Campo di battaglia: la recensione del film di Gianni Amelio da Venezia 81

Da ieri nelle sale, Campo di battaglia di Gianni Amelio è un film da andare a vedere lasciando a casa grandi aspettative. Un film di guerra vecchio stile, quadrato e dualistico, sui dilemmi medici e morali al tempo della Prima Guerra Mondiale.
Alessandro Borghi nella locandina del film Campo di battaglia

Presentato in concorso qui a Venezia 81 e già da ieri in tutti i cinema italiani, Campo di battaglia è un film di guerra vecchio stampo, un po’ fuori tempo massimo nonostante Gianni Amelio tenti l’operazione attualità con una seconda metà di film che, però, vanifica un po’ immediatezza e semplicità del tema da cui era partito. Il tipico film di Gianni Amelio dall’impostazione classica, per un pubblico decisamente senile e con un dilemma morale al centro di tutto. Due visioni del mondo incarnate dai personaggi di Alessandro Borghi e Gabriel Montesi. E come sempre in questi casi, nel mezzo c’è un’amicizia destinata a infrangersi. E come sempre in questi casi, nel mezzo c’è anche una donna: Federica Rossellini.

Per fortuna io sono un giovane-vecchio e traggo gradimento dalle impostazioni classiche, traggo soddisfazione dai film di guerra fuori tempo massimo e soprattutto traggo godimento da quelli (pochi, almeno nell’ultimo periodo) che scelgono come teatro la Prima Guerra Mondiale. Perché oltre a tutta una serie di ragioni che seguiranno, sono sempre molto interessanti dal punto di vista della ricostruzione storica e visiva. Come appunto è Campo di battaglia. Ma proprio come in trincea, questo film si inserisce in un solco cinematografico demarcato nel fango e nella pietra. E se entrerete al cinema con la speranza che possa spostare di alcunché un fronte così granitico e inamovibile, potreste rimanere delusi.

Campo di battaglia dei dilemmi morali

Stefano (Borghi) e Giulio (Montesi) sono amici, medici, commilitoni, fratelli non di sangue ma a dirla tutta neanche nello spirito, perché divisi da un’insanabile dilemma morale. È il 1918 e la Prima Guerra Mondiale si appresta a concludersi, manca davvero pochissimo, ma come ben abbiamo imparato due anni fa dall’ottimo Niente di nuovo sul fronte occidentale, nella Grande Guerra si morì a migliaia fino all’ultimo secondo di conflitto. Vedendo la fine così vicina, Borghi vuole salvare più ragazzi possibili – e parliamo di giovanissimi, le ultimissime leve appena maggiorenni – mentre Montesi dimette i feriti non appena possibile per rimandarli al fronte: anche con un braccio in cancrena possono lanciare una granata; anche con un occhio in meno, mirare con l’altro.

Automutilazioni, disfattismo e i cosiddetti “scemi di guerra” – sì, è nato all’epoca il termine – che si fingono sotto shock per il ricovero: tutto questo è all’ordine del giorno, ma Montesi non si fa fregare. Così Borghi, nottetempo e in gran segreto, si mette egli stesso a mutilare e accecare in quanti più possibile, mettendoli di fronte a una scelta che non è una scelta: meglio perdere un braccio o perdere la vita? Ma l’arrivo della nuova infermiera Anna (Rossellini) e la sua fedeltà divisa fra i due uomini metteranno a repentaglio la loro amicizia ma soprattutto la vita di Stefano: se venisse scoperto, sarebbe la fucilazione per tradimento.

La forza evocativa della Grande Guerra

Gabriel Montesi in una scena del film Campo di battaglia

Date queste premesse, Campo di battaglia rimarrebbe come un solido film di guerra senza fronzoli e senza troppe pretese. Come detto, un classico film imperniato intorno a un dilemma morale semplicissimo da formulare, ma abbastanza ingombrante da riempire un intero film prima di poterlo sviscerare. E nel mezzo ovviamente, il grande disastro di vite che rappresentò la Grande Guerra. Un teatro di conflitto che io, personalmente, ho sempre trovato fra i più significativi di tutti (oltreché interessante a livello di ricostruzione, e infatti in particolare sui costumi viene fatto un lavoro certosino in Campo di battaglia).

Perché se è vero che la Seconda Guerra Mondiale fece più di quattro volte tanto i morti della Prima, nessun conflitto della storia ha mai rappresentato così bene lo spreco di vite mandato a infrangersi contro un muro inamovibile, come la guerra di trincea e di logoramento. Una guerra che in tutto il suo corso vide i suoi fronti spostarsi di pochi chilometri appena, mentre le aspettative di vittoria dei suoi schieramenti si basavano esclusivamente sulla loro riserva umana di nuove leve da mandare al macello, come una fabbrica inesauribile di giocattoli da rompere. Il film emblematico di questa immagine è senz’altro Uomini contro di Francesco Rosi e per quanto il paragone con Amelio suonerà impietoso, il filone in cui si collocano è lo stesso.

La guerra è una malattia senza cura

Alessandro Borghi in una scena del film Campo di battaglia

Ma purtroppo a un certo punto Campo di battaglia prende tutt’altra strada, introduce l’arrivo della Febbre Spagnola e trincera Borghi dentro un laboratorio con l’obiettivo di trovare una cura. C’è chi ci ha visto un’analogia col Covid; chi scrive, purtroppo, un distrattore. Semplice nella forza delle sue considerazioni morali, Campo di battaglia avrebbe dovuto farsi forte della sua semplicità. Ciò che resta, né poco né molto, è un film senile per un pubblico senile, due interpretazioni convincenti nella loro costante dualità e alcune buone scene.

Come la prima, di notte, nella terra di nessuno e con i bombardamenti in lontananza. Una catasta di cadaveri senza fine e un soldato a girargli intorno, tallonato dalla cinepresa, alla ricerca di qualche superstite o qualche razione lasciata dai morti. Ed ecco che una mano insanguinata esce dalla catasta per farsi trovare, nessun fiato, una vaga sensazione da film dell’orrore. Ma il soldato non se ne accorge, gira due volte intorno alla catasta e per due volte non la vede. Lasciando anche l’ultimo superstite sulla faccia della terra, a morire soffocato sotto il peso di tutti quei morti.

Facebook
Twitter