Dolor y gloria: la recensione dell’intimo ritratto di Almodóvar

Arriva oggi su Infinity+ Dolor y gloria, uno degli ultimi capolavori di Pedro Almodóvar, con il quale il regista spagnolo ha definitivamente tirato le somme sulla propria vita, sui propri amori e soprattutto sulla sua più grande passione: il cinema. Con Antonio Banderas e Penelope Cruz, qui la recensione del suo lavoro più sincero.
Dolor y gloria: la recensione dell'intimo ritratto di Almodóvar

Tra gli autori del cinema moderno, forse nessuno meglio di Pedro Almodóvar sa raccontare la propria terra e le proprie radici. Le sue pellicole sanno di Spagna, come la Spagna sa di Almodóvar; i due sono uno il figlio dell’altra, perché il regista Pedro nasce con la nascita di una Spagna nuova, sgombra dalla dittatura di Francisco Franco. Il crollo della censura permette a questo giovane artista, cresciuto dai salesiani prima e nella movida madrileña poi, di raccontare sé stesso attraverso un cinema fatto di eccessi e trasgressione, in drammi che hanno il sapore di tragicomico e di fotoromanzo. Nessun cineasta sa parlare de la sangre hispana meglio di Almodóvar; nessun film sa parlare di Almodóvar meglio di Dolor y gloria.

Almodóvar si racconta nel suo alter-ego di Salvador Mallo

Antonio Banderas aka Salvador Mallo è Pedro Almodovar in Dolor y gloria
Antonio Banderas aka Salvador Mallo è Pedro Almodovar in Dolor y gloria

Questo film del 2019 – di cui vi parlavamo qui poco prima della sua uscita – oltre ad essere il più recente gioiello della sua filmografia, è forse anche il suo lavoro definitivo. Guardare Dolor y gloria è un po’ come irrompere nella sua casa e sfogliare senza permesso i suoi album di fotografie; al suo pubblico Almodóvar concede di fare del voyeurismo coi propri ricordi. E pur avendo ammesso che in questo suo film-verità c’è anche della finzione, ha anche garantito che nell’essenza c’è solo il suo essere autentico. Autentiche sono le glorie di cui parla, ma autentici sono soprattutto i suoi dolori, fisici e mentali e che comprendono emicranie, innumerevoli operazioni alla schiena, depressione.

Almodóvar si serve di una sorta di alter-ego, qui chiamato Salvador Mallo ed interpretato dal suo feticcio Antonio Banderas, per tracciare un ritratto della propria vita, in un processo catartico di mappatura– e di ricucitura – delle proprie cicatrici, talvolta ancora sanguinanti. Salvador è un cineasta in crisi, debilitato da persistenti acciacchi fisici che lo costringono ad un periodo di pausa deprimente e opprimente. Nel silenzio della sua casa-museo (che è la vera casa di Almodóvar, ricostruita interamente nel set!), colma di pezzi d’arte ricercatissimi ma priva di calore umano, trova il tempo di pensare a quello che fu, dall’infanzia al rapporto con la madre, dalle prime pulsioni omosessuali alla carriera cinematografica e teatrale.

Dolor y gloria: la responsabilità del ricordo

Salvador ricorda la sua infanzia con Eduardo in una scena del film
Salvador ricorda la sua infanzia con Eduardo in una scena del film

In un continuo gioco di flashback e salti temporali, nella testa già provata di Salvador si affollano ricordi con cui fare pace, da utilizzare con cautela per rimettere insieme tutti i pezzi del complicato puzzle della sua vita. Serve liberarsi dall’ingombrante morte non ancora superata della madre, interpretata da una splendida Penélope Cruz prima e da Julieta Serrano poi, e dal suo risentimento per l’omosessualità del figlio non accettata. Serve riprendere i conti in sospeso, da quello col collega eroinomane Alberto, a quello del primo amore Federico. Ma serve soprattutto ritrovare la forza per tornare a parlare di cinema, di arte, di guarigione.

Dolor y gloria è la storia di un artista bloccato dal suo psicosomatismo che non riesce a trovare ispirazione: metafora del processo creativo che resta inceppato, se non trova un punto di svolta. Ma quel punto di svolta Salvador, come Almodóvar, lo trova, e la macchina torna a funzionare: basta il ritrovamento di un ritratto ad acquerello risalente alla sua infanzia per salvarlo. Ecco la gloria, dopo tanto dolor: far pace col proprio passato imperfetto per garantirsi un futuro, sì imperfetto, ma migliore.

Il cinema di Almodóvar è Spagna e Donna

Penélope Cruz e le altre donne nella scena del torrente in Dolor y gloria
Penélope Cruz e le altre donne nella scena del torrente in Dolor y gloria

Ma è anche la storia del suo rapporto ambivalente con una famiglia tanto amata quanto temuta, primo pericolo per un ragazzino omosessuale della Spagna rurale e bigotta. In questo film c’è tutto il suo amore per la madre, donna forte e fiera ma pur sempre figlia del suo tempo, incapace di accettare completamente la diversità del proprio figlio. Almodóvar però non prova rancore, e anzi, in ogni suo film celebra ogni madre ed ogni donna, per lui vere colonne portanti della società, dalle quali è stato cresciuto, col loro coraggio e le storie al torrente, proprio come nella scena del film.

La sostenibile pesantezza dell’essere in Dolor y gloria

Antonio Banderas e Leonardo Sbaraglia (Federico) in una scena del film
Antonio Banderas e Leonardo Sbaraglia (Federico) in una scena del film

Presentato a Cannes in occasione della sua 72esima edizione, Dolor y gloria si è guadagnato importanti premi e candidature: dal Prix d’interprétation masculine ad Antonio Banderas, alla corsa agli Oscar. E tanto successo non sorprende: formalmente perfetto, è un film sensibile e sincero che parla della complessità della vita con una leggerezza che contraddistingue il miglior Almodóvar. Come in molti altri suoi film, da Tutto su mia madre a Volver, il regista non si sottrae da temi importanti e naturalmente faticosi: ma il modo in cui gli dona ritmo ed energia riesce incredibilmente a rimuoverne qualsiasi peso.

Se ogni suo film sembra essere una lezione su come affrontare con gloria il dolore della vita, beh, Dolor y gloria lo sembra ancora di più.

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