C’è sempre qualcosa di profondamente sospetto nei film che aspirano all’altezza morale di un affresco epocale. The Birthday Party, nuovo lavoro di Miguel Ángel Jiménez presentato al Torino Film Festival, è un magnate che ostenta sicurezza mentre cammina su un pavimento che trema. Jiménez torna dietro la macchina da presa dopo anni di silenzio, e sceglie di farlo adattando Una festa di compleanno di Panos Karnezis: un romanzo che già di suo vive di sottotesti politici, di metafore greche antiche e di quella vena di fatalismo che, in fondo, permea tutta la narrativa mediterranea.
Il film ne raccoglie il palcoscenico, un’isola privata nella Grecia di fine anni Settanta, e ne fa un teatro chiuso, claustrofobico, dove il potere, il sangue e l’eredità disputano lo stesso spazio. Al centro, Marcos Timoleon, interpretato da un Willem Dafoe che si diverte ad incarnare l’ennesimo titano in decadenza. Marcos è il tipico uomo che sa piegare il mondo, ma non il proprio dolore. Da dieci anni piange il figlio Daniel, scomparso in un incidente aereo dal quale non è rimasto nemmeno un corpo da seppellire.
Da allora, fa ciò che fanno tutti i patriarchi feriti: trasforma il lutto in dominio, il rimorso in volontà di controllo. Controllare gli affari, traffico d’armi incluso, controllare la moglie, controllare il destino della figlia Sofia, ormai venticinquenne e studi in Inghilterra. Ma soprattutto controllare l’immagine di sé stesso, il proprio mito personale, come se potesse riscrivere il vuoto lasciato dal figlio perduto.
The Birthday Party: il teatro greco dell’illusione
La festa di compleanno organizzata per Sofia è il rituale che tiene insieme l’illusione del potere. Ci sono amici, parassiti, opportunisti di varia provenienza, un ufficiale franchista che odora di vecchi imperialismi, e naturalmente la promessa di un matrimonio combinato per consolidare un accordo geopolitico con il Sahara occidentale. La notte avanza, il vino scorre: lentamente emergono crepe, dissentimenti, confessioni che fanno vacillare la coreografia del patriarca.
Sofia ha altri progetti, altri desideri, un’altra vita. Porta con sé un segreto, un’irregolarità nel diagramma perfetto del padre. È qui che il film tenta la sua mossa più ambiziosa: trasformare la festa in un’epifania, far collassare il microcosmo dell’isola in una parabola sulla dissoluzione dei poteri maschili, sulla fine di un patriarcato mediterraneo che si crede eterno. Un tentativo nobile, che però non sempre trova la forza necessaria nella scrittura.
Perché The Birthday Party, pur guidato da una fotografia luminosa e seduttiva di Gris Jordana, inciampa proprio dove dovrebbe affondare la lama: nei dialoghi, spesso manieristici, negli spunti politici che restano sospesi, evocati ma mai sviluppati. È un peccato, perché la materia c’era, e pure interessante: il magnate greco cresciuto tra regimi, i cenni a Stalin e Castro, la generazione che ha visto crollare un ordine e rinascere un altro senza comprenderli davvero.
Dove finisce il potere, inizia il dolore

Eppure, nonostante la fragilità della struttura, qualcosa resta. Quando il film si concentra sul privato, sul modo in cui Marcos tenta di colmare il baratro della perdita attraverso il dominio, trova finalmente una sua tonalità emotiva. La sequenza finale, con Dafoe che intona Don’t Let Me Be Misunderstood, è il momento in cui il film smette di pretendere e comincia a confessarsi. Per qualche minuto, l’isola smette di essere l’ennesima metafora geopolitica e diventa ciò che è sempre stata: un luogo dove un uomo tenta, goffamente, di non essere frainteso dalla propria famiglia e dal proprio dolore.
A svettare, naturalmente, è l’interpretazione di Willem Dafoe: un corpo scolpito dal vento, una voce che sembra uscire dalle viscere dell’isola stessa. La tensione è accentuata da una regia attenta, con movimenti di macchina misurati e quasi chirurgici che ne sottolineano la presenza carismatica. Al contempo, la fotografia, sfruttando contrasti intensi e una gestione sapiente della luce naturale, conferisce all’isola l’aspetto di un organismo vivo e vibrante, sospeso tra l’ambiente naturale e la sua funzione di tenuta. È in questo dialogo tra volto, paesaggio e sguardo registico che il film trova la sua dimensione più ipnotica.
The Birthday Party è un film incompiuto, che si guarda allo specchio e scambia l’intenzione per sostanza. Ma ha lampi sinceri, un protagonista che scava, e una malinconia di fondo che non si può ignorare. E forse vale la pena non farlo del tutto. Scopri anche le altre recensioni dal TFF 2025!









