Tra gli autori del cinema moderno, forse nessuno meglio di Pedro Almodóvar sa raccontare la propria terra e le proprie radici. Le sue pellicole sanno di Spagna, come la Spagna sa di Almodóvar; i due sono uno il figlio dell’altra, perché il regista Pedro nasce con la nascita di una Spagna nuova, sgombra dalla dittatura di Francisco Franco. Il crollo della censura permette a questo giovane artista, cresciuto dai salesiani prima e nella movida madrileña poi, di raccontare sé stesso attraverso un cinema fatto di eccessi e trasgressione, in drammi che hanno il sapore di tragicomico e di fotoromanzo. Nessun cineasta sa parlare de la sangre hispana meglio di Almodóvar; nessun film sa parlare di Almodóvar meglio di Dolor y gloria.
Almodóvar si racconta nel suo alter-ego di Salvador Mallo

Questo film del 2019 – di cui vi parlavamo qui poco prima della sua uscita – oltre ad essere il più recente gioiello della sua filmografia, è forse anche il suo lavoro definitivo. Guardare Dolor y gloria è un po’ come irrompere nella sua casa e sfogliare senza permesso i suoi album di fotografie; al suo pubblico Almodóvar concede di fare del voyeurismo coi propri ricordi. E pur avendo ammesso che in questo suo film-verità c’è anche della finzione, ha anche garantito che nell’essenza c’è solo il suo essere autentico. Autentiche sono le glorie di cui parla, ma autentici sono soprattutto i suoi dolori, fisici e mentali e che comprendono emicranie, innumerevoli operazioni alla schiena, depressione.
Almodóvar si serve di una sorta di alter-ego, qui chiamato Salvador Mallo ed interpretato dal suo feticcio Antonio Banderas, per tracciare un ritratto della propria vita, in un processo catartico di mappatura– e di ricucitura – delle proprie cicatrici, talvolta ancora sanguinanti. Salvador è un cineasta in crisi, debilitato da persistenti acciacchi fisici che lo costringono ad un periodo di pausa deprimente e opprimente. Nel silenzio della sua casa-museo (che è la vera casa di Almodóvar, ricostruita interamente nel set!), colma di pezzi d’arte ricercatissimi ma priva di calore umano, trova il tempo di pensare a quello che fu, dall’infanzia al rapporto con la madre, dalle prime pulsioni omosessuali alla carriera cinematografica e teatrale.
Dolor y gloria: la responsabilità del ricordo

In un continuo gioco di flashback e salti temporali, nella testa già provata di Salvador si affollano ricordi con cui fare pace, da utilizzare con cautela per rimettere insieme tutti i pezzi del complicato puzzle della sua vita. Serve liberarsi dall’ingombrante morte non ancora superata della madre, interpretata da una splendida Penélope Cruz prima e da Julieta Serrano poi, e dal suo risentimento per l’omosessualità del figlio non accettata. Serve riprendere i conti in sospeso, da quello col collega eroinomane Alberto, a quello del primo amore Federico. Ma serve soprattutto ritrovare la forza per tornare a parlare di cinema, di arte, di guarigione.
Dolor y gloria è la storia di un artista bloccato dal suo psicosomatismo che non riesce a trovare ispirazione: metafora del processo creativo che resta inceppato, se non trova un punto di svolta. Ma quel punto di svolta Salvador, come Almodóvar, lo trova, e la macchina torna a funzionare: basta il ritrovamento di un ritratto ad acquerello risalente alla sua infanzia per salvarlo. Ecco la gloria, dopo tanto dolor: far pace col proprio passato imperfetto per garantirsi un futuro, sì imperfetto, ma migliore.
Il cinema di Almodóvar è Spagna e Donna

Ma è anche la storia del suo rapporto ambivalente con una famiglia tanto amata quanto temuta, primo pericolo per un ragazzino omosessuale della Spagna rurale e bigotta. In questo film c’è tutto il suo amore per la madre, donna forte e fiera ma pur sempre figlia del suo tempo, incapace di accettare completamente la diversità del proprio figlio. Almodóvar però non prova rancore, e anzi, in ogni suo film celebra ogni madre ed ogni donna, per lui vere colonne portanti della società, dalle quali è stato cresciuto, col loro coraggio e le storie al torrente, proprio come nella scena del film.
La sostenibile pesantezza dell’essere in Dolor y gloria

Presentato a Cannes in occasione della sua 72esima edizione, Dolor y gloria si è guadagnato importanti premi e candidature: dal Prix d’interprétation masculine ad Antonio Banderas, alla corsa agli Oscar. E tanto successo non sorprende: formalmente perfetto, è un film sensibile e sincero che parla della complessità della vita con una leggerezza che contraddistingue il miglior Almodóvar. Come in molti altri suoi film, da Tutto su mia madre a Volver, il regista non si sottrae da temi importanti e naturalmente faticosi: ma il modo in cui gli dona ritmo ed energia riesce incredibilmente a rimuoverne qualsiasi peso.
Se ogni suo film sembra essere una lezione su come affrontare con gloria il dolore della vita, beh, Dolor y gloria lo sembra ancora di più.









