Todas las fuerzas, il secondo lungometraggio di Luciana Piantanida, approdato in concorso al Torino Film Festival, si presenta come un’opera di soli 70 minuti, un film “piccolo” ma strabordante di ambizioni tematiche. L’autrice si fa carico di un ventaglio impressionante di argomenti, dalla migrazione al lavoro di cura, dall’autodeterminazione femminile all’invisibilità sociale, spingendosi persino a lambire la mitologia supereroica. Un’eccessiva sovrabbondanza che rischia di rivelarsi la sua più grande criticità, appesantendo un racconto altrimenti agile.
La storia è semplice, quasi minimale nella sua ossatura. Marlen, immigrata boliviana, assiste un’anziana signora smemorata in un appartamento invaso dai piccioni, metafora esplicita eppure stranamente efficace di un mondo che entra ed esce senza bussare. Quando un’amica scompare, Marlen esce di notte, si addentra nella città che di giorno non le appartiene, e scopre un universo sotterraneo popolato da altre figure marginali come lei, ciascuna dotata di poteri fuori scala. Anche Marlen ne ha uno: vola.
Piantanida costruisce un “poliziesco senza poliziotti”, dove l’indagine non è affidata a un detective, ma a una badante. L’intuizione è notevole: il soggetto più invisibile della società assurge a ruolo di osservatore, motore dell’azione e della ricerca. Tuttavia, Todas las fuerzas si rivela più un’idea brillante che un’indagine approfondita. La narrazione non raggiunge mai l’intensità o la profondità promesse. L’opera rimane su una soglia di delicatezza, procedendo con cautela e evitando ogni scontro o impatto significativo.
La rivoluzione che non si sporca le mani
Il film si muove con cautela tra i generi: un accenno al racconto sul lavoro di cura e le dinamiche di classe, una virata verso il noir urbano, un tocco di fantasy. Ogni transizione, tuttavia, è più suggerita che sviluppata in profondità, lasciando l’impressione di un’opera che rifugge l’oscurità vera, arretrando un passo prima di diventare realmente inquietante. Il suo scenario notturno, fatto di bar, depositi, fabbriche, volti provati e poteri straordinari, funge più da sfondo che da autentico sottosuolo.
Nonostante questa ritrosia, il messaggio politico del film è inequivocabile: le donne migranti non sono semplici ingranaggi della macchina sociale, ma forze attive e potenzialmente sovversive. Il titolo, Todas las fuerzas, lo afferma chiaramente. Tuttavia, tale forza è più un’affermazione programmatica che una manifestazione energica e concreta nella narrazione. L’empowerment e la resistenza collettiva sono concetti chiari, ma raramente sfociano in un conflitto effettivo, in frizioni narrative o in un rischio tangibile.
Todas las fuerzas rivela una profonda ingenuità, quasi infantile, nella sua fiducia nel potere del simbolo: il volo è immediatamente salvezza, la telecinesi è riscatto, la comunità è automaticamente redenzione. Ma la realtà da cui provengono i personaggi è ben più complessa e opaca. Il film sembra evitare di addentrarsi completamente in questa complessità, forse per paura di perdere quella leggerezza che lo contraddistingue.
Todas las fuerzas: la fragile bellezza dell’incompiuto

Questo non significa che Todas las fuerzas sia un film inutile. Al contrario: è un’opera sinceramente animata da uno sguardo politico, girata con rispetto verso i suoi personaggi, e capace di restituire un “lato B” urbano che raramente arriva in primo piano. La scelta di ambientare tutto in una Buenos Aires notturna, più evocata che mostrata, funziona come spazio simbolico dell’invisibilità, e l’idea delle supereroine migranti è, sulla carta, di una bellezza disarmante.
Ma tra l’intuizione e la compiutezza resta uno spazio vuoto. Uno spazio che il film non riesce sempre a colmare. Così Todas las fuerzas finisce per assomigliare ai suoi piccioni: anima il cielo per un istante, disegna una traiettoria poetica, poi si posa di nuovo a terra, senza aver davvero spostato l’orizzonte.
Todas las fuerzas è un film che si vorrebbe più coraggioso di quanto non sia. Ma è anche un film che ha il diritto di esistere così, fragile, imperfetto, gentile. Un frullo d’ali più che un volo. Scopri anche le altre recensioni dal TFF 2025!









