Highest 2 Lowest non è per Spike Lee una celebrazione dei classici, ma la volontà ostinata di riprendere un canone e farlo vibrare in un’altra chiave, con un’altra cadenza, in un’altra epoca (un’epoca, va detto, che Lee vive con fascino e irritazione in uguale misura). Il film si muove simultaneamente su tre livelli temporali e morali: il rigore etico del noir alla Kurosawa, il respiro tragico di Shakespeare e la drammaticità biblica mascherata da thriller delle cadute vertiginose e dei disperati tentativi di risalita.
Ma il segno distintivo è la fusione creativa tra Lee e Denzel Washington, un confine tra i due artisti ormai indistinguibile. La loro collaborazione è come un contrappunto musicale: uno lancia il tema, l’altro lo plasma e lo distorce, il primo risponde, e la forma definitiva del brano nasce solo nel momento dell’esecuzione. Non è una ricerca di armonia equilibrata, ma una provocazione costante che la costringe ad emergere.
Il caos del presente secondo Spike Lee

Fin dalle prime inquadrature di New York, accompagnate da un tappeto musicale che non teme di riempire la stanza, si capisce che Highest 2 Lowest è un’opera che non vuole appartenere al suo tempo. Si presenta come un film ostinatamente “grande”, preferendo un’esagerazione controllata e una densità narrativa e visiva alla discreta eleganza a cui siamo abituati. Spike Lee non si limita a replicare High and Low di Kurosawa, ma lo utilizza come punto di partenza per una riflessione sulla cultura americana, percepita come incapace di distinguere l’armonia dal rumore.
Il David King interpretato da Denzel Washington – magnate della musica, collezionista ed orecchio fine per i talenti musicali – abita una dimensione in cui i miti personali si sgretolano. La crudele inversione della telefonata del rapitore, che rivela che la vittima non è suo figlio ma quello dell’autista, non innesca solo un dilemma etico. Apre piuttosto una profonda crepa che investe la memoria, l’origine sociale e il modo in cui si percepisce il passato quando si è progrediti troppo.
Mentre il dramma in Kurosawa era radicato nel conflitto di classe, in Lee esso scaturisce dal tempo: da ciò che resta di un passato comune, da ciò che è svanito o si è trasformato fino a diventare irriconoscibile. Lee complica ulteriormente il quadro: King e l’autista provengono dallo stesso quartiere, condividendo le stesse origini. Uno è asceso, l’altro è rimasto indietro. Tuttavia, la loro distinzione non è più riconducibile alla dicotomia “alto” e “basso”; è una divergenza di destini, di opportunità e del peso di un passato non scelto.
Il regista alterna sequenze di grande eleganza formale (lo skyline di New York accompagnato da una versione sconfinata di Oh, What a Beautiful Morning è cinema puro) a momenti in cui la metafora si fa pesante, quasi didascalica.
Washington e Rocky accendono la scintilla generazionale

Washington si muove in un’ambivalenza sottile: la sua corazza è incrinata da una rigidità che tradisce il timore di aver smarrito la sua antica sensibilità per il polso delle strade. Una crepa che si spalanca nello scontro con il rapitore, un giovane artista rap (A$AP Rocky), incarnazione di tutto ciò che King rifiuta e, proprio per questo, di ciò che lo mette davvero alla prova.
Il loro confronto è una scintilla, tra le più vive della pellicola di Lee. Washington ritrova una quiete quasi predatoria, mentre Rocky gli tiene testa con una presenza magnetica, capace di rovesciare il tavolo del potere per almeno qualche minuto. In questo duello si svela il cuore pulsante del film: il tentativo di afferrare l’energia del presente senza recidere i fili con il passato.
Tra le sequenze più sorprendenti c’è sicuramente quella della consegna del riscatto: Lee e il direttore della fotografia Matthew Libatique passano improvvisamente a una grana sporca, anni ’70, e trasformano un vagone della metropolitana nel cuore pulsante della città. Lì si mescolano tifosi dei Yankees, musica salsa suonata dal vivo sotto le rotaie, caos, sudore, sirene. È cinema che non vuole essere elegante: vuole essere vivo.
Highest 2 Lowest è una sinfonia dissonante

Non tutto, certo, funziona. In alcuni momenti Lee sembra talmente desideroso di celebrare il proprio pantheon artistico da rischiare il sovraccarico; in altri la critica al presente digitale suona un po’ troppo dichiarata. Il finale rinuncia alla crudezza di Kurosawa: al posto della punizione morale, sceglie la possibilità di una rinascita artistica.
King fa una scelta che ribalta le logiche del suo mondo: invece di trasformare l’incubo in un’enorme operazione di marketing, decide di ripartire da zero, con una giovane cantante sconosciuta, credendo nella sua voce come se fosse la prima nota davvero nuova che sente da anni.
In questo senso Highest 2 Lowest è un film che ragiona su cosa significa proteggere un’eredità senza trasformarla in un mausoleo, su cosa resta di noi quando il mondo cambia troppo in fretta. Sul ricordarsi che un artista che smette di ascoltare smette anche di vivere. Ed è lì che Lee mostra il suo nervo più scoperto: il suo disperato amore per un cinema che si fonda sull’imperfezione, sulla materia, sulla voce umana prima della sua lucidatura digitale.









