Oggi, 31 maggio 2025, Clint Eastwood compie 95 anni. Che cosa dire, se non “grazie”? L’attore (prima) e regista, ma anche produttore e compositore (poi), non è solo tra le figure più importanti della storia del cinema, ma è anche tra i pochi, pochissimi che, quella storia, l’hanno in primis plasmata e, in seconda battuta, attraversata. Praticamente, lo si può ben dire in questa occasione, vista la distanza di La vendetta del mostro (debutto attoriale) e Giurato Numero 2 (suo ultimo film da regista), nella sua interezza.
Cinque premi Oscar (di cui uno onorario), decine, forse centinaia di riconoscimenti sparsi per il mondo, l’ingresso e l’uscita dalla politica, il reinventarsi continuo (prima attore, poi attore e regista, poi attore, regista e produttore, poi soprattutto regista) e il reinventare continuamente (i generi e sé stesso), la partecipazione (in tutte le vesti già citate, davanti, dietro e lontano dalla macchina da presa) a decine di capolavori, hanno fatto della vita di Clint Eastwood una corsa folle e meravigliosa. Probabilmente, salvo una reincarnazione di Eastwood in un cineasta ancora in divenire.
Ma, detto della carriera leggendaria del festeggiato di oggi, dobbiamo fare una confessione. Non siamo qui a scrivere per questo motivo. O meglio, sì, il compleanno di Eastwood è il pretesto, ma non il nucleo di questo articolo. Articolo che, come avrete capito, avrà invece al centro uno dei tanti temi cari a Eastwood, come attore e come regista, nel passato, nel presente e, forse, ma bisogna vedere, anche nel futuro: la giustizia.
La giustizia di Clint Eastwood al cinema

Giustizia, dunque. Cos’è, e cos’è stata, la giustizia, nella carriera di Clint Eastwood? Che fosse pubblica o privata, in tribunale o nel selvaggio west, tra civili o tra soldati, tra criminali o poliziotti, la giustizia ha sempre avuto un ruolo di primo piano nell’operato cinematografico dell’uomo di cinema statunitense. Ma in che modo, secondo Eastwood, si dovrebbe manifestare la giustizia? Ecco. Questo è forse un passaggio un po’ più delicato della questione.
In linea generale, nel cinema di Eastwood, la giustizia è una faccenda che va risolta privatamente. Faccia a faccia. Per dirla in maniera molto eastwoodiana, da “uomo a uomo”. La giustizia ufficiale? Certo, ha una sua importanza, da tenere in considerazione, ma è quella privata, quella sporca e, spesso, sanguinosa (anche noi, d’altronde, ci siamo dedicati a una TOP 10 in un crescendo di… spietatezza), che davvero fa la differenza nelle relazioni umane del cinema recitato e diretto da Eastwood, diventandone forse la vera colonna portante.
Il personaggio, uno e trino, della Trilogia del dollaro di Sergio Leone cerca forse l’aiuto delle autorità per abbattere i nemici, o, quantomeno, sente il bisogno di dare una giustificazione alle sue azioni? Callaghan, che di fatto è un poliziotto, giustifica forse davanti a qualcuno i propri omicidi? Will Munny cerca forse l’aiuto dello sceriffo ne Gli spietati, o è proprio lo sceriffo stesso il nemico giurato del protagonista? Frankie Dunn di Million Dollar Baby ricorre forse a un metodo legale per porre fine alle sofferenze della sua mo cuishle? La risposta, a tutti questi quesiti, è sempre la stessa: no, certo che no! Ma siamo al cinema!, potreste dire, giustamente. Ma cos’è il cinema se non lo specchio della vita?
Clint Eastwood tra cinema e politica

Arrivati a questo punto, viene da chiedersi: ma, allora, qual è la posizione di Clint Eastwood? Pensa forse che dovremmo uscire dalle case a spararci a vicenda? Certo che no. L’espressione cinematografica della giustizia è stata per decenni la sublimazione artistica di posizioni politiche, quelle di Eastwood, di chiaro stampo repubblicano: l’uomo forte americano, un giustizialismo mai sopito, sostenitore del “primo” Trump e, insieme a questo, una certa sfiducia nel sistema giudiziario “legale”, spesso più una entità da aggirare che da rispettare appieno.
Clint Eastwood è sempre stato un uomo di destra, fin dai primi anni cinquanta, quando, giovanissimo, vedeva la sua carriera fare i primi passi. Ma, come uomo intelligente quale è, il cineasta americano non ha mai chiuso le porte a opinioni lontane da quelle del suo partito di riferimento. Certo, la sua posizione non si è mai allontanata da quella iniziale, ma le porte a posizioni “diverse” non sono mai state chiuse e la sua analisi del modus operandi del suo partito è stata lucida, mai acritica.
Di nuovo, il cinema è stato lo specchio di questo: basti pensare alle posizioni su temi scottanti, nel passato, nel presente e nel futuro, come eutanasia (Million Dollar Baby), immigrazione (Cry Macho) e guerra (American Sniper, ma soprattutto l’accoppiata Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima), tutt’altro che acritici. Forse, dunque, è anche sbagliato incasellare Clint Eastwood, un uomo che, come abbiamo detto, si è reinventato e ha reinventato sé stesso e il cinema per oltre settant’anni, in aggettivi che ne riducono la sfaccettata personalità artistica e politica. Una volta di più, è il cinema a darcene conferma.
Giurato Numero 2: addio alle certezze

Se, trenta o quaranta anni fa, avessero dato in mano a Clint Eastwood una sceneggiatura come quella di Giurato Numero 2, la sua posizione, probabilmente, sarebbe stata chiara: okay, il protagonista è colpevole e l’uomo incriminato è innocente, ma è un bastardo, un pregiudicato che picchia le donne, in galera (o alla sedia elettrica…) ci sta benissimo. Nessuna incertezza, nessun dubbio.
Ma Giurato Numero 2 non è un film di inizio anni Novanta, bensì una (grande) pellicola del 2024, tra quelle ingiustamente “snobbate” in sede di premi nel corso della passata stagione, e le cose, Eastwood, ce le ha volute mostrare in maniera decisamente diversa. Il film, con protagonisti Nicholas Hoult (nei panni del giurato numero 2 appunto, chiamato a dare un giudizio in un caso del quale scopre di essere colpevole) e Toni Collette (nei panni dell’avvocato d’accusa), ci mostra una nuova versione di giustizia secondo Eastwood.
Per tutta la pellicola, lo spettatore sa che il protagonista è colpevole. Tra le prime volte nella sua carriera, a 93/94 primavere, Eastwood ci immerge totalmente in quell’ambiente, quello giudiziario appunto, in cui lui non ha mai creduto fino in fondo. Ce ne mostra ogni aspetto, dalla scelta dei giurati alla sentenza, dalle discussioni della giuria ai sopralluoghi sul luogo del delitto. A questa analisi delle dinamiche giudiziarie, viene poi affiancato il peso del protagonista nel portare avanti la propria consapevolezza di essere protagonista dell’accaduto. Dunque, costituirsi o lasciare in carcere un innocente, seppur tutt’altro che una brava persona?
Un finale senza risposte

Questa è proprio la questione centrale di Giurato Numero 2, che si riflette poi sull’intera carriera di Clint Eastwood, e ci permette di tornare alle prime righe di questo paragrafo. Il fatto stesso che Clint Eastwood, a novant’anni passati abbondantemente, metta in discussione decenni di film e convinzioni è un segno in più, l’ennesimo in settant’anni di carriera, della sua sconfinata intelligenza e di un continuo mettere in dubbio sé stesso e le proprie idee, mai date per scontate.
Sulla bellezza del film non ci dilungheremo (lo abbiamo recensito qui), ma quello che potrebbe essere l’ultimo film del cineasta statunitense è una grande opera, checché ne dicano premiazioni e kermesse varie, che mette nuovamente in luce aspetti decisivi della vita di Clint Eastwood, cinema e politica, mettendo in crisi posizioni date per assodate per decenni.
Forse, per la prima volta nella sua intera carriera, Clint Eastwood mette da parte la giustizia personale e il giustizialismo (suo e dei suoi personaggi). Quando il protagonista mette definitivamente da parte i suoi scrupoli morali, facendo incriminare l’imputato e facendo concludere il processo, con la sua vita che riprende regolarmente, le cose non sono affatto chiuse. Per la prima volta, dunque, la giustizia, quella “vera”, altrettanto impietosa, bussa alla porta, mettendo in dubbio quello che succederà al protagonista e lasciando al pubblico l’amaro in bocca, oltre all’onere di dare una risposta alla domanda: come finirà, questa volta? Una domanda che mette in dubbio un finale, una carriera e, forse, un ideale. Il grande colpo di coda di Clint Eastwood.









