Hamnet è l’Amleto di Chloé Zhao: la recensione di un film salvifico

Chloé Zhao traspone Hamnet, il romanzo che reinterpreta la vita di Shakespeare e della sua famiglia dopo la morte del figlio Hamnet. Con Paul Mescal e Jessie Buckley, Hamnet è un racconto struggente su amore, lutto e arte: un dolore che si trasforma in rinascita e salvezza.
Jessie Buckley e Paul Mescal in una scena del film Hamnet di Chloé Zhao

Hamnet è il nuovo, acclamato, film di Chloé Zhao presentato al Telluride Film Festival il 29 agosto e che noi abbiamo potuto vedere in anteprima nazionale alla Festa del cinema di Roma. La reimmaginazione della vita della famiglia di William Shakespeare è affascinante, avvolta in un alone di magia. Viene qui trasposto il romanzo omonimo di Maggie O’Farrell (cosceneggiatrice del film), che si concentra proprio sulla morte del figlio undicenne di Shakespeare: Hamnet.

Orfeo ed Euridice

William è un giovane insegnante di latino che lavora per saldare i debiti di suo padre. Agnes è tutt’uno con la natura, in stretto contatto fisico e spirituale con le foreste inglesi. Dove passa il tempo con il suo falco. Si incontrano e scatta la scintilla, un amore travolgente che sfocia in una proposta di matrimonio nonostante il dissenso delle famiglie. Si sposano, diventano genitori. E poi vivono la tragedia. Ma questa ispirerà uno dei più grandi capolavori della storia, un’opera destinata a rimanere per sempre.

L’opera del più grande drammaturgo inglese prende quindi il nome dal suo figlio deceduto. Una tragedia per raccontarne un’altra. Paul Mescal è grandioso nei panni di William, che è un personaggio molto brusco, molto sincero, ma allo stesso tempo non sa spiegarsi se non con la scrittura. Per questo se ne deve andare dalla campagna a Londra, a cercare un ambiente culturale che possa capirlo e alimentare la sua espressività. Per questo, però, deve abbandonare moglie e figli per lunghi periodi di tempo. Lui vorrebbe tutti a Londra, ma Agnes è una ninfa, non può lasciare la terra da cui proviene e, anche se lo ama, non capisce veramente suo marito. Non comprende il dolore che prova. Non sa quello che succede sui palchi di Londra, che lui vive e muore per quello che fa.

Agnes (Jessie Buckley, strepitosa, noi la ricordiamo in uno splendido Fingernails) cresce i figli in una dimensione diversa rispetto a quella del marito. E il legame che ha con loro è viscoso, consistente. Dopo la morte di Hamnet, Agnes è incredula davanti alla freddezza di William, che subito deve tornare a Londra per il suo spettacolo. A differenza sua, Agnes non ha trovato un modo per elaborare il lutto. E l’opera di Amleto diventa l’opera del dolore della perdita, il modo in cui William non solo espia il suo senso di colpa, ma anche l’esperienza attraverso cui Agnes si lascia indietro l’anima del figlio.

Tra vita e morte: l’arte

Jessie Buckley in una scena del film Hamnet di Chloé Zhao

La bellezza della messa in scena di Chloé Zhao (reduce da un bello ma deludente Eternals) è continuamente in contrasto con la tristezza di cui è permeata la storia. È una storia che non si ferma alla realtà, ma trascende le regole del cosmo per raccontare un dolore che non sta né in cielo né in terra. L’energia del film ci trascina con una profonda malinconia all’interno di esso, all’interno di qualcosa di inspiegabile. Agnes sembra non appartenere al mondo, mondo che in qualche modo l’ha fatta nascere dalla sua stessa terra. E proprio perché sembra non appartenergli, allora crede di poterne trascurare le dinamiche, anche quelle umane. Crede di avere il potere di riportare Hamnet dagl’inferi. Ma, ormai, si trova in un limbo che sembra uno sfondo teatrale.

Quando Agnes arriva a Londra per la prima dell’Amleto, vede con i suoi occhi il fantasma. Vede il dolore che suo marito nascondeva, o che non sapeva esternare. La messa in scena dell’Amleto alla fine del film non è certo uno spoiler, direi che è la normale conclusione di un’opera su Shakespeare che porta questo titolo. Ed è semplicemente uno dei finali più belli che abbiamo mai visto. “Essere, o non essere, tale è il problema. È egli più decoroso per l’anima di tollerare i colpi dell’ingiusta fortuna, o impugnare le armi contro un mare di dolori e, affrontandoli, finirli?“. Hamnet non è solo la messa in scena del dolore, è un eco di salvezza. Un promemoria che ci ricorda che ognuno porta con sé un peso insostenibile, e che con l’arte può alleggerirsi.

 

 

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