed è una cosa spaventosa. La realtà è totalmente indifferente a quello che accade a pochi metri di distanza, è del tutto insensibile orrore. Come se tutto ciò fosse un semplice rumore di fondo, di cui ci si abitua dopo pochi minuti.

Un’altra scelta che crea distacco è quella di non presentare una narrazione nel senso tradizionale (inizio – svolgimento – finale). Quello a cui assistiamo è una raccolta di istantanee della vita domestica della famiglia. Vediamo come non battono ciglio rispetto alla condizione dei loro vicini in ogni momento della quotidianità. Osserviamo come conducono le loro giornate in maniera del tutto normale, e non come potremmo immaginare che lo faccia “un nazista”.

Ma oltre ad assistere a ciò che le fisse telecamere ci mostrano, il film è del tutto estraneo ad una costruzione drammatica della vicenda. Una scelta che potrebbe essere un problema per molti spettatori, ma che è del tutto legittima nel quadro artistico pensato dall’autore.

Il film si apre con una lunga schermata nera, in cui possiamo ascoltare la musica inquietante e malevola di Mica Levi. Questa punteggerà il film con dei terrificanti suoni che infine imploderanno in un altra schermata nera, la fine del lungometraggio.

Con The Zone of Interest, Glazer vuole ricordarci che la cosa più disgustosa è stata la normale quotidianità che proseguiva per i civili fuori dai campi. E nonostante a Cannes non abbia vinto la Palma d’Oro – che invece abbiamo recensito qui – dona una lettura gelida e profonda di ciò che è stato l’olocausto, e un ennesimo invito a non dimenticare.

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