RECENSIONE NO SPOILER
Avete presente quel geniale, futilissimo, decontestualizzato monologo sui supereroi messo in bocca da Quentin Tarantino, in Kill Bill Vol. 2, al principale, omonimo antagonista? Se così non fosse, consigliamo di rinfrescarvi la memoria – o eventualmente colmare la lacuna – prima dell’uscita, di qui a un ventriquattr’ore soltanto, dell’ultimo ritrovato in fatto di cinecomic. Stiamo ovviamente parlando di Venom – La furia di Carnage, secondo capitolo di uno dei pochi franchise targati Marvel Studios rimasti indipendenti – ancora per poco – rispetto alla continuity narrativa dell’MCU, al secolo Marvel Cinematic Universe. Il film, che abbiamo visto in anteprima, conta sulla regia ancora acerba di Andy Serkis, pilastro attoriale della tecnologia del motion picture già visto in un prodotto Marvel – dall’altra parte della cinepresa – nei panni del nemico giurato del Wakanda, che ora mette a segno il suo terzo lungometraggio per il grande schermo.
Natural Born Killers?

Tre anni sono passati da quando il primo Venom, pur accolto tiepidamente dalla critica e soprattutto dal pubblico, aveva mostrato a quest’ultimo una via alternativa al regno – tirannico e cinematografico – degli Avengers. Una deviazione sbagliata, decisamente irriverente, che si rifaceva a una prima èra di film indipendenti e cinecomic a sé stanti – si veda lo Spider-Man di Sam Raimi – più fumettoni che kolossal. Il personaggio stesso del Simbionte, nemesi di lunga data dell’Uomo Ragno, permetteva grazie alle sue abitudini decisamente anti-eroiche – su tutte, mangiarsi vivi i cattivoni – di aprire una parentesi di scorrettezza, violenza gratuita e dark humor all’interno del perbenismo per famiglie targato MCU.
Anticipando poco ma promettendo tanto, la produzione assicurava per questo secondo capitolo un notevole sprint in fatto tinte orrorifiche e carneficine gratuite. Per facilitarsi il compito, la scelta dell’antagonista è ricaduta su chi, nomen omen, la carneficina se la sentiva scorrere nelle vene: Carnage, simbionte collaterale di Venom e il più cattivo e coriaceo fra gli antagonisti di Spider-Man fumetto. Tom Hardy, che torna a vestire le sembianze dell’alieno bonaccione, riparte proprio da lì: da quella scena post credit in cui l’alter-ego di Carnage, il serial killer Cletus Kasady, dead man walking in balìa del braccio della morte, si presentava col volto – azzeccatissimo e inquietantissimo, capigliatura inclusa – di Woody Harrelson.
Al suo fianco come complice e amante, il nuovo personaggio della mutante Shriek – non vi sbagliate, c’è una i di troppo rispetto all’orco verde della Dreamworks – interpretato da una folle Naomi Harris (Pirati dei Caraibi, James Bond Saga), dà alla coppia di assassini quel tocco di revival alla Natural Born Killers. E’ stato notato, l’abbiamo notato, era impossibile non notarlo. Ma rispetto al cult di Oliver Stone e rispetto alle prime scene che, fra manicomi alla Arkham Asylum e sonorità storpianti, sembravano preparare un film gustosamente horror, questo secondo capitolo smorza fortemente la (comunque poca) violenza del precedente. Persino i cadaveri ammonticchiati delle vittime di Kasady vengono censurati da uno stuolo di teli azzurri, una delle tante scelte in questa direzione che sembrano tese a strappare un divieto d’età non troppo limitante per il pubblico, come se non si fosse mai visto un morto in un film per ragazzi.
A ruoli invertiti

Della carneficina promessa insomma, si vede ben poco: con una decapitazione generale nel precedente film, il Riot di Riz Ahmed aveva fatto più vittime di quante Carnage ne provochi in un intero film. Tuttavia, non va dimenticato come il carattere del Simbionte – e quindi il tono della pellicola del 2018 – fosse imperniato su due ingredienti principali, fondamentalmente bilanciati: la violenza e l’humor nero. Se la prima è stata pressoché eliminata – o comunque percepita come nulla rispetto a un personaggio sanguinario quale è Carnage – la seconda, per converso, registra un’impennata vertiginosa, diventando l’elemento più apprezzabile di tutto il film.
Eddie Brock e Venom si riconfermano quella strana coppia sempre pronta a litigarsi le rispettive esigenze: il primo continuamente affamato di carne umana, ma costretto dal secondo a lasciar vivere i cattivi di strada e cibarsi piuttosto di pollame e waffles. Le sporadiche, irriverenti uscite del simbionte che tanto avevano fatto ridere nel primo film, qui si trovano riproposte in tutte le sue battute, che anche se smorzate del bad language riescono a strappare un sorriso per la quasi totalità della pellicola. Tuttavia, i ruoli fra i due sembrano piuttosto invertiti persino nel lavoro d’indagine di Brock, come mostra un divertente quadretto alla Sherlock e Watson dove però il giornalista d’inchiesta fa decisamente la figura dell’aiutante.
L’elemento fondamentale della filosofia dei supereroi è che abbiamo un supereroe e il suo alter ego. Batman è di fatto Bruce Wayne. L’uomo ragno è di fatto Peter Parker. Quando quel personaggio si sveglia al mattino è Peter Parker. Deve mettersi il costume per diventare l’uomo ragno. Ed è in questa caratteristica che fa di Superman l’unico nel suo genere. Superman non diventa Superman. Superman è nato Superman. Quando Superman si sveglia al mattino è Superman. Il suo alter ego è Clark Kent.
Eccolo, il monologo di Bill nel già citato film di Tarantino, che qui calza a pennello per spiegare l’operazione fondamentale – né positiva né negativa – di Venom – La furia di Carnage: è Brock a essere diventato l’alter-ego di Venom, non il contrario. Hardy impallidisce – più per scelta di sceneggiatura che per incapacità attoriale – rispetto all’alieno, il quale ormai non sembra più guadagnare nulla dalla simbiosi con Eddie. Lui a fare il lavoro sporco, lui a risolvere le indagini, lui a tenere tutto l’humor del film e persino i lapsus d’ipersensibilità nel rapporto (secondario) con Michelle Williams. Più avanti infatti, dirà di Brock: “Lui non può sopravvivere senza di me, perché sono io l’eroe fra noi due“.
Il ripulito frettoloso

Ormai appare chiaro: dopo Venom – La furia di Carnage, l’anti-eroe di Tom Hardy sembra sia stato impacchettato ad arte per la sua entrata (imminente) nell’MCU. Spogliato di tutta la violenza impresentabile, sostituita invece da quell’umorismo riconoscibilissimo e un po’ telefonato di Casa Marvel, Venom ha perso il suo ruolo controcorrente all’interno dell’universo di Spider-Man che Deadpool, invece, continua a mantenere in quello degli X-Men. Un’evoluzione necessaria nel caso di un suo possibile inserimento nell’Universo Espanso, che a giudicare dal finale del film e dalla scena post credits – contenenti il colpo di scena più esplosivo di tutto il film, ma niente spoiler – si potrebbe dare quasi per certa con l’arrivo del Multiverso.
Alla resa dei conti, l’ultimo Venom è un film di passaggio, quasi un’appendice preparatoria – e brevissima, neanche un’ora e mezza di bobina – al futuro che si sta preparando per il personaggio. E la gatta frettolosa, si sa, fa i gattini ciechi. La sensazione, alla fine, è quella che segue a una ingorda, rapida abbuffata: quella di non aver affatto mangiato. Dopo aver stimolato una certa fame, Venom – La furia di Carnage non sazia affatto, somigliando a uno di quegli antipasti striminziti tanto invisi al nostro protagonista. Speriamo che le prossime portate siano abbondanti, o potremmo farci prendere dallo stesso isterismo goloso di Venom, frutto di un magro pasto.
Questa e altre recensioni in anteprima su CiakClub.it









