La vita va così, recensione: il coraggio di dire no… a 12 milioni

Riccardo Milani apre la Festa del Cinema di Roma con La vita va così, fiaba amara e ottimista su un pastore sardo che difende la sua terra dall’assalto del progresso. Un film tenero e politico, dove la resistenza diventa atto d’amore contro un mondo che crolla.
Giuseppe Ignazio Loi e il resto del cast del film La vita va così

Ad aprire la Festa del Cinema di Roma ci pensa La vita va cosìun appello al mondo che crolla e fa di tutto per crollare. Riccardo Milani dirige un’opera amara e ingiusta, che si sviluppa però in maniera fin troppo ottimista visti i tempi che corrono. Ma quello che rimane dopo la visione è la tenerezza di chi crede in qualcosa e questo, forse, rende il film più ammirevole di molti altri.

Milani, d’altronde, plasma i suoi film di una positività quasi infantile. Ci era già riuscito con gli alunni di Un Mondo a Parte (2024), e ancor di più con la troupe teatrale di detenuti in Grazie Ragazzi (2023). Qui però non c’è il solito Albanese a fare da protagonista, ma una costellazione di grandi nomi della commedia italiana (Virginia Raffaele, Diego Abatantuono, Aldo Baglio, Geppi Cucciari) che hanno il compito di accompagnare Giuseppe Ignazio Loi (vero pastore sardo) nella sua impresa.

Sindrome di fine millennio

L’economia è diretta, come direbbero veri Uomini di Mare, “verso altri lidi”. Letteralmente. Col nuovo millennio il più grande gruppo immobiliare italiano ha deciso di investire in un incontaminato angolo della Sardegna per costruirci un resort di lusso. Sfruttano allora il loro potere economico sui poveri abitanti del paese, offrendogli rinnovamento urbano e, soprattutto, posti di lavoro. Ci cascano tutti a uno a uno, vendendo i loro terreni, il loro passato. Ma tra gli abitanti del paese si distingue il pastore Efisio Mulas, custode della natura col suo bastone gandalfiano. Efisio ha quasi ottant’anni e ancora accompagna le mucche al pascolo nella sua terra, fino alla spiaggia, dove può ammirare la bellezza, quella vera. Le cose iniziano ad andare storte, però, con le pressioni che subisce per vendere il terreno.

Efisio non ha alcuna intenzione di mollare la sua terra per nessuna cifra al mondo. Nessuno di noi avrebbe avuto la sua resilienza e il suo coraggio. Per questa sua scelta tutti in paese iniziano a covare un odio profondo nei suoi confronti. Un po’ perché sta sputando in faccia alla povertà rifiutando milioni di lire (e poi di euro). Un po’ perché sono tutti convinti che l’unico modo che ci sia per salvare il paese sia quello di aprire questo resort ed iniziare tutti a lavorarci, e finalmente avere un lavoro vero (qualunque cosa significhi). Efisio però tiene i lavori bloccati a lungo, finché non iniziano a costruirgli attorno cercando di rovinargli quella pace a cui lui ambisce, togliendogli il diritto di poter vivere nella sua casa, nella sua terra, a fare barattoli su barattoli di pomodori secchi: questo per lui non ha prezzo.

L’unica persona che lo sostiene è sua figlia Francesca. Anche lei cade vittima delle dinamiche di paese, vedendosi voltare le spalle da chi fino a poco prima considerava suoi amici. È lei a mettersi in prima linea contro il capocantiere Mariano, guidato come uno sgherro malefico da Giacomo, il proprietario del gruppo, inscenato da Milani come un cattivo fumettistico, come un Lex Luthor che controlla tutto dall’alto della sua torre.

Effettivamente si instaura una relazione tipicamente supereroistica tra Efisio e Giacomo. Da un lato Efisio diventa un eroe nazionale esaltato sulla stampa sarda e italiana, dall’altro il paese sceglie la via più semplice appoggiando le scelte del gruppo immobiliare, aiutandolo anche a giocare sporco senza alcun ritegno. Sono tutti abbagliati dall’incantesimo fordista, convinti che sia un’occasione da non perdere il farsi letteralmente invadere e diventare dipendenti degli invasori. Un asservimento volontario che è tristemente attuale da 200 anni e che ci è stato venduto come l’unica via esistente per uscire dalla povertà. La lucidità, invece, di un pastore con la quarta elementare che sa che la ricchezza non sarebbe sarda ma milanese, non sarebbe dei colonizzati ma dei colonizzatori, diventa nemica del progresso e del compiersi del mondo.

La vita va così così

Giuseppe Ignazio Loi e Virginia Raffaele nel film La vita va così

Nella prima parte del film la regia è un po’ confusionaria: troppe inquadrature nella stessa scena, laddove non ce ne sarebbe bisogno, come a forzarci per guardare alcune cose senza coinvolgerci mai nei film. Ma col passare dell’introduzione al mondo e al conflitto veniamo accolti più dolcemente, grazie anche agli splendidi paesaggi della Sardegna che diventeranno un ottimo spot turistico. Questa prima parte è anche quella dove la sceneggiatura si sente in dovere di inserire un sacco di gags. Una comicità un po’ troppo nostrana, vecchia, che il pubblico, soprattutto giovane, non apprezza più da anni. La presenza di Aldo e l’espressività del vecchio Efisio sono le uniche cose che ti strappano un ghigno. Ma, anche qui, col passare del tempo, l’arrivo del dramma porta via ciò che non va (tranne, forse, alcune dinamiche paesane un po’ forzate).

Alcuni personaggi sembrano dotati di un potere di redenzione troppo facile, mentre altri sembrano quasi di troppo. Due in particolare. La giudice, interpretata da Geppi Cucciari (non è che è di troppo), poteva funzionare benissimo, aveva un solo compito, una passione, un valore. Quella digressione sul suo passato pare forzata, fuori luogo e, soprattutto, inutile ai fini della narrazione. E poi la figlia di Giacomo, forse un orologio che vuole mostrarci lo scorrere del tempo o uno specchio del male corrotto dal denaro. Ma anche lei non contribuisce alla narrazione in alcun modo.

Questo impianto fumettistico, nella natura sarda, per raccontare un eroe del nostro mondo l’abbiamo molto apprezzato e, anche se Efisio non fa volare casa sua con una miriade di palloncini, la sua storia resta meritevole di essere vista. Forse non è la grande apertura che è stata C’è ancora domani due anni fa, ma il festival è appena iniziato e già ci sta facendo riflettere.

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