Dune – Parte Due: tutti i riferimenti biblici di un’epopea religiosa

Dune - Parte Due è senza ombra di dubbio il film del momento, se non il film dell’anno grazie al successo che sta raccogliendo in tutto il mondo. Come il romanzo di Frank Herbert, anche il film di Denis Villeneuve è intriso di tematiche religiose che in questo secondo capitolo prevalgono, mettendo in luce i molti riferimenti biblici.
Timothée Chalamet (Paul Atreides) e Rebecca Ferguson (Lady Jessica) nelle scene del film Dune - Parte Due

“Non c’è speranza!”. È l’urlo di rassegnazione di Paul Atreides. Non è però un urlo di sconfitta ma di una definitiva presa di coscienza del proprio ruolo nella storia, dell’inevitabilità di un percorso da intraprendere. Divino, religioso, politico. Il piccolo topo del deserto, Muad’Dib, è pronto ad ergersi a costellazione per indicare la Via non solo al popolo di Arrakis ma all’intero Imperium. Se già l’opera di Frank Herbert risulta intrisa di riferimenti a diverse culture del ceppo mediorientale (la Bibbia Cattolica Orangista presente nel romanzo è un agglomerato di religioni antiche) la trasposizione di Denis Villeneuve ne offre la sua lettura e, dopo una prima parte introduttiva, plasma Dune – Parte Due ancor più attorno al tema della fede e all’avvento del Messia.

Sin dalla sua venuta sul pianeta desertico, Paul (Timothée Chalamet) è infatti riconosciuto con diversi appellativi: Mahdi, Kwisatz Haderach, Lisan al-Gaib. Nomi che, nonostante la provenienza diversa, riconducono alla medesima entità, ad una profezia univoca dettata da motivazioni quali libertà o controllo. Risulta quindi inevitabile riconoscere in Paul numerose analogie con alcune figure della tradizione ebraica, e nei Fremen, popolazione giunta sull’ostile Arrakis in seguito ad una diaspora, i giudei speranzosi nell’intervento di un salvatore. Contraltare della fede cieca cui aggrapparsi è l’ordine religioso delle Bene Gesserit, sorellanza volta a manipolare l’umanità per condurla alla perfezione, a rappresentanza di quella forma di religione che allontana l’uomo da Dio.

Paul Muad’Dib Atreides: profeta o Messia

Timothée Chalamet (Paul Atreides) in una scena del film Dune -Parte Due

Innanzitutto Paul è paragonabile alla figura di Mosé, destinato a liberare il popolo ebraico dalla schiavitù di Israele, a condurlo nella terra promessa attraversando il deserto, così come i Fremen mirano a divenire free men, uomini liberi. Dopodiché presenta tutte le stimmate del profeta, chiamato a precedere e preparare il popolo in attesa del vero Messia. In questo senso, sin dalla parte uno uscita nel 2021, l’associazione più immediata è quella con Giovanni Battista, l’ultimo profeta prima dell’inizio del mandato di Gesù. I testi biblici, come è possibile leggere nel Vangelo di Matteo, riprendendo il libro di Isaia, lo definiscono la “voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore”. Non a caso, il nome gridato più e più volte da Stilgar e compagni, ovvero Lisan al-Gaib, significa “voce di un altro mondo”.

Infine Gesù, il Figlio di Dio. È innegabile che, aldilà dei tratti puramente amletici sfocianti nel desiderio di vendetta, Paul sia a tutti gli effetti una figura messianica. La prima connessione è la rispettiva discendenza, una linea di sangue regale, proveniente dai grandi re d’Israele e dai grandi duchi, con l’importante differenza che quella di Cristo è legata alla volontà divina, mentre quella dell’Atreides al volere delle Bene Gesserit e al loro controllo genetico. Tralasciando questo aspetto comunque importante, entrambi hanno intrapreso il loro percorso iniziatico attraversando il deserto, avendo a che fare con le tentazioni di Satana e con il pericolo degli spiriti, e sono ambedue calati in un contesto combattuto tra l’attesa di un guerriero ed il riconoscere gli incontrovertibili segni di una deità.

Paul come voce, potere generatore, ma anche come via. Un termine utilizzato dai cristiani per identificarsi perché ad essere la via, come sempre la Bibbia riporta, è Gesù che, in un famoso passo del Vangelo di Giovanni, afferma di essere “la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Una via che è però necessita l’ingresso per una porta stretta come il Messia avvisa in Luca e come Paul riconosce in una scena di Dune – Parte Due.

Il ruolo dei Fremen e delle Bene Gesserit

Zendaya (Chani) in una scena del film Dune - Parte Due

Testimoni interessati dell’adempimento delle Scritture sono appunto i Fremen, tra i quali è possibile ritrovare alcuni gruppi che caratterizzavano Israele al tempo di Gesù. Abbiamo infatti quei credenti connessi a scribi e sacerdoti, conoscitori dei testi ma non in grado di discernere i tempi. Facciamo quindi conoscenza dei fedaykin, un corpo scelto militante devoto a Paul, composto da fondamentalisti che riconoscono il Messia e da non credenti convinti del seguito del loro nuovo comandante per contrastare gli Harkonnen. Questi rimandano agli zeloti, adepti che difendevano i precetti della legge mosaica ed il nazionalismo israelita con la violenza, soprattutto nei confronti dei dominatori romani.

Ma se finora, anche eccedendo in estremismi, la fede è risultata la spinta nella ricerca del Paradiso Verde e del ritorno delle acque al posto della terra arida, con le Bene Gesserit viene evidenziato come tutto ciò sia un espediente per l’ottenimento del potere, tanto che il popolo le definisce streghe. Lady Jessica, divenuta Reverenda Madre dei Fremen durante il corso di Dune – Parte Due, così come Gaius Helen Mohiam, rappresenta tale mira egoistica che caratterizza ogni appartenente all’ordine. In questo la sorellanza non dimostra un particolare culto della divinità, pur praticando cerimonie, anzi sfrutta la venerazione per governare e legittimare la propria sovranità.

“Credi in Paul?”

Timothée Chalamet (Paul Atreides) in una scena del film Dune -Parte Due

È bene giunti a questo punto precisare l’approccio riguardo il tema religioso da parte di Frank Herbert prima e di Denis Villeneuve poi. L’autore statunitense rende Dune un ribollente calderone spirituale (citando il figlio Brian), tra fusioni ed ibridi delle principali dottrine, ma il suo intento appare prettamente di accezione negativa. Il suo Imperium tratta la spiritualità ma non coinvolge Dio che, nella sua visione agnostica, non è presente all’interno dell’universo creato, infatti tutti i personaggi la interpretano come una struttura socio-politica, avvicinandosi nettamente alla lettura marxista della stessa. Per Villeneuve invece, più attento ad indagare la ricerca di identità ed umanità, come precedentemente affrontato in film quali Enemy, Arrival e Blade Runner 2049, la trattazione della fede rimane in una sorta di limbo.

È evidente per tutta la durata della pellicola l’intento di separare la fiducia in un’entità, un prescelto, dalla religione come strumento di manipolazione e, a fronte dei molti momenti macchiettistici che coinvolgono i credenti fremen, sembra trovare rifugio nella fede. Non per forza in Dio, nel Messia o nel creatore Shai-Hulud (il verme delle sabbie), ma in qualcuno. Il personaggio di Chani (Zendaya)diventa così il punto di vista dello spettatore e del regista. Non crede in Paul in quanto Lisan al-Gaib ma perché lo ha conosciuto, perché ritrova in lui la speranza di non essere sola, di aver trovato qualcuno pronto a combattere le sue battaglie.

Più volte infatti durante Dune – Parte Due viene posta la domanda “credi in Paul?”. Lady Jessica, Stilgar, Chani, i Fremen, quel che resta di casa Atreides. Con obiettivi e modalità diverse, tutti sono pronti a seguire il nuovo Duca di Arrakis che, seppur intimorito dalle visioni future di morte e devastazione, è consapevole del proposito davanti a sé. Anche per questo, per la rivelazione del piano divino nel quale è coinvolto, surrogata dai riferimenti e da diversi punti in comune, è chiamato il Messia di Dune.

Facebook
Twitter