La terra delle donne è una creatura cinematografica affascinante per quanto sfuggente e sfaccettata: difficile da inquadrare in un solo genere, ostica, alle volte, multilinguistica. E’ anche e soprattutto un film di donne che raccontano le donne.
Paola Sini, macchina motrice di quest’opera, l’ha prodotta (con, tra gli altri, Rai Cinema e il sostegno della Regione Sardegna), vi recita e ne ha scritto la sceneggiatura, insieme alla regista Marisa Vallone.
Sini, nel corso della lunghissima lavorazione del film, partita quasi un decennio fa, ha cercato le location più adatte a raccontare questa storia, tra cui alcuni pozzi sacri e sentieri selvaggi. La Sardegna è protagonista del film alla pari del suo nutrito cast, una scenografia “parlante” che respira insieme ai suoi personaggi.
La terra delle donne: la trama
Nella Sardegna del secondo dopoguerra, Fidela (Paola Sini) è la coga (o strega) del villaggio: la superstizione popolare vuole che, se una donna partorisce solo figlie femmine, la settima di esse sia costretta a questo ruolo. È chiamata a curare i malefici e far nascere i figli altrui, ma è emarginata dalla società in tutti gli altri frangenti. Vive da sola ed è guardata con sospetto dalla persone attorno a lei.
Ha una sorella, Marianna (Valentina Lodovini), che non riesce a rimanere incinta e per seguire questo suo desiderio è emigrata in Belgio, per farsi seguire da un sedicente guaritore asiatico, Mamoto (Hal Yamanouchi), e dal suo giovane figlio adottivo James (Freddie Fox). Marianna rientrerà con entrambi gli uomini in Sardegna, con usi e costumi naturalmente scandalosi per il contesto sardo di quel periodo. James, fotografo schivo e malinconico, sembra sempre alla ricerca di qualcosa, e giunto sull’isola prova uno spiccato, e poco chiaro, interesse per Fidela.
Nel frattempo, il prete del villaggio (Alessandro Haber) affida a Fidela Bastiana (Syama Rayner), giovane coga a sua volta e ripudiata dalla famiglia. La loro relazione, visti i rispettivi background di solitudine e sospetto altrui, naturalmente, non sarà semplice. Il soldato americano Thomas (Jan Bijvoet), si avvicina in modo sospetto alla vita delle due.
Questo nugolo di personaggi si interseca ed evolve in maniere inaspettate, nel corso degli anni in cui il racconto si snoda.
La forza del cast

Il progetto ha molti elementi d’interesse, a partire dal cast, estremamente variegato ed eterogeneo. Dalla protagonista Paola Sini, anche sceneggiatrice e produttrice, all’emergente Syama Rayner, formatasi tra Los Angeles e Londra. Non mancano volti più pop e noti al grande pubblico, anche televisivo, come Valentina Lodovini ed Alessandro Haber.
E poi, gli interpreti internazionali: Freddie Fox, interprete britannico visto di recente nelle serie House of Dragons e Slow Horses, il belga Jan Bijvoet, e poi ancora Hal Yamanouchi, attore e doppiatore giapponese, la cui voce accompagna anche molti spot pubblicitari (“Suzuki” su tutti, lo riconoscerete al volo).
L’amalgama funziona perché gestito bene: sardo, italiano ed inglese (ed un’ancora più variegata gamma di accenti e cadenze) si intersecano senza confondere e donano al film una maggior peculiarità linguistica.
Una produzione travagliata per La terra delle donne

Nessuno si aspetterebbe, per un film italiano in costume, intricato e dal cast così ricco, una produzione semplice e lineare. Ma questa è stata un’epopea davvero non indifferente. Tra la prima fase di pre-produzione e l’uscita in sala sono passati circa 9 anni.
Imbastire un lungometraggio di questa portata con in mezzo la pandemia, ed alcuni stop per motivi personali e burocratici, ha portato il semaforo verde per girare il film ad arrivare appena nel 2021. E poi la post produzione, con in particolare un lavoro certosino sulla qualità del suono. Il film è arrivato in sala a fine aprile di quest’anno, insieme a molti altri titoli attesi.
Presentato in anteprima in Sardegna, il film nella sola isola è partito con un incasso che si è aggirato attorno ai 100mila euro, organizzando proiezioni soprattutto nei molteplici punti della regione dove si sono tenute le riprese.
Tre protagoniste, tre percorsi di vita

Facendo alcune considerazioni sui percorsi di vita che il film racconta, si può fare una differenziazione abbastanza netta per quanto riguarda le storyline delle protagoniste, come emerge anche dalle note di regia. La Fidela di Paola Sini, la Bastiana di Syama Rayner e la Marianna di Valentina Lodovini seguono archi narrativi molto differenti, non per tutte arriva l’happy ending.
Fidela, durante il film, trova il modo di aprirsi poco per volta all’amore e all’affetto che le sono stati negati fin dalla nascita dall’ottusità ed arretratezza delle realtà in cui è nata. Non sarà un percorso facile, ma sul finale riuscirà a capire cosa lasciarsi alle spalle e come andarsene per sempre dal contesto che l’ha condannata ad una vita di solitudine per tanti anni.
Marianna, invece, si fa divorare dal suo desiderio di maternità che si tramuta in ossessione. Pur credendosi emancipata, pur avendo la possibilità di adottare, durante il film, il suo focus rimane sempre e solo sull’agognata gravidanza. Esperienza senza la quale non riesce a sentirsi realizzata come donna. Marianna non riesce a fare pace con questa sua mancanza, e, per questa ragione, rimane destinata alla sofferenza e alla non accettazione di sé.
Bastiana, sperimentando l’amore, vivendo il suo disagio adolescenziale e con una costante sete di imparare e di conoscersi, prende invece sempre maggiormente coscienza di ciò che è. Consapevole di essere uno guizzo di saggezza e sensibilità che l’ambiente grezzo in cui vive non ha, potrà restarvi e viverlo con il giusto e pacifico distacco.
La terra delle donne riflette su tutto ciò con spunti non scontati e a volte anche ruvidi, che donano al film un ulteriore fascino: l’invito è a recuperarlo e a godersi una visione italiana alquanto atipica ed interessante.









