Ho visto un re, ed era vestito in modo ridicolo: la recensione dal TFF

Il nuovo film della regista romana Giorgia Farina è una commedia con un cast di primo ordine e ben assortito, basata su un evento storico realmente accaduto che ha sconvolto la vita quotidiana di un piccolo paese del Lazio, ma che può essere estremamente significativo per darci un riscontro sulle assurde convinzioni fasciste.
Il piccolo Marco Fiore in una scena del film Ho visto un re.

La nuova commedia di Giorgia Farina Ho visto un re è stata presentata Fuori Concorso alla 42esima edizione del Torino Film Festival. Seguito da un lungo applauso e accompagnato da sonore risate durante la proiezione, il film è una coproduzione italo-francese tra Rai Cinema e Les Films e arriverà nelle sale nel 2025.

L’intero cast era ad accogliere le prime genuine reazioni in sale. Tra gli interpreti figurano Edoardo Pesce, Sara Serraiocco, Blu Yoshimi, Lino Musella, Gaetano Bruno, Gabriel Gougsa e il giovanissimo Marco Fiore. Una amalgama ben assortita che ben mantiene l’intento ironico del film, che non si limita a essere solo una satira, ma che abbina a un pungente sarcasmo una atmosfera fiabesca, al limite dell’onirico: ecco qui la nostra recensione!

Bambini senza gloria

Marco Fiore e i bambini del cast di Ho visto un re.

Ambientato nel 1936, durante la Campagna d’Africa, Ho visto un re prende spunto da una grottesca storia vera. Un principe etiope viene catturato dall’esercito fascista e deportato in una piccola provincia italiana. Non può essere toccato, torturato o seviziato (come regime impone) perché in realtà potrebbe risultare una pedina fondamentale per spostare gli equilibri della guerra coloniale. È compito del Podestà della cittadina – un credibile Edoardo Pesce, che interpreta un Duce in scala ridotta – tenere il prigioniero nelle condizioni migliori possibili: viene così deliberato di sistemarlo in una voliera nel cortile della casa in cui il Podestà vive assieme a sua moglie (una pittrice talentuosa ma molto annoiata), a suo cognato e a suo figlio, il piccolo Emilio.

Emilio è il ritratto dell’innocenza. Non comprende le intenzioni e i significati dietro il saluto romano ed è un bambino pelle e ossa trattato malissimo dai propri compagni. Costruisce dunque una specie di realtà parallela, in cui si sente uno dei fedeli tigrotti che accompagnano il coraggioso Sandokan nelle proprie avventure. Finché il principe etiope, Abraham, si materializza nel proprio giardino in casa. Secondo Emilio è proprio lui a essere arrivato, Sandokan. Il ritratto corrisponde perfettamente e da buon tigrotto non può far altro che difendere e aiutare la Tigre di Mompracem. Emilio comprende ancora molto poco, ma sembra aver già scelto la parte giusta.

Emilio dormiva bene in culla: col pugnetto chiuso

Marco Fiore, Sara Serraiocco ed Edoardo Pesce in una immagine di Ho visto un re.

È l’innocenza l’arma più potente di Ho visto un re. Un espediente abbondantemente calcato ma non per questo meno riuscito; si veda quello che resta con ogni probabilità il più grande film antifascista della produzione italiana, quel capolavoro de La vita è bella. Attraverso gli occhi di Emilio ci viene mostrata la differenza nel modo di porsi nei confronti di Abraham. L’inconsapevolezza e la purezza creano un netto scarto con il mito fascista della razza, e in questo modo anche il paradosso della “comoda prigione” – è in effetti considerato un notevole plus tenere l’ostaggio in una voliera – si svela nella sua totale inconsistenza (e inefficacia). Alcuni lineari espedienti sono sapientemente utilizzati dalla regista romana, uno su tutti cattura l’attenzione dello spettatore: Emilio è l’unico in famiglia che di nascosto porta il cibo al principe etiope accompagnandolo con una forchetta. Il Podestà invece è convinto che il negro possa servirsi delle mani e che non abbia fatto altro per tutta la sua vita.

Emilio è pungolato da questi stimoli: scopre che chi è al comando non sembra essere così in grado di mantenere l’ordine e chi invece subisce non sembra essere veramente in difetto. In questo processo una figura chiave risulta essere lo zio di Emilio (il fratello della moglie del Podestà) che cerca di impartirgli velate lezioni di umanità. E se da una parte il Podestà sta cercando di insegnarli come essere un fascista provetto – non si arriva in ritardo a lezione, chi arriva in ritardo non arriva mai! Vaglielo a spiegare che ‘sta Nazione io non l’ho mai vista puntuale –, dall’altra lo zio gli insegna a essere una brava persona. Ed è convinto, convintissimo dei suoi mezzi. Sostiene lo zio: “Da piccolino Emilio dormiva bene in culla, dormiva col pugnetto chiuso“.

In seguito a una sconcertante scoperta, sarà proprio lo zio di Emilio a essere costretto alla fuga. Si cerca di organizzarla al più presto, in concomitanza a quella di Abraham, che ha ormai conquistato la fiducia di alcune anime resilienti del paese. Sarà fondamentale il fido tigrotto e la sua astuzia per portare a termine questa nuova missione. Ancora una volta, si gioca sul filo dell’ironia, in una sorta di commedia degli equivoci ricamata sulle assurde politiche del regime. Si sa, i fascisti non smettono mai di fornire materiale per ridere di loro.

Alcuni (mancati) azzardi di Ho visto un Re

Gabriel Gougsa in un frame da Ho visto un re.

Se proprio dovessimo cercare di vivisezionare un film che ha divertito e intrattenuto la sala, dovremmo ammettere che ci sarebbe piaciuto vedere maggiore spirito d’iniziativa. I dialoghi sono sì spigliati, ma potevano prendersi il rischio di essere ancora più sardonici (di nuovo, materiale ce n’è in abbondanza). E purtroppo si annacqua leggermente la portata mordace della pellicola nel momento in cui Abraham viene presentato come un simil supereroe rispetto ai cittadini che abitano il paese. Raffinato acume, capacità di sopportazione fuori dal normale, dispensazioni di consigli randomici sulla vita e l’esistenza di qualsiasi personaggio. Una sorta di prigioniero messianico che tutto vede prima. Ecco, è pur vero che essendo contrapposto ai fascisti, l’aspettativa di acume si abbassa notevolmente ma così si rischia di scavallare in un orientalismo spicciolo che depotenzia il messaggio.

Per intenderci, in una particolare scena la maestra del paese (fascista convinta!) cade in un fiume, non sa nuotare, Abraham è lì di passaggio, si getta nell’acqua e la salva da morte certa. Ci perdoneranno boomer e millenial di turno ma sentiamo di dover abusare di una parola: cringe. La Farina dunque basa la sceneggiatura sul modello Noi vs Loro, nonché Noi facciamo male vs Loro fanno bene. È un modello che funziona, funziona sempre. Soprattutto in questo Paese, soprattutto in questo momento storico. Ma avremmo apprezzato l’osservazione di una sfumatura leggermente più sfocata. Per nostra fortuna, la pellicola basa la sua buona riuscita su altre dinamiche e la distanza tra la violenza e l’incanto di un bambino, permette comunque di empatizzare con i personaggi.

Alla fine, è la funzionale immedesimazione di Emilio in un modello eroico straniero (diverso), che per i nostri costumi è appunto vestito in modo ridicolo, a far sì che il film risulti vincente. Soprattutto nella creazione di un modello di personale buona educazione. Perché l’educazione impartita dal padre Podestà e da tutto il contorno, a Emilio non convince per niente. Gli convince molto di più la propria, basata solo ed esclusivamente su ciò che vede, e lui capisce esattamente quale sia la reale differenza tra se stesso e il principe etiope: nessuna.

Intanto, noi ci sentiamo di consigliarvi sia Ho visto un re che una nuova trasposizione su un tema che va necessario calcato e ricalcato: si tratta di una serie TV in uscita nel 2025 che abbiamo avuto modo di apprezzare al Festival di Cannes. Ecco la nostra recensione de Il figlio del secolo.

 

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