Il robot selvaggio, recensione: poesia animata targata DreamWorks

Abbiamo visto in anteprima uno dei film d'animazione (e non solo) più attesi del prossimo futuro: Il robot selvaggio. Prodotto da uno dei colossi dell'animazione statunitense, la DreamWorks, il film arriverà nei prossimi giorni nelle sale ma, per sapere in anteprima cosa ne pensiamo, quello che dovete fare è continuare a leggere il nostro articolo.
Roz e Beccolustro in una scena del film Il robot selvaggio

Già alla vigilia della stagione cinematografica in corso, Il robot selvaggio era indicato da più parti (Variety in primis) come tra i titoli più promettenti dell’annata. Nonostante questo, com’è ovvio, non sempre le previsioni vengono rispettate (come critici e cinefili ben sanno). Pertanto, anche per evitare di rimanere delusi, nel giudicare un’opera cinematografica (come in qualsiasi altro ambito), è sempre bene aspettare il verdetto dei fatti (ovvero della sala) per sbilanciarsi. Ebbene, il momento di vedere Il robot selvaggio è infine arrivato e, con esso, anche il momento di darne un giudizio.

In anticipo di una decina di giorni sulla release italiana (che cadrà il prossimo 10 ottobre), abbiamo infatti avuto la succulenta opportunità di vedere in anteprima l’ultima fatica di Chris Sanders (regista e sceneggiatore dietro a gioielli come Lilo & Stitch e Dragon Trainer) e non ce la siamo certo fatta scappare. La nostra opinione completa la trovate nelle righe che seguono ma, intanto, vi lasciamo un piccolo spoiler: anche questa volta, le previsioni non sono state rispettate. Il film infatti, sicuramente uno dei più attesi di questo ottobre, va ben oltre qualsiasi aspettativa.

Il robot selvaggio: di cosa parla

In un futuro immaginario, la robot ROZZUM 7134 si risveglia su un’isola abitata solamente da animali. Progettata per aiutare i suoi possessori in ogni modo, Roz (doppiata da Lupita Nyong’o) inizia a interfacciarsi con gli abitanti del luogo. Bistrattata dagli animali, intimoriti dalla sua diversità, e in difficoltà nel territorio ostile, Roz finisce per distruggere accidentalmente un nido di oche. Dall’incidente si salva solo un uovo che, una volta schiusosi, Roz crescerà insieme con la volpe Fink (doppiato dalla star lanciata dalla televisione Pedro Pascal), un altro reietto dell’isola.

Roz e Fink si affezionano immediatamente al nuovo nato, chiamato da loro Beccolustro (Kit Connor), e fanno quello che possono per insegnargli tutto quello che gli serve per la sua sopravvivenza e per la ormai prossima migrazione. Nonostante la loro buona volontà però, solo l’intervento di altri animali dell’isola e delle altre oche permetterà a Beccolustro di spiccare il volo con quelli della sua specie. Partito il piccolo, Roz decide di rinunciare a tornare dai suoi creatori, in grado di rimetterla a nuovo, pur di rivedere il figlioccio. Non sapendo che, ben presto, sarà lei ad avere bisogno del sostegno di Beccolustro e di tutti gli animali dell’isola…

Il robot selvaggio, o l’elogio dell’animazione

Fink e Roz in una scena del film Il robot selvaggio

Chi, dopo la visione di quest’opera, potrebbe ancora continuare, imperterrito e ottuso, nel definire i film animati come inferiori a quelli recitati? Rispondiamo noi: nessuno, o, perlomeno, pochi (si spera… ), i più irriducibili. Che comunque sarebbero in grave errore, specialmente dopo decenni in cui il cinema d’animazione (statunitense, giapponese, ma non solo) non ha fatto altro che aumentare la sua portata semantica ed emotiva, diventando mezzo privilegiato per mostrare i lati più propriamente umani della vita. Il robot selvaggio non è che il perfetto proseguimento di questa tendenza.

Tratto dagli albi illustrati di Peter Brown e dichiaratamente ispirato ad altre opere (da La gabbianella e il gatto a WALL-E, passando per Tarzan), il film di Chris Sanders è, non c’è altro modo per dirlo, un gioiello che, come solo le grandi opere d’arte (cinematografiche e non) sanno fare, parla direttamente al cuore degli spettatori. Con grande semplicità, il lungometraggio sfrutta al massimo la sua natura “animata” per mettere fin dal principio in risalto i temi classici delle grandi storie (dall’amicizia alla maternità, dall’inclusione all’argomento sempre più scottante del rapporto tra umanità, tecnologia e natura), trattandoli con delicatezza e partecipazione. Qualcosa che solo l’animazione, con la sua semplicità alla portata di piccoli (che, durante il film, ridono) e grandi (che invece piangono), riesce a fare.

L’intelligenza naturale

Roz e Beccolustro in una scena del film Il robot selvaggio

Nella nostra contemporaneità, dominata in maniera sempre maggiore da sentimenti di indifferenza reciproca (se non per le stories di Instagram) e nevrosi nei confronti della tecnologia, è quasi paradossale che, in un film sulla maternità (perché, di fatto, la maternità “involontaria” di Roz e il suo rapporto con Beccolustro sono il centro della storia, l’elemento che la fa andare avanti) veda come protagonista un robot, un’intelligenza artificiale (molto intelligente e poco artificiale) che, ribaltati tutti gli stereotipi, si fa esempio massimo di altruismo e condivisione.

Secondo chi scrive non è certo un caso, ma una scelta netta, inequivocabile. Il ribaltamento di prospettiva è delicato ma deciso e si porta dietro ben più di un interrogativo su cui meditare. Qui infatti, non è più l’essere umano che, compreso il proprio errore, si ritrova entrando in contatto con la natura, accudendola e tornando ad esserne parte, ma è la tecnologia creata dall’uomo che, trovandosi ad essere libera dal vincolo padrone-servo sceglie, sceglie volontariamente di ribellarsi alla “programmazione”, ai dettami violenti o speculativi per entrare in simbiosi con la natura, l’unica realtà che, alla fine di tutto, riuscirà a sopravvivere, prendendosi quello che le appartiene, e andare ben oltre l’aiuto previsto dalla scheda madre.

Il robot selvaggio e la politica dell’amore

Roz, Beccolustro e Fink in una scena del film Il robot selvaggio

Ma quale può essere il collante, quell’elemento drammatico (nel senso di narrativa cinematografica) e sentimentale che più di ogni altro può permettere alla natura e alla tecnologia di andare d’accordo? Quale può essere davvero la ragione per cui ci si può sforzare di superare le differenze reciproche, le divergenze che la natura mette in evidenza e per poter vivere in armonia? Cosa muove il sole e le stelle in un’unica, armonica danza? L’amore.

Un amore senza vincoli pregressi, schede madre pre-programmate e pregiudizi di sorta; un amore nato spontaneamente, fondato sul rispetto dell’altro, sul riconoscimento e l’apprezzamento delle rispettive particolarità e sull’interesse sincero per gli altrui problemi; un amore unico, disinteressato, umano (ma dalla forza sovrumana) come quello tra madre e figlio (e non importa se di sangue se l’amore di cui si parlava c’è, ed è sincero). Per il mondo di oggi, cinico e cupo, chiuso nei suoi limiti e feroce nei rapporti (di ogni tipo), un insegnamento importante: solo con l’amore, con questo amore, si può davvero vivere uniti, e in pace. Un insegnamento valido in ogni tempo, oggi più che mai.

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