Una serie di sfortunati eventi: la recensione della seconda stagione

Una serie di sfortunati eventi si conferma, anche nella sua seconda stagione, una serie del tutto singolare: nonostante esistano moltissimi prodotti (per cinema e TV) dalle sfumature grottesche, più rari sono quelli che estendono il principio del bizzarro ad ogni propria componente, che sia la narrazione, l’estetica o la psicologia dei personaggi. Detto questo non significa che la serie Netflix possa essere definitiva hipster, dal momento che questo termine a livello cinematografico non significa proprio nulla e viene già impiegato troppo spesso per accomunare opere diverse in base a nozioni, approssimative quanto imprecise, come “strano”, “alternativo” o “indie”. Quindi no, Una serie di sfortunati eventi non è un film di Wes Anderson; possiede infatti dei tratti riconoscibili quali un narratore onnisciente e incline alle similitudini, un largo uso della computer grafica e uno spiccato gusto per i leitmotiv narrativi e visivi.

Il finale della prima stagione aveva lasciato gli orfani Baudelaire (Violet, Klaus e Sunny) ancora una volta privi di un tutore, in seguito agli eventi accaduti alla “sinistra segheria”. Il signor Poe, un bancario che si occupa della loro eredità, assegna perciò l’affidamento dei fratelli alla Prufrock Preparatory School, lo stesso istituto che in adolescenza aveva ospitato il Conte Olaf. Come consuetudine i tre dovranno confrontarsi con un ambiente crudele, composto da adulti insensibili e da una folla asservita dai travestimenti del Conte. Dalla massa di ostili si distinguono tre nuovi personaggi disposti ad aiutare i protagonisti: una bibliotecaria e i fratelli Pantano (trigemini rimasti in due), anche loro collegati al mistero degli incendi e della società segreta di cui facevano parte i genitori.

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Anche questa seconda stagione, composta da dieci episodi (la prima ne aveva solamente otto), segue la divisione in blocchi di due capitoli, ognuno caratterizzato da ambientazioni differenti e nuovi personaggi legati al contesto. Cinque micro-narrazioni che seguono più o meno la stessa logica interna: Olaf, assieme ai suoi scagnozzi, insidierà gli orfani in perenne fuga, che saranno costretti ad utilizzare le rispettive abilità: una sconfinata conoscenza enciclopedica per Klaus, la capacità di costruire ed aggiustare complessi marchingegni per Violet e un potente morso per Sunny. Uno dei principali sforzi della serie sta proprio nell’attribuire ad ogni personaggio un carattere chiaramente distintivo (come il mono-sopracciglio e il tatuaggio sulla caviglia di Olaf), cosa che sembrerebbe costruire uno scenario abitato da caratteristi buffi e variegati. In realtà chiunque transiti sullo schermo può essere classificato in base a due categorie principali: quelle persone in grado di riconoscere Olaf dietro i travestimenti e quelle che non lo riconoscono.

Un mondo diviso in due. Da una parte i buoni, arguti e legati ad un’etica salda; dall’altra gli stolti, che, anche se non innatamente malvagi, vengono sfruttati dal male. Questa simmetria si riflette su tutta la serie che, come gli aggeggi meccanici che si diverte a rappresentare, ha le sembianze di un marchingegno sofisticato, ma proprio a causa di un formalismo estremamente rigido finisce per trascurare altre componenti, su tutte quella emotiva. Il consiglio di “non guardare” a causa dei terribili eventi rappresentati, intonato nella sigla iniziale, non sempre è un consiglio utile. Gli intrecci simili finiscono per abituare lo spettatore, che rimane preoccupato della sorte dei personaggi solo in minima parte. Il motore della storia rimane la forma, allo stesso tempo peculiarità e limite della serie di sfortunati eventi: ciò che interessa sono le location curate, i simboli costantemente riproposti (principalmente riguardanti l’occhio e la visione), il rapporto tra le parole e gli eventi.

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Del resto non ci si poteva aspettare altro da una serie che, fin dagli esordi, ha riposto un’attenzione particolare nella riflessione sul linguaggio cinematografico e non. Lo stesso narratore, Lemony Snicket, gioca costantemente con il significato delle parole che si trasforma in similitudine, immagine e infine profezia. Come accennato in precedenza però, quello che si rivela un gioco elaborato, rimane spesso soltanto un gioco ripetitivo. L’omogeneità non sempre è un bene e questo è visibile in particolar modo nelle due parti finali (Il carosello carnivoro), dove la narrazione ci mostra eccezionalmente un inserto del passato di Olaf e dei membri della società segreta, risultando più coinvolgente proprio in virtù della novità. Ecco allora che il Conte, interpretato da Neil Patrick Harris (How I Met Your Mother), attira la curiosità persa durante gli episodi precedenti. Tra le tante espressioni ed atteggiamenti sopra le righe mostrati in due stagioni, mai si erano visti la disperazione e il rimorso che cominciano ad insinuarsi proprio nel finale. Ad Una serie di sfortunati eventi tanto basta questo guizzo per salvarsi in corner e motivare la visione della terza stagione, con la speranza che inserisca tra le pieghe di una rappresentazione metodica, anche qualche elemento di dissonanza.

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